L’aria buona che viene dalla quarantena

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Cammino per le strade del mio quartiere e inspiro profondamente il profumo dell’aria. La Quarantena ci ha lasciato dei doni e io provo a goderli per bene, così come si fa con qualcosa di ritrovato e prezioso.

L’aria qui al sud ha sempre avuto quel buon odore che ogni anno, quando arriva la bella stagione, mi ricorda quanto sia facile amare la vita.

Inspiro. E con la mente ritorno ad un pomeriggio di primavera, in una pasticceria a pochi metri da casa quando, ancora ventenne, e dopo un lungo periodo in ospedale, mangio pizzelle insieme ad una delle mie cugine, pescandole in due dalla stessa busta, chiacchierando del tutto e del niente, immerse dentro un Bene che la giornata ci offriva come una dolce promessa. Un Bene che ci insegnava e ci formava. 

Alcuni segni toccano i bassifondi della nostra anima, e poi lì ci restano. 

Io quei piccoli segni li ospito ancora dentro di me.

L’aria sa promettermi sempre qualcosa di buono. Specialmente quella dei pomeriggi di primavera che mi riportano alla calma e mi assicurano che si, è stare bene a pochi metri da casa una delle cose che mi rendono felice.

 Io e mia cugina chiacchieravamo e anticipavamo la cena, poco prima che arrivasse il tramonto. Tutto intorno le donne rientravano con la spesa, i ragazzini sfrecciavano in bicicletta, e le macchine, ancora poche se paragonate alla quantità di automobili attuale, ci fornivano un comodo appoggio per le nostre chiacchierate.

L’aria della mattina presto mi spalanca il cuore, mi commuove se dalla finestra vedo il mare, e mi ricorda quando, ancora adolescente, sedevo sul mio balcone per fare il pieno di quel silenzio che segue l’alba. Ascoltavo il rumore dei radi gesti di chi cominciava la sua giornata e mi sintonizzavo col mondo che soffiava piano. Era un mondo buono, migliore. Era reduce da un sonno che aveva steso le sue membra e da baci del mattino di cui portava intatto tutto il tepore. 

Il mattino libera dagli incubi e promette bellezza.

L’aria per me è sempre stata un’importante fonte di energia, che mi sollecita ad una tensione verso l’alto. Respirarla è un piacere solitario, che di tanto in tanto ho condiviso col mio cane.

C’era l’aria di una spiaggia del Gargano che, ancora diciassettenne, mi interpellava già al sorgere del sole, e io rispondevo scivolando fuori dalla tenda del campeggio per sedere di fronte al suo mare e sulle sue pietre scomode: le gambe incrociate come un’indiana che guarda il mondo e si mette in ascolto di una forza senza nome.

Alle spalle una scogliera alta e selvaggia. A grandissima distanza il motore di un paio di automobili. Di fronte le onde. E nelle narici quell’aria buona e profumata, che mi indicava una strada che io non ho mai saputo percorrere, fermandomi alla porta di quell’infinito che stava chiamando proprio me, e che lo faceva di continuo.

Sono sempre rientrata da questi momenti solitari con il cuore pieno. 

Forse ho provato a condividerli con chi mi stava intorno. Ma mai veramente. 

La verità è che questi incontri non si impongono, né si spiegano oralmente. 

Rappresentano una convocazione solitaria che ci nutre come fossimo ospiti di un eremo, e che perde spessore se vissuta insieme agli altri.

È una compensazione alla fatica, che tiene in vita il gusto delle piccole cose.

La pasticceria a pochi metri da casa, la potenza dei legami familiari, la fiducia in ciò che sta al mondo assai prima della razza umana, lo sguardo sulle persone in strada che talvolta riescono perfino a piacermi.

Nelle mie lente camminate che fanno seguito alla Quarantena inspiro a pieni polmoni e mi torna in mente tutto questo.

Al contrario di quanto mi accadeva prima del Sars-Cov-2, oggi non accetto il centro città.

Le settimane in casa mi hanno regalato alcune cose, tra queste l’attaccamento alle strade che mi sono più vicine, quelle in cui la gente sembra meno consumista e si raduna in minuscoli gruppi per chiacchierare, portare a passeggio i bambini, insegnare loro ad andare in bicicletta. 

Uomini in tuta da ginnastica con i capelli lunghi di chi non ha trovato la voglia od il coraggio di infilarsi in un barbiere. Mamme giovanissime che gironzolano tranquille con la loro carrozzina. 

I bambini, quelli ormai fuori dalla carrozzina, sono affidati ai padri, che non ricordo di avere mai visto a zonzo già alle sei del pomeriggio di un giorno feriale. 

Forse anche loro, come me, hanno imparato qualcosa. O forse sono solo chiuse le palestre.

Di quale pasta duttile siamo fatti noi esseri umani? Siamo modellabili in maniera permanente o siamo solamente sotto shock? Abbiamo davvero dimenticato i bisogni frenetici che ci portavano ovunque, distogliendoci dal piacere di un giretto ozioso sotto casa, e da quelle voglie semplici che, sono certa, un tempo ci erano appartenute?

Se qualcosa è accaduto dentro gli italiani dopo le settimane della quarantena, mi auguro che il suo segno ci resti addosso per sempre.

Io per esempio ho sempre avuto dipendenza dalle luci: negozi, vetrine, fari di automobili. Ne avevo bisogno come l’aria e abitando in una zona tranquilla e silenziosa, andavo a camminare in centro ogni giorno. Andarci da sola mi era sufficiente, poiché non era una compagnia vera quella che mi serviva. Mi nutrivo di quelle luci artificiali e il mio animo irrequieto si placava.

Nelle prime settimane della quarantena, ho rimpiazzato questi bagliori tenendo la televisione sempre accesa. Poi, lentamente, quel silenzio assordante ha smesso di farmi paura, e ho imparato ad accontentarmi dei raggi di sole che provenivano dalle mie finestre.

Oggi che le porte per uscire dalla nostra casa le possiamo aprire, è verso quelle luci artificiali che provo una maggiore avversione. Cammino nel mio quartiere e godo di ogni passo, di ogni fiore, di ogni sguardo posato sulla gente che tengo rigorosamente a distanza.

Luce e aria sono nude.

E mi accorgo che mi nutrono assai più profondamente di quelle artificiali. 

Le godo con un presagio di nostalgia. Temo che con le aperture complessive, che faranno seguito alle prime, anche io tornerò quella di sempre e tutte le cose importanti che, come un dono, questa quarantena mi ha insegnato, finiranno via, lontano, non trovando più posto in un mondo, che così come me, non ha saputo cambiare. 

Temo che la paura di essere tagliati fuori tornerà ad assediarci intimamente, e che ricominceremo a correre anche quando non serve, incapaci di pause silenziose al nostro percorso.

Delle luci finte avrò nuovamente bisogno più di quelle vere, perché il rumore delle masse mi conforta. E così, il calore del sole, il rumore della pioggia e la solitudine della casa in famiglia, di nuovo non mi basteranno. 

Come gli antichi anche noi avremo bisogno di inventare un mondo. 

Loro lo facevano guardando al cielo e concependo divinità. Noi lo facciamo inseguendo il denaro e i modelli sociali che ne derivano.

Intanto godo di questi giorni che precedono la grande corsa. 

Respiro l’aria del mio quartiere e passeggio. 

Mi infilo tra le villette a schiera e non mi stanco di osservare la varietà delle siepi che nascondono le case. Imparo a riconoscere i fiori e fermo i miei passi per guardarli meglio. 

Anche io, come tanti in quarantena, ho svuotato sacchi di terra per seminare piante che avevo comperato a domicilio. 

Le mie mani si sono sporcate e ogni giorno che passava trascorrevo tempo in ammirazione dei miei fiori: dipladenie, surfinie, azalee gialle, e infine un ibiscus, che ha fatto un solo fiore di un giorno e poi si è chiuso, come quelle cose belle che durano poco.

Avevo tempo, così i miei fiori mi hanno fatto pensare. E nell’ibiscus rosso che si spalancava al sole, sfidando il vento senza tema del freddo e della sera, ho letto le vite imprudenti, che non si mettono a riparo conservando sé stesse.

Così ho valutato che l’ibiscus assomiglia alla giovinezza. Ha in comune con essa la tendenza a fidarsi del vento buono che accompagna ogni giornata, e l’urgenza di non perdere un solo attimo di vita.

I fiori assetati di sole, che dimenticano il rischio del freddo e della pioggia, non riescono a chiudersi del tutto quando arriva la notte. Può darsi che ci provino: devo osservarlo meglio il mio ibiscus. Lo immagino infreddolito al calare della sera, semichiuso e solitario, mentre i fiori vicini sono ormai serrati da tempo. 

È per questo che vive poco. Ed è per questo che sente ogni cosa. Ha memoria dei giorni e delle notti, conosce il ronzio delle api e lo sbattere d’ali dei pipistrelli. Sa cosa vuol dire rimanere indietro, separato dagli altri che procedono compatti, con la certezza che l’indomani sapranno aprirsi di nuovo.

A lui, invece, l’irresistibile richiamo verso il sole, lo condanna. Se sapesse spalancarsi meno alla meraviglia del giorno, sarebbe meno impavido e imprudente, ma vivrebbe più a lungo. 

Il mio ibiscus, è così.

L’ho piantato senza troppa fiducia nelle sue possibilità, immaginando di poter godere solamente dell’eleganza delle sue foglie verde scuro. E invece una mattina mi ha sorpresa. Mi sono sporta dalla veranda e lui era lì, spalancato e rosso, offerto pienamente alla mia vista e al mio giardino. Al centro deliziosi filamenti gialli che sembravano portare in capo una corona color oro. 

L’ho guardato per tutto il giorno, immaginando che quello splendore fosse troppo vulnerabile per durare a lungo. 

Camminando nelle strade del mio quartiere, in quelle villette a schiera nei cui vialetti mi infilo in compagnia di qualche bambino di passaggio e di un paio di adolescenti che, come me e mia cugina chiacchierano fitti fitti, scruto con attenzione i fiori degli altri.

Ad inebriarmi più di tutto è il profumo dei gelsomini, che in questa stagione danno il meglio di sé, gonfiandosi in una fioritura che non vedeva l’ora di esplodere.

Alcune case trascurano il prato, altre lo curano, riempiendolo di piante. Ho notato che un paio di giardini coltivano quelle stesse ortensie che sono il simbolo di un mio viaggio in Francia. Ho fatto conoscenza con il fiore chiamato Spazzolino e ogni volta che ci passo mi domando se mi piaccia oppure no. 

Ammiro le rose e spio come una clandestina le sedute, i divanetti e le poltrone, che mi consentono di immaginare le vite ed i momenti di famiglie che, come la mia e come miliardi di altre in tutto il mondo, sono state rinchiuse nei loro spazi per due mesi e che ora, lentamente, si riaprono al mondo, con un incedere lento, che non è quello che ci saremmo aspettati i primi giorni di lockdown.

Non appena è stata dichiarata la pandemia, e la nostra esistenza è stata reclusa in pochi metri quadri, ho avuto due momenti di panico.

Il primo è stato una mattina presto, quando i fatti diventavano seri e gradatamente prendevamo coscienza di ciò che ci stava accadendo. 

Ho aperto gli occhi che era ancora presto, ma questo mi accade ogni giorno e non è una novità. Quando il primo raggio del sole attraversa gli spiragli semichiusi della mia finestra, prontamente apro gli occhi, nel desiderio avido di incontrare il giorno.

Solo che quella mattina, i miei occhi si sono sbarrati più che aperti, e nella mia mente si è fatto largo un sogno. 

O meglio, un incubo. 

Ho immaginato il mondo, quel mondo che fino a pochi giorni prima era lo stesso di sempre, prevedibile e talvolta noioso, diventare un luogo per soli orfani.

Ho visto una città piena di adolescenti selvaggi e disperati, a cui noi genitori non abbiamo saputo insegnare nulla. Li ho visti soli ed incapaci di una connessione concreta con il mondo, impreparati ed ignoranti ad ogni fatto della vita.

«Dobbiamo insegnargli tutto», ho sussurrato a mio marito. «Se anche noi moriremo di Covid 19, non saranno capaci di fare nulla. Saranno in balia di ogni cosa».

Noi genitori 2020 non ancora abbiamo svezzato i nostri figli da una forma di ingenuità primitiva, che assomiglia al calore della bambagia.

Abbiamo barattato le buone maniere con la possibilità di cavarsela. E l’educazione è un abito stretto e scomodo, quando si è in difficoltà di fronte ai fatti del mondo.

«Dobbiamo insegnargli tutto», ripetevo. «Da come si spegne il rubinetto del gas alle carte importanti. Serve dirgli le cose pratiche ed essenziali, perché anche noi, tutti e due noi, potremmo non farcela».

La parziale immunità di cui ha goduto il sud, oggi, rende molti di noi superficiali e irresponsabili. «Qui non c’è!», sembrano dire tutte quelle persone che tengono male la mascherina o non la indossano affatto.

Ma nei primi giorni, nelle prime settimane, il Sud ha tremato. Ha temuto guardando il rientro dei ragazzi dell’8 marzo, quelli che dopo l’annuncio della zona rossa, hanno preso d’assalto la stazione di Milano per rientrare a casa. Ha rabbrividito al pensiero dei suoi medici e delle sue strutture, quasi mai all’altezza delle cose importanti. 

«Se arriva qui moriamo tutti», ci dicevamo nelle telefonate. «Se è esposta al collasso il sistema Lombardia, figuriamoci qui! Figuriamoci in Puglia!».

Sapevamo che l’ambulanza del 118 rischiava di essere un viaggio di sola andata, che nel migliore dei casi ti allontanava dalla famiglia e da chiunque avesse per te un po’ di affetto.

Il pensiero di informare i miei figli ha lentamente perso forza. Ma quella mattina, i miei occhi spaventati hanno visto una società diversa: un mondo popolato dai bambini inadeguati ad affrontare un impensabile presente.

Il secondo momento di panico è arrivato un pomeriggio, mentre stavo seduta sul divano nel tentativo di leggere un libro. All’improvviso ho sentito forte quel silenzio, mischiato al dolore di tutto il mondo. Ho sentito la preoccupazione totale di cui quel silenzio sovrumano si faceva portatore. 

È stato un momento breve, ma mi è girata la testa, come la vertigine di chi perda il senso del tempo e dello spazio.

«Cosa ci sta succedendo?», avrebbe chiesto di lì a poco un’amica. 

«Cosa ci sta succedendo?» mi domandai quello strano pomeriggio.

Così ho smesso con il tentativo di concentrarmi sui libri, giacché il mio bisogno più grande era quello distrarmi, tenermi a galla, essere informata ma superficiale: dovevo galleggiare sulle cose per tenere i nervi saldi.

Decisi così di dover stare bene per tutelare la mia famiglia. 

Dopo la prima volta in cui mi è stato urlato che era davvero orribile fare la quarantena con me, mi sono impegnata al massimo per essere migliore: il miglior modello di genitore che le mie forze potessero consentire.

Ho sorriso, accolto, abbracciato, cucinato, non ho mai rimproverato, né recriminato. Ho consentito sballi di orari e incontri notturni su Zoom o su Meeting, dove i ragazzi si davano appuntamento per soddisfare un bisogno di amicizia prepotente, che morde come la fame.

Ho accantonato i libri, imparato la calma, deciso che il sonno non era sempre peggio della veglia, e che ad alzarmi un po’ più tardi non avrei fatto poi un peccato mortale.

Talvolta abbiamo visto serie fino a notte fonda, e spesso alle 10 avevo gli occhi di chi non è ancora uscito dalle tenebre.

In cambio ho imparato ad amare il nostro spazio e a godere di ogni raggio di sole che una magnifica primavera ha saputo regalarci.

Tutto quello che all’inizio è stato uno sforzo, alla fine è diventata una lezione, e io l’ho imparata.

Gli adulti sono fatti di una plastica morbida e manipolabile. Sono permeabili alle costrizioni e capaci di trasformarsi senza analizzare il perché.

I ragazzi meno. I ragazzi posseggono un seme selvatico ed una fame mai doma che li ha visti ritornare al mondo con la stessa forza con cui vi erano usciti.

Alcuni adulti, invece, escono dalle loro case come sonnambuli nella notte. 

Fanno pochi passi in direzione dei giardini che hanno imparato a coltivare e indugiano nei loro quartieri. Proprio come me. Che gironzolo nei pressi di casa, in ammirazione della vita che quelle villette a schiera sanno raccontarmi.