Silvia Romano come Brody di Homeland

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Letto della conversione alla religione musulmana di Silvia Romano, mi è tornata immediatamente in mente la storia di Brody: strepitoso personaggio della serie televisiva Homeland.
Brody è un soldato americano che viene tenuto per 8 anni prigioniero in Iraq e, una volta libero, in America, si trova a vivere un disagio che lo trasforma in un enigma che, solo andando avanti nelle puntate, verrà poi parzialmente svelato. 

Brody incarna il conflitto tra due culture, un uomo sospeso tra due mondi; allo stesso tempo interno ed esterno ad ognuna delle dinamiche classiche di agire la guerra e di leggerne la cronaca. Anzi, più che la cronaca, piuttosto la narrazione dominante dell’una o l’altra parte. Perché in guerra, così come ovunque, la realtà è complessa e, se ci si infila dentro in naso per davvero, è difficile tranne sintesi certe, che dividano semplicemente il bene dal male.

Quella di Brody è una lettura doppia, è lo sguardo di un uomo che alla parola “difesa del popolo americano” associa anche la cruenta morte sotto le bombe di bambini iracheni: famiglie nemiche, che però con lui erano state gentili e che lentamente si erano trasformate in riferimenti affettivi preziosissimi.

In base al punto da cui la si guarda, la guerra assume forme e proporzioni diverse e Brody tragicamente le vede entrambe, invasori ed invasi, uccisori ed uccisi, sono più verità impossibili da essere una, che si capovolgono di continuo, portandolo a giganteschi sforzi emotivi, mentre il suo corpo militare gli chiede solo decisione, mente lucida e chiara, autocontrollo. In poche parole quelle certezze granitiche che rendano capaci di uccidere il nemico senza dubbi o pietà.

Brody sarà costretto a scegliere, naturalmente. Ed essendo la sua una figura importantissima nella lotta al terrorismo, la sua scelta farà morti e feriti dall’una o dall’altra parte, e a noi spettatori sarà rivelata lentamente.

Brody ama fuori dalle regole, vive in maniera autentica, rappresenta il dissidio interno di chi ha visto con occhi nuovi , e che per questo non può trovare spazio in un paese in guerra.

Gli autori hanno deciso di farlo morire abbastanza presto, già alla seconda stagione mi pare, e la sua scomparsa è stato il lutto più doloroso che io potessi sperimentare per un personaggio televisivo. 
Ci sono stata davvero male (è da bambini, lo so) e non credo che ancora oggi qualche altro personaggio abbia superato il mio tenerissimo amore per lui.

Brody aveva infinite potenzialità da esprimere ancora, eppure gli autori (a cui riconosco una grandissima dose di coraggio) lo hanno eliminato, mettendo a rischio il futuro delle stagioni successive, che poi sono state tante.

Chissà, forse la narrazione della sua biografia personale, se fosse continuata, avrebbe trasformato la serie tv americana in qualcosa di diverso. L’evoluzione della sua vita non era possibile proprio per lo scandalo intrinseco che rappresentava. 
Ma, se fosse continuata, ci avrebbe magari insegnato a comprendere in cosa si traduca la vicinanza ad uomini, che mentre imprigionano, mostrano involontariamente anche le loro comunità, i paesi e le persone con cui il prigioniero lentamente diventa intimo. E poi a questi nuovi rapporti intimi vengono strappati i figli a causa delle bombe americane (ad esempio), mentre il prigioniero si trova a contemplare e ragionare su forme significative di umanità, dolorose storie personali.

Insomma, nonostante avesse tanto da esprimere, primo tra tutti la conciliazione tra due culture in guerra e una storia d’amore scomoda ed impossibile, nonostante fosse la migliore carta della serie, gli autori hanno scelto di far morire Brody. 

Forse perché questa narrazione conciliante di due paesi in guerra resta ancora oggi un tabù. 
Forse perché raccontando ciò che gli accadeva, si rischiava di patteggiare per l’una o l’altra parte.
Forse perché Brody doveva restare così, spigoloso e scomodo, misterioso, impossibile da adattarsi; non più a casa da nessuna parte.

Se la sua storia fosse continuata, noi spettatori appassionati di Homeland, oggi potremmo comprendere qualcosa in più su Silvia Romano e la sua conversione, uguale ma meno segreta di quella di Brody (io già la capisco a dire il vero).
O forse, al contrario, Silvia mi ha aiutato a comprendere finalmente Brody. 
Le reazioni avverse alla sua conversione di una certa destra, mi hanno aiutata a capire perché Brody è stato ucciso.
Nella scompostezza di alcune dichiarazioni politiche ho compreso il dilemma di fronte a cui si sono trovati gli autori.
Ed ho capito perché il mio adorato Brody è morto, lasciandomi sconsolata per lungo tempo.

Dunque ho amato Brody e voglio bene a Silvia, mi sento intimamente vicina al suo bisogno di pregare insieme a chi le era vicino, in una terra che amava; avverto come cosa viva la sua capacità di mettersi ascolto, da cui se è vero, si esce sempre trasformati. Ma la pace e l’ascolto non sempre trovano posto nel mondo e spesso sono preceduti dal giudizio aprioristico, parziale.
Io non sono tra questi e nella conversione di Silvia non vedo nulla di patologico e strano, nessuna sindrome di Stoccolma.

Suggerisco categorie nuove per capire i fatti, o meglio, nessuna categoria. Semplicemente stare, di fronte alle cose che accadono, rispettandole.