L’altalena

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Gli torna spesso in mente un ricordo

Gli torna spesso in mente un ricordo che, più di altri, occupa un posto del tutto speciale nel vasto spazio della sua mente. 

È un ricordo che, nonostante il passare degli anni, conserva intatti gli odori, il calore e quella meravigliosa luce che regala sacralità al sud. Una luce che è dono di un Dio che tenta di aggiungere fiducia al cuore di gente dal pessimismo storico. Perché al sud Dio è più grande: si sa.

Così a lui, grazie a quel ricordo che da tempo lo accompagna, basta chiudere gli occhi, per sentire l’affanno delle vecchie corse, rivedere quei giochi, ascoltare la grazia delle risa, e percepire il battito rapido del suo allora giovane cuore, colmo di gioia.

C’era una volta un parco e un’infinità di bambini, come lui, accompagnati fuori dalle mamme.

Erano domeniche bellissime, inserite in una cornice dai contorni perfetti, sostenute da un bagliore pieno; domeniche che non portavano con sé neanche l’ombra di una tristezza o di una piccolissima malinconia.

I rituali si avvicendavano, rassicuranti e sempre uguali: la riunione lungo le scale con i compagni che abitavano nello stesso palazzo, la passeggiata mattutina con le famiglie, l’arrivo al parco, la fuga in avanti distaccando i grandi, le molliche di pane lanciate ai cigni nel laghetto, il guardiano brontolone, e il suo sguardo fiducioso su una moltitudine di coetanei che disegnavano un mondo pieno di amici.

I giochi erano tanti e i bambini li cambiavano di continuo, fermandosi di tanto in tanto alla fontanella, solo per dissetarsi. Instancabili andirivieni sullo scivolo, camminate incidentate su percorsi fatti di legno, giri all’impazzata su caroselli dalle sedute circolari, la cui velocità era determinata dalla spinta delle braccia infantili che si impegnavano al massimo, costruzioni di ferro colorato su cui arrampicarsi a gara, sempre più in alto.

Il parco era immerso nel verde e i suoi alberi avevano rami robusti dai tronchi nodosi. I tre viali su cui passeggiare erano ampi e spaziosi, e in quello centrale si intervallavano rotonde bianche su cui, nelle sere d’estate, suonavano gli orchestrali, e, di tanto in tanto, gli adulti si riunivano per ascoltare qualche persona importante.

Le aiuole erano colme di fiori coloratissimi, di cui lui adorava soprattutto le viole. Erano aiuole da rispettare con prescrizioni talmente rigide, che i bambini non osavano neppure avvicinarsi per sentirne i profumi. Mentre sulle statue, poste a destra e sinistra della passeggiata che precedeva l’arrivo ai giochi, i bambini inventavano storie che ripetevano tra loro ad ogni incontro. Storie fantastiche e spaventose, eroiche e leggendarie, che restituivano vita autentica a quei mezzibusti dai volti severi, che parlavano da un passato remoto, che non smetteva di incutere soggezione e spavento.

Insieme ai suoi compagni, lui li contemplava a lungo, leggendo con cura le iscrizioni incise sul marmo, senza capirne quasi nulla. Intuivano che si trattasse di gente tanto importante quanto distante dalla loro realtà di ogni giorno, per nulla benevola di fronte agli schiamazzi e alle urla dei bambini. Quei mezzobusto raccontavano di adulti diversi. Ancor più diversi dei presidi e degli insegnanti, che pure esprimevano un’affettività simile a quella dei familiari, dei vicini di casa, e dei genitori di ogni compagno di scuola.

Erano volti di adulti inediti, che parlavano da luoghi sconosciuti. Volti che avevano contribuito a costruire la storia, o che l’avevano vissuta compiendo sacrifici impensabili e gesta straordinarie. Il giudizio che quelle statue esprimevano sui loro giochi di bambini, era di certo implacabile e rigoroso, inclemente e austero. La subalternità delle loro piccole esistenze, a cospetto di quelle statue, era indiscutibile. Nonostante questo ne erano attratti. Della stessa attrazione affascinata, per quanto priva di ogni tentativo di emulazione e probabilità di incontro, che avvertivano di fronte ai libri di storia. Quelli di cui studiavano pagine su pagine, senza rinvenire alcun segno di condivisione o somiglianza con il loro presente.

Ai piedi di quelle statue, i bambini stazionavano a lungo, sottraendo tempo ai giochi veri e propri che li attendevano. E così, senza che ne fossero consapevoli, a cospetto di ogni monumento, esercitavano il migliore dei giochi, quello che si continua a praticare anche con il sopraggiungere dell’età adulta: il gioco della immaginazione e l’esercizio della fantasia. Quello che supera il marmo e le sue incisioni, per volare sopra ogni cosa, reinventando il passato ed il futuro. E mentre lo fa, dilata i contorni del presente, ne trasforma i colori ed i segni, amplificando e alterando ogni particolare, che risulta diverso se guardato in seguito, con occhi ormai adulti.

Indicando con le dita delle mani le statue, avvicinandosi al loro cospetto per tastarne la freddezza dei materiali, i bambini riscrivevano storie personali che li accompagnavano nelle notti senza sonno. Storie che contribuivano a scrivere identità e appartenenze, e che partendo dalla irrealtà, lentamente istruivano circa i valori sociali da condividere, e i dettami etici della morale. Giacché sui moniti e gli insegnamenti, quei volti in marmo, erano del tutto in linea con ciò che ogni adulto, in quel piccolo loro mondo infantile vissuto con spirito comunitario, andava ripetendo; anche se i bambini, per il momento, non riuscivano a sperimentarne la convenienza in alcun modo.

A loro piaceva il vento in faccia e la faccia quando diventava sudata. Un sudore che compariva mentre si stava vivendo il momento migliore della giornata, quello in cui ogni timidezza tra coetanei era svanita, e ci si sfrenava insieme, incuranti di ogni limite o imposizione.

La curiosità e le voglie forti che custodivano in petto, reclamavano spazi di autonomia e sperimentazione. Ciò che gli adulti affermavano, e le statue di marmo sembravano voler amplificare, non aveva diritto di cittadinanza nella vitalità dei loro cuori, che, per quanto fossero interessati alla vita segreta di ogni monumento, restavano sempre in preda dei loro desideri collettivi e personali.

Lui e i suoi amici, sapevano perfettamente cosa fosse la gioia vera, il bisogno irrefrenabile di essere vivi e stare sempre insieme. Un particolare che gli adulti avevano probabilmente dimenticato, attenti com’erano alla messa a punto continua e perfettamente applicabile, del giusto senso della misura.

Nel parco c’erano sempre gli stessi chioschi, forniti di ombrellone e qualche sedia di plastica, da cui si acquistavano gazzose e sacchetti di patatine.

Gli alberi perdevano una grande quantità di ghiande, di cui lui e i suoi amici si riempivano le tasche. Mentre a sinistra della parte iniziale, erano fermi i lavori per il rinvenimento archeologico di alcuni ritrovamenti, che sembravano non interessare a nessuno.

Sulle panchine, lungo i viali, la gente sedeva godendo dell’ombra, delle chiacchiere, dei silenzi, e delle risate provenienti dei figli degli altri. Le giostrine erano scarse, ma un giro di pochi minuti era il premio ad una settimana di buone maniere.

In quei viali, i più piccoli imparavano ad andare in bicicletta, mentre quelli che già sapevano farlo, sfrecciavano rapidi incitandosi tra loro. Attaccati saldamente alla parte posteriore delle bici, stavano ragazzini sui pattini, che usufruendo della pedalata altrui, amavano il brivido della vibrazione che l’asfalto procurava a tutto il corpo, fino su ai denti. 

Su ogni cosa e su ogni uomo, si allungava il cielo, con la sua infinita distesa di azzurro. Un cielo che regalava benessere a buon mercato, a tutta la gente del popolo che non poteva permettersi nient’altro. 

Ben fisso nella sua mente, c’era anche il ricordo di quello che veniva chiamato il Boschetto: un luogo segreto al limitare del parco, in cui perfino agli adulti era proibito inoltrarsi.

Il boschetto sarebbe stato un luogo perfetto per passeggiare all’ombra di alberi dispensatori di ombra, e fingere di non essere in una città di pianura, bensì in collina, se non fosse stato per quella tendenza, tutta umana, ad assommare i nascondimenti alle cattive azioni.

Non si sa quando questa annosa diffidenza, nei confronti del luogo naturale, sia iniziata. Fatto sta che le voci su ciò che tempo prima era accaduto, in quei sentieri angusti riparati dalle fronde, lo rendevano uno spazio proibito, quasi fosse stato un castello solitario in cui ancora si ode il cammino delle anime dei morti.

Lui e i suoi amici non vi entrarono mai, limitandosi a sostare nella sua parte anteriore, in quella piazzola con il laghetto e le fontane in cui ci si tratteneva, alla fine della mattina. Quelle in cui i genitori stanchi, seduti sul muretto che costeggiava le acque, continuavano a ripetere che bisognava andare, e che di lì a poco il custode li avrebbe cacciati, perché era ora di pranzo, e toccava tornare a casa in tutta fretta.

Era un intermezzo che assomigliava ad un limbo, quello che precedeva il rientro a casa per il pranzo domenicale. Un tempo in cui i moniti restano parole a vuoto, e la complicità tra disobbedienza e prescrizione si fa sottile, mentre tutti sorridono e nessun adulto ha voglia di comandare per davvero.

Lui rammenta bene i moti sfrenati, girando in cerchio nel piazzale, rincorrendosi per acchiapparsi di continuo. Rivede le sue corse con i compagni nei viali e intorno alle aiuole, i tentativi di imbucarsi nuovamente nel cancello del parco giochi che stava per chiudere; il custode che, per compiacere i grandi, metteva su un’espressione da uomo cattivo. Sente ancora tutti gli odori e il respiro pieno di affanno.  Il rossore di allora, sembra di nuovo scaldargli le guance. Percepisce la luce forte dritta in faccia, una luce che assottiglia lo sguardo.  

Quando tutto finiva e si percorreva il viale sulla via del ritorno, i bambini si inginocchiavano a raccogliere ghiande, con cui avrebbero continuato a riempire le tasche dei loro cappotti.

Se lui rallentava e restava indietro, perdendo il passo dei grandi, le mani della mamma si tendevano all’indietro, senza che lei voltasse la testa per guardarlo.

I palmi si aprivano e si chiudevano, come farebbe un ciao infantile. Invitavano lui e i suoi fratelli a prenderle, come un richiamo muto, un segnale convenzionale amorevole e segreto, a cui era difficile resistere.

Lui, festoso, allungava il passo e riguadagnava la strada, allacciando le sue mani in quelle di lei.  Lei che, per quanto mancante potesse considerare la propria vita, restava comunque il centro del suo mondo, piccolo e meraviglioso.

Del rientro a casa e del pranzo domenicale, invece, non gli è rimasto alcun ricordo. Al contrario di quello che, oggi, descrive come il suo momento speciale. Il momento in cui l’emozione vissuta supera la portata del cuore, incidendolo come farebbe un coltello su un vecchio albero.

Il Momento speciale

Il momento speciale arrivava quando, di nascosto, riusciva a salire sulle altalene vietate ai più piccoli, che si trovavano nell’angolo finale, a destra del parco. 

Erano due, belle, grandi e pericolose. 

Oggi che è un uomo, potrebbe ancora disegnarle, tanto bene le ricorda.

Andavano molto in alto, e da lassù, lui si sentiva audacemente vivo.

Circolavano leggende nel minuscolo, seppur folto, passaparola infantile. Leggende che, lungi dal ridurne il desiderio, ne alimentavano il richiamo.

Si diceva che un bambino fosse morto, sbalzato all’indietro dalla potenza del lancio, e che un altro si fosse perso, mentre con i piedi era ormai vicino alle nuvole.

Lui non poteva esimersi dalla seduzione che emanava su di lui quell’altalena che gli appariva immensa. Così, anche quando non riusciva a salirci, la adorava da lontano, sognando un’avventura magica a pochi metri da casa.

Se poi ci saliva, la sua gioia raggiungeva stature inesplorate, rese ancor più piacevoli dalla fugacità dell’attimo, poiché la sua mamma, dopo alcuni minuti che a lui parevano lunghissimi, densi com’erano di vita propria e prepotente, già lo scopriva, intimandogli di scendere mentre era lontana, ancor prima di raggiungerlo, con gesti ampi ed allarmati.

Ma quando era su, con il vento in faccia e lo sguardo che ammirava il mondo che si allontanava e si avvicinava rapidamente, spingeva vigorosamente con le gambe, usando la gran parte delle sue forze. La gran parte, ma non tutte. Riduceva di poco lo sforzo, temendo il mistero. Non sapeva cosa sarebbe stato di lui, se fosse riuscito a volare fino al cielo.

Se dovesse raccontare oggi la sua indomabile passione per quell’altalena, parlerebbe di vertigine e di fuga dalle cose. Direbbe della possibilità concreta di evadere dalla terra e dal mondo, nel modo in cui è stato ordinato dagli altri. Una possibilità sperimentabile in autonomia, senza la presenza di un adulto alle sue spalle, pronto a dargli il ritmo spingendogli la schiena, stabilendo così l’altezza giusta da toccare. E quindi la dose di emozione oltre la quale si sarebbe dovuto fermare.

Le altezze, ecco. Parlerebbe anche di queste. Della possibilità di superare il prescritto, e del piacere che avrebbe regalato la disobbedienza. Oh si! Se la disobbedienza si traduceva nella potenza di quello scatto verso il cielo, lui avrebbe disobbedito sempre! Cominciava ad intuirlo. Perché accettare regole stabilite esternamente, se davanti ai suoi occhi un mistero più grande offriva scenari di splendore, che gli adulti non sapevano vedere? 

L’altalena lo portava in alto, e in quella salita era nascosta una gioia che, nella vita adulta, avrebbe ritrovato nei viaggi, nel sole in faccia mentre l’auto su cui era seduto sfrecciava veloce, inondata dalla musica che proveniva dallo stereo; nel fischio del treno che partiva portandolo lontano da casa, quando con la mano salutava la famiglia dal finestrino, e la tristezza tutt’a un tratto svaniva. 

La stessa gioia della salita che era nascosta nei primi baci, nell’incedere dei primi e dei secondi amori, quando sfiorando le labbra dell’altro, il suo corpo scopriva il fremito, e la visione fantastica imponeva il dominio su ogni cosa, laddove il cuore imparava il suo importante ruolo da protagonista, e l’anima si illanguidiva, rallentando ogni gesto.

Una gioia che avrebbe ritrovato in ogni inizio, in ogni arrivo della primavera, in ogni minuto di luce rubato all’inverno, e nella fierezza del suo corpo, in quelle rare volte in cui sapeva sentirsi forte.

Nel digiuno, nell’autocontrollo e nella sua perdita. Negli abbracci in discoteca, stretti tra la folla, e in ogni alba sulla spiaggia che la sua mente ricordi.

Col diminuire dei giorni vissuti insieme agli altri, e con l’impiantarsi della solitudine, la tensione alla salita prese la direzione della ricerca di Dio. E anche questa aspirazione all’ascesa trasudava emozione, giacché nell’età adulta lui, Dio, lo ritrovava in ogni cosa: nei muretti a secco lungo la strada verso il mare, che raccontavano un avanzo di storia degli uomini, e negli stormi che disegnavano strane forme nel cielo d’autunno, quando, a guardarli, non si poteva non credere nell’esistenza di un grande regista che, lassù in alto (o forse invisibile al suo fianco, con i piedi ben poggiati sul suo stesso terreno), stesse orchestrando ogni cosa. Lo riconosceva nel luccichio mattutino del mare, e nelle azioni delle persone quando sanno operare insieme. Lo sentiva mentre, da solo, si spingeva al largo per fare un bagno, e d’improvviso udiva i suoni attutirsi per fare spazio ad una fusione che metteva paura ed emanava splendore. Gli occhi al livello del mare, il respiro armonioso che soffiava nell’acqua, come se da uomo potesse trasformarsi in animale. Guardava in lontananza i corpi degli altri farsi sempre più piccini, fino a farli sembrare il risultato di un artificiale gioco delle parti: un’invenzione.

La libertà e la potenza della sua vita infantile così come la ricordava, mentre con ogni forza spingeva sull’altalena, gli insegnarono tutto. Erano lezioni diverse da quelle dei grandi. Gli svelarono ribellioni, volubilità, appetito per la vita. Furono il pozzo chiaro da cui attingeva nei momenti bui, quando l’aspirazione a cadere e l’ostinazione a non volersi rialzare, gli rendevano ogni giornata impraticabile. 

La gioia spensierata dei primi anni è un esercizio da mandare a memoria. Perché l’ebrezza che portano con sé i desideri realizzati e quelli da realizzare, riesce a nutrire ogni uomo per sempre. Se non si ha contezza delle ore felici, ogni cosa è perduta. Perché quelle ore non sono immagini, ma il motore dell’intera esistenza.

In quelle mattine domenicali della sua infanzia, col corpo che spingeva forte sull’altalena, il suo inarcarsi e il dondolarsi, gli insegnarono l’amore, di cui solo più tardi conobbe la potenza.

Il fascino della discesa, invece, era diverso. Segnava una raccolta in sé stessi ed un richiamo alle armi, un censimento di forze, la possibilità di fermarsi e la scelta di ripartire. La caduta.

Lui si chiudeva, si ingobbiva, si inarcava, si riapriva e volava. Il cielo era sempre lì ad attenderlo. Le leggende circolanti nel passaparola infantile, quelle che riferivano di bambini feriti o ragazzi perduti, regalavano uno spessore fatato ai suoi giochi. 

Lungi dal fermarlo, le storie di quelle vite segnate dalla velocità, aprivano spazi incantati. Spazi soffici e luminosi, al confine con l’orizzonte conosciuto. Spazi pieni di relazioni autentiche, basate su quanto di più vero potesse immaginare.

Percepiva il superamento del limite. E sapeva che unicamente fuori dal limite iniziava la verità. Pur essendo un bambino, ne era certo.

E se la componente sordida del boschetto non esercitò mai influenza sulla sua formazione e la sua vita, la possibilità del volo e della caduta, insieme al brivido dato dalle altezze, continuarono a condizionarlo, consolidando un dinamismo ed una propensione, su cui si formò una personalità instabile. 

Occorre essere attenti riguardo i giochi preferiti dai bambini, se si vuol intuire qualcosa riguardo il loro futuro.

Nei giochi segreti dei bambini è nascosta un’attitudine

Nei giochi segreti dei bambini è nascosta un’attitudine, che solo più tardi, nell’età adulta, verrà più o meno consapevolmente coltivata, anche se talvolta in direzione opposta rispetto al luogo intimo che le ha dato la luce. 

È come se ogni bambino custodisse un seme, svincolato da ogni sorveglianza, a cui, con gli anni, diventerà obbligatorio prestare orecchio, per coltivarlo con devozione e costruirci qualcosa intorno. O, se lo si nega, per subirne l’evoluzione imprevista, ignari del perché si sia giunti a quell’evolversi dei fatti. 

Si diventa il contrario di sé stessi quando si calpesta il seme. Accade quando se ne rifiuta il valore. E accade se si sconfessa il sito di provenienza di quell’impulso che arriva dal profondo, e che quando è calpestato, può senza tema demolire tutte le costruzioni borghesi.

La differenza nella direzione (diritta o inversa) o nella potenza del seme, che può farsi costruttrice o distruttrice, la farà il riguardo con cui si è trattato quell’impercettibile granello d’identità, che è custodito nel buio di cui vive ogni segreto. Una differenza a cui contribuirà l’ambiente intorno, se lo ha rispettato, insieme alla superficie vitale che gli è stata accordata. La possibilità del respiro sereno e dello sguardo accogliente, contrapposto allo spazio chiuso e autoritario, in cui ad alcuni è stato intimato di restare fermi.

Così, a coloro che hanno teso senza posa alla obbedienza, può venire riservata una vita di rivolta, abitata da una spinta all’autosufficienza che reclamerà diritti e cittadinanza. Alle bambine innamorate, incantate dal miraggio di infiniti giorni da sposa, il fato regalerà avventure travagliate e prove da superare, fino a quando in quel miraggio, e dopo essersi misurate con le proprie forze, non ci sarà più spazio per l’altro, ma una stanza separata per sé sola. 

Dalla irrequieta, il fato, pretenderà il silenzio, mentre a quella più fragile imporrà malanni, fino a che il suo corpo non sarà trasmutato in quello di una guerriera.

Ai bari una ascesa di successo, ai negletti giorni da studioso; alle regine di bellezza che hanno indugiato nella scelta, un paio di figli da allevare in solitudine; alle spensierate la tristezza e alle solitarie la solitudine. Agli introversi la conversazione brillante e ai brillanti la chiusura dei migliori orizzonti. Ai bellissimi la caduta precoce, ai brutti un fascino singolare.

L’attitudine umana che vive di segreti e assomiglia ad un seme, è stretta amica del fato, e continua da millenni a governare gli animi di cui è regina incontrastata. E sebbene in tanti la indaghino, in una disciplina chiamata Educazione, tale attitudine segreta mantiene il suo peso e la sua indipendenza. Padrona di ogni cuore, utilizza le variabili con cui costruisce storie sulle scelte più piccole.  Edifica fragili dimore sulle valutazioni rapide. Soffia venti di tempesta sulle azioni meditate a lungo, strette tra paure e ripensamenti. Mantiene la pace nelle residenze dei minori.

Il seme solitario che vive di segreti, in lui, si formò sul gusto per quell’altalena, che nel suo ricordo rimase grandioso. Un gusto che si tradusse nell’attrazione per le compagnie instabili, con umori collettivi che oscillavano di continuo. Era certo che non sarebbe stato difficile ottenere tutto e subito, perché se un semplice scatto in alto generava la matrice di ogni felicità, quella stessa matrice, lui, avrebbe saputo riafferrarla con una sola emozione.

Fu un adulto poco interessato alle conversazioni in cui nessuno si svela, e alle compagnie che beneficiano della reciproca sicurezza. La stabilità ricercata dalla massa dei coetanei lo lasciava indifferente. Aveva attaccato addosso il languore per il viaggio e il gusto per l’inatteso. Voleva la crepa sul mondo che gli altri non vedevano e in cui lui, invece, non faticava ad entrare. Era una crepa d’accesso a dimensioni inesplorate, lontane mille miglia dalle case e dai matrimoni. 

La trovò al ritorno da un concerto e nella condivisione di una stanza. Nei mucchi di libri posati sopra i tavoli. Nella possibilità di essere soli e lontani da casa. In quella volta in cui fingevano di essere grandi. Nella gente diversa che portava sulle spalle il peso di nuove storie. In ciò che era anticonvenzionale e nella bellezza dei volti con cui tutto poteva cambiare. Negli amori improvvisi. Nell’insofferenza per ogni cosa che, per quanto alternativa fosse, reclamava comunque di prendere una forma. 

La fiducia nei coetanei e nel mondo, era identica a quella che sentiva da bambino, e nonostante le delusioni, la custodì come il più grande dei tesori: come il pozzo chiaro da cui attingere ogni speranza.

Questo continuo volare ed atterrare, e questa intolleranza per la costruzione delle cose che, per quanto inedite, reclamavano un profilo, col tempo diedero vita ad una facile distruttività, che nei primi anni lo fece sentire libero di fare e disfare, mentre volava via veloce sulla testa degli altri che lo inseguivano, lo reclamavano mentre se ne stavano con i piedi ben piantati per terra.

Col tempo, il saliscendi di quell’inclinazione si guastò, trasformandosi in spinta cattiva, che aveva smesso di produrre visioni migliori da quelle in cui gli altri si erano accomodati, e da cui, con il sopraggiungere degli agi, fabbricavano il mondo.

Il volo e la caduta, con gli anni, determinarono il sorgere di ciò che reclamava stabilita ed una sola altezza. E ciò che reclamava stabilità ed una sola altezza, divenne un paesaggio che si fece sempre più lontano. 

Nessuna mano amica lo reclamava, pregandolo di scendere.

La sua posizione appariva sempre più alta, e poi sempre più bassa.

Il basso prese a fare un rumore a cui prima non badava, e nelle discese non c’era più nessuno che seppe fargli compagnia. 

Mutarono gli incontri e l’invenzione fantastica dentro cui erano immersi. 

La certezza di una seconda o millesima possibilità, rappresentata dall’amore diffuso, e dalla mano tesa di chi avesse voglia di camminargli accanto, semplicemente svanì.

Dei giorni tra le altezze rammentava il cielo, e i pomeriggi trascorsi a confidarsi la forma delle nuvole. Ricordava mille strade e poi una sola: la stessa di sempre. Vedeva i corpi degli amici sulle scalinate, il silenzio degli appartamenti mentre ognuno leggeva il suo libro. Il giorno che cambiava e la città che brillava, animata da mille cuori che erano uno. Rievocava l’imprevisto e le tante storie da commentare. Le chiacchierate, le confessioni, le corse in auto per rivedere più volte lo stesso concerto. Le notti in spiaggia, le albe con i piedi in mare, e le cene insieme mentre l’amore si espandeva da ogni parte.

Continuava ad amare la luce del giorno. Perché la sua passione iniziale per le altezze si era consumata di mattina, e quelle ore gli furono sempre le più care.

Odiava la notte e temeva le auto, con i loro imperscrutabili rumori di cui al buio non indovinava la provenienza. Rinasceva ad ogni alba e si chiudeva ad ogni notte. I suoi sogni erano in guerra, e per questo fu sempre obbligato alla veglia.

Dei cari e noiosi adulti che gli indicavano il ritmo giusto della spinta, rimase qualcuno. E furono loro a recuperarlo, quando dopo le ultime discese non fu più in grado di risalire.

I paesaggi contemplati dall’alto dell’altalena, con l’età adulta persero splendore. E l’infinita gamma di possibilità, che la crepa nel mondo sembrava mostragli, tutt’a un tratto si chiuse. 

Gli prese la voglia di andare più piano, e qualche volta perfino di scendere.

Riconsiderò i suoi gusti, e guardandosi intorno vide mille altalene migliori della sua, in quelle stesse vite che, pur avendone avuto la possibilità, si era rifiutato di costruire.

Si sentì ridotto ad un bambino dalla vista corta, che non aveva saputo riconoscere il punto esatto da cui toccare il cielo.

Ai suoi compagni accadde lo stesso. Almeno a quelli tra loro che non ebbero la forza di andare lontano.

Col confronto, si accorse che il suo era un gioco da poco, nonostante gli fosse parso il migliore. Un gioco paragonabile a quello dei topi che girano nella ruota. Anche loro, come lui, spingevano forte sull’acceleratore, senza accorgersi che il bisogno delle emozioni aveva messo da parte l’importanza dei luoghi in cui correre.

Da allora in poi, e per sempre, si sentì il bambino che rientrando a casa lungo i viali, cerca insistentemente il calore delle mani. Le meravigliose mani della mamma che aprendo e chiudendo i palmi lo invitavano al contatto.

Accanto all’altalena, lo imparava ora che era un adulto, c’era un secondo gioco segreto che nella sua esistenza aveva governato ogni cosa. Il gioco dell’allaccio a quelle mani che ordinavano il mondo, asciugandogli il sudore e decidendo quanto peso delle ghiande le sue tasche avrebbero potuto sopportare.

Invece di crescere aveva solo scherzato, in una vita che era la parabola perfetta delle sue domeniche nel parco. 

E così, ora che gli anni erano trascorsi e i giorni alle sue spalle erano di numero maggiore rispetto a quelli che aveva di fronte, avrebbe avuto voglia di ritornare a casa con lei, nell’istante successivo alla corsa e alla presa delle mani tese: l’istante in cui la mattina all’aperto finiva, e i suoi passi, insieme a quelli della mamma, si facevano affini, muovendosi in un solo ritmo, mentre guardavano le aiuole e dolcemente si raccontavano.

Lei gli aveva insegnato ogni cosa e le sue lezioni ora si erano fatte leggibili. Tutto si semplificava, e il suo animo si placava, nonostante il fato lo avesse costretto ad una vita inquieta per eccesso di disobbedienza.

I suoi ultimi anni furono quelli del lunghissimo rientro a casa, mano nella mano con lei, guardando i coetanei che ancora si affannavano alla vita, e le aiuole colorate che insegnavano a riconoscere la bellezza. 

Lei era con lui e insieme rientravano. 

Trovava dolce guardare la vita degli altri mentre la sua si incamminava verso la fine.

Fu una fine che durò anni e che chiameremo inclinazione.

Di quelle domeniche perfette in famiglia, erano due le leve segrete che avevano inconsapevolmente governato la sua esistenza. Solo ora lo capiva. Erano l’ebrezza del volo e la dolcezza del rientro.

Sarebbe stato giusto se le altezze fossero state minori e se il rientro fosse durato solo il tempo di un respiro. L’ultimo. Ma non fu così.

Il volto di lei benedisse ogni sua azione, con la grazia di chi abita un luogo armonioso nel mondo. Sapeva di essere guardato anche quando lei sparì, e quella passeggiata per il rientro divenne il solco imperscrutabile della sua esistenza.

Un solco che era una strada bene indicata, ed una pace che derivava dalla presenza di qualcuno che aveva messo in ordine ogni segnale.

Tra l’azzurro e la polvere

Tra l’azzurro e la polvere, negli opposti di quegli istanti, consumò l’esistenza. 

Un volo adorando la vita e un tonfo desiderando la morte.

Col finire della giovinezza, furono solo cadute.

Cadute accompagnate dall’insensatezza e da un vuoto che faceva saltare in aria le lancette dell’orologio, annientava il ritmo delle giornate, che si trasformavano in laghi oscuri privi di contorno, senza fine né principio.

Un tempo il dondolio era condiviso e per quanto il continuo moto lo indebolisse, la fatica era ricompensata dal sentire esclusivo di quella esperienza, vibrante di una corrente comune.

Parlavano del mondo visto da lassù e di come si sarebbe potuta diffondere la bellezza. Sperimentavano rituali e forme d’arte, sottolineavano pagine e discutevano per ore, affrontavano temi, scavavano a fondo il loro animo per organizzare un flusso indistinto di emozioni che li rendeva instabili e nervosi.

Cercavano un inizio ed una fine al loro mondo interiore e giudicavano degno ogni sforzo personale di comprendere. Si sentivano estranei ai coetanei di cui non condividevano i simboli e i valori.

Erano uniti in un gruppo aperto ed accogliente, grazie al quale riuscivano a dare senso all’inquietudine. Immaginavano di essere in un mondo a parte, che sapeva discutere della propria differenza. Erano erroneamente certi che i loro legami fossero più intimi di quelli degli altri, gli unici capaci di toccare corde profonde, ed immaginavano che grazie quell’affinità sarebbero potuti guarire; perché tutti loro, in realtà, avrebbero voluto liberarsi di quel turbamento. 

Così si adottavano a vicenda, scambiandosi i punti di vista, i sogni e gli incubi. Si immedesimavano completamente e sapevano di essere compresi. 

Così, nonostante la fatica di crescere, era abbastanza raro che si sentissero soli.

In genere, ad un sentire grande, corrispondevano eventi piccoli, talvolta perfino irrilevanti. Per questo i loro legami erano importanti: insieme si aiutavano nella ricerca di un filo logico, così da poter convivere in un mondo interiore tanto denso.

Ma, più dei modi e dei motivi che determinavano la salita e la caduta, era il paesaggio osservato dall’alto, o dal basso, a costituire la base fondante del loro legame.

Da lassù, o da laggiù, traevano conclusioni, avvertivano cose che andavano comprese ed organizzate: sentivano il bisogno di una direzione, di una scelta tra cosa tenere e cosa scartare.

Non fu facile. Questo lavoro presenziò alla loro giovinezza e li obbligò a scelte da portare avanti anche quando le oscillazioni non erano più previste. Diventarono uomini e donne complicati, ma elaborarono forme e modi per affrontare quella stagione nuova, che forse pensavano non sarebbe mai arrivata.

Non fu semplice.

In un posto piccolo, non si possono avere pensieri grandi. 

Sebbene amassero la stessa altalena, però, le salite e le discese avevano tempi diversi. Per alcuni l’oscillazione si consumava in una manciata di secondi, come se fossero vittime di un singhiozzo inarrestabile che ne accorciava il respiro e li rendeva agitati, impossibili da normalizzare. Per altri apparentemente più calmi, le cadute erano occasionali e rovinose, proprio perché non calcolate. Erano cadute che giungevano dopo settimane di pace, e necessitavano di giornate lunghe e difficili per dileguarsi.

Per altri ancora il malessere era rappresentato dalla fine dell’estate, perché non riuscivano a far altro che abitare l’Altrove, cercando quella crepa nel muro della realtà, in cui infilarsi dentro e sognare. Sognare con la convinzione che la sospensione di norme e ruoli sociali stabiliti, potesse davvero rappresentare una condizione duratura e realistica. In fondo erano affascinati da quell’utopia utilizzata da alcune religioni, che tenevano buone le masse vagheggiando di un Buon Luogo, in cui ogni aspirazione sarebbe stata realizzabile. Per loro non c’era l’attesa di un messia, ma la tensione alla fuga, all’invenzione di possibilità inedite rappresentate da posti immaginari, in cui la sospensione di regole e convenzioni avrebbe reso possibile l’esporsi della loro vera anima. 

Concepivano malesseri grandi e un profondissimo disadattamento alla vita di tutti i giorni, che nascondevano occultando la parte autentica di sé stessi. Evolvettero in adulti difficili, poco interessati alla gente. E pensare che inizialmente si trattava di semplici ragazzini che amavano eccessivamente la vacanza e avrebbero voluto che i soggiorni al mare non finissero mai. Chissà, se fossero stati gli ultimi ad andare via dai lidi e dalle onde, avrebbero forse capito per tempo che l’astrazione è solitudine. E magari avrebbero ricercato le città, le luci ed i negozi, gli uffici, il traffico e tutta quella vita di normalità e carriere che li avrebbe liberati da ogni rimpianto. È per questo che la disciplina chiamata educazione produce falle a dispetto del tempo impiegato nei suoi studi. Perché sono davvero irrilevanti e invisibili i dettagli che fanno di una personalità, una personalità incomprensibile.

Riguardo all’evoluzione della maturità, alcuni furono oppressi per sempre da un solo sguardo. Uno sguardo che li aveva fatti sentire inadeguati e che, con l’età adulta, avevano interpretato come confronto sociale.

Erano stati bambini disapprovati, valutati con sufficienza, e che, per questo, continuavano a sentirsi ovunque fuori posto. 

Furono per l’intera esistenza quegli stessi ragazzini che sfuggivano da un padre in costante disapprovazione, e si rifugiavano nel magma incandescente delle folle.

Si sarebbero sentiti per sempre minuscoli e quel dissenso originario, si sarebbe tradotto in asocialità e disagio, scarso interesse nei confronti di gente che, ne erano certi, non li avrebbe mai considerati con attenzione.

Avevano vissuto i primi anni con la certezza di valere ben poco, e si erano abituati a questa idea di sé stessi, di certo privi di serenità ma, con il passare del tempo, privi pure di disperazione. Avevano accettato una parte di sfondo e ricacciavano indietro il dolore, quando arrivava a pretendere qualcosa in più oltre alla rassegnazione ed il silenzio. Non furono rispettati in famiglia e si bocciarono di continuo da soli, ancor prima di valutare la possibilità di accettare una sfida. Non rischiarono mai nulla, e se ne stettero per sempre in disparte, consegnando ad ogni altro qualunque scelta importante. Ultimi nelle foto, secondi nella coppia, deboli nella educazione dei figli, malvisti in ufficio. Ripetevano frequentemente le stesse frasi fatte, ben cosci di essere noiosi agli occhi degli altri. Gli bastava essere quelli accanto a cui si può star bene anche stando in silenzio, quelle figure rassicuranti rappresentate dalle vecchie nonne. E furono le donne infatti quelle colpite più di altri da questa continua oppressione dello sguardo altrui. Laddove gli altri muovevano un passo in avanti nella relazione, loro si erano già fermati da tempo. 

Col tempo persero ogni freschezza e anche la componente estetica della loro figura svanì. Cosa diventarono dunque? Se lo chiesero di continuo, desiderosi di smettere di ascoltare la voce che ripeteva quella domanda, la cui risposta era sempre uguale. Niente.

Provarono con ogni forza a dimenticarsi ancor di più di sé stessi. Ma il mondo li guardava con quel solito vecchio sguardo, così loro erano costretti a riguardarsi, e la circolarità di questa sofferenza fu metodica.

Sognavano di tagliarsi via pezzi e di diventare invisibili e lievi, vagheggiando una impossibile forma di magrezza che altro non era che assenza di consistenza e di carne. Non riuscirono mai in nulla. 

Furono tante le sue amiche così. Dei loro corpi opachi è pieno il mondo. Sono da tempo prive di quel cattivo sguardo paterno tradotto in giudizio sociale. Ma non lo sanno. 

La sua era un’anima trasversale

La sua era un’anima trasversale che accoglieva chi, per un giro di giostra, si concedeva indecisioni riguardo strade sicure che ben presto avrebbe percorso.

C’era una ragazza, alta e snella, il cui bellissimo viso scarno gli sembrò all’improvviso interessante. 

Fu come un disvelarsi reciproco, che li strappò dalle convenzioni. 

Si incontrarono dopo un primo ed un secondo sguardo (sebbene si conoscessero e giudicassero negativamente da tempo) e decisero di trascorrere insieme tutta la notte, nella casa di un amico comune.

Nei giorni successivi avevano entrambi gli esami di maturità, che poi fecero in banchi vicini, e quella loro prima notte fu come un lascito di incanto, di cui avrebbe voluto continuare a godere, ma che lei in capo a pochissimi giorni da quello, troncò.

Ricordava che quelle dolci parole e quelli sguardi ebbero luogo su un dondolo. Non un’altalena di quelle che lui amava segretamente, ma un semplice dondolo che arredava il giardino di una villa.

Si erano incontrati nella grande piazza che moltissimi ragazzi della città condividevano. Lei lo fermò. Chiacchierarono mentre lei appariva curiosa di tutto ciò che lo riguardava, e in capo ad un istante lo seguì in casa dell’amico in cui lui aveva già programmato di trascorrere la notte.

Si diressero nella villa e, a stomaco vuoto, presero a chiacchierare dolcemente. A distanza di decenni, ricorda ancora che si trattò di una bellissima nottata, con il canto dei grilli, il cielo stellato, e il rumore delle foglie, che fremevano come le loro menti.

Se dovesse dargli un nome oggi, lo chiamerebbe dolcezza. Le mani che talvolta si sfioravano per caso, il suono delle parole, gli sguardi ostili degli altri amici, seccati da quella impensata complicità che rovinava il piacere di stare in gruppo.

Il dondolo li cullava dolcemente, e se fosse andata bene, chissà, lui avrebbe potuto sostituire la lentezza e i panorami tranquilli alla frenesia della corsa.

Quell’incontro che poi si rivelò banale, avrebbe potuto attutire rigori, stemperare le categorie in cui divideva il mondo. Avrebbe potuto spiare la bellezza di stanze bene arredate che custodivano inaspettatamente cuori meravigliosi. E mani e volti che a dispetto delle differenze, avrebbero trasformato la distanza in sentimento.

Sarebbe stato bello, e per quello che riguardava lui, probabilmente, avrebbe potuto invertirne l’indole. Ma non fu così.

La notte arrivò fino all’alba, mentre il piacere dei corpi seduti accanto conservava intatta la sua bellezza. 

Fecero giorno chiacchierando e per un paio di ore, alla fine, si stesero anche vicini, nella mansarda accogliente posta al piano superiore di quella casa ospitale e senza genitori.

Si stesero tutti insieme, utilizzando lettini e tappeti, laddove fosse necessario.

Il sopraggiungere del giorno pieno trasformò ogni aspetto magico in momento ordinario, e mutò tutto. E sebbene lui continuasse per settimane a ricordare la dolcezza di quelle ore, la reciprocità, di fatto svanì.

Per lei si era trattato solo di uno sguardo dentro il mondo di quelli che considerava strani. Una sortita vacua che aveva soddisfatto il capriccio di un momento.

La dolcezza degli sguardi e i toni pacati delle voci, per lei, non avevano significato nulla. Solo per lui era stato importante, tanto che ne ricorda il calore e la delusione che ne seguì.

L’amicizia con gli altri restò varia e bellissima a dispetto degli anni, che furono tanti, perché la sua giovinezza durò a lungo. Col passare del tempo le luci più scintillanti si spensero, è vero. Ma al contrario delle sporadiche sortite dei benpensanti, lui e i suoi amici furono accumunati da un segno che paragonarono ad un albero, che se pure cresce in rami distinti, mantiene per sempre insieme il tronco e le radici. Loro erano tronco e radici. Lo restarono nonostante tutto. Almeno quelli tra loro che l’altalena infantile l’avevano interiorizzata per davvero.

Alcuni presero brutte vie. Incapaci di volare con i libri e con lo studio, ricercarono l’astrazione nelle droghe, con cui smisero prestissimo di innalzarsi, cadendo di continuo nel fango.

Se li ricorda ancora e rammenta che ben presto li giudicò distanti. Perché essere a proprio agio nella bruttezza in cui stavano immersi, significava essere altro.

La bella che cade nelle trappole peggiori, il figlio di nessuno che si rialza dopo un viaggio all’inferno, la droga che accorcia le distanze unendo chi si era disprezzato

Non trovò mai affinità con i viaggi artificiali. Era stato bambino dentro un ambiente pulito e sorridente, perché l’abiezione potesse contagiarlo.

Il suo nero fu sempre e solo quello dei sogni, che invasero le sue notti. E per questo ricercò la veglia. Ne aveva bisogno per opporsi all’oscillazione che lo tormentava.

Cercava l’amore. Un amore che lo chiuse e lo spense, portandolo distante da quel crocevia di tumulti e insofferenze che avrebbero finito per logorarlo.

L’amore spegne tutti in quella particolare parte di sé. Almeno in quelli come loro che non sapevano tenere insieme allegria e fermezza.

Con l’amore abitarono dentro muri che avrebbero dovuto contenerli. E i muri divennero un paesaggio solitario che rendeva monotono il pensiero.

Naturalmente questa storia è stata la sua, e racconta quella particolarissima forma di oscillazione che, per rallentare, pretese lo svuotamento dell’identità personale. Altri seppero farne gaiezza e mestiere, perché della loro altalena erano i padroni, e ci stavano bene su, in grado di dominare il gioco. Poterono scendere e risalirci al volo, se si trattava di godere. Ma già dall’inizio avevano innato un quadro che divideva il futuro dal presente, e in questo quadro sceglievano, ben sapendo che si trattava solo di svaghi della giovinezza. 

Scelsero le città, i lavori e le amicizie adulte. Seppero stare con i capi trasmettendo sicurezza e buon umore. E seppero insegnare e vendere, incamminandosi nell’età matura come chi non porti dentro alcun segno, né trauma, alcuna sorpresa per ciò che si è diventati. Erano svegli e saggi, e sapevano tutto molto prima che cominciasse. 

Quelli come lui no. 

Quelli come lui avevano creduto che quel sentire sarebbe stato duraturo e condiviso per sempre.

-continua-