«Il mio ricordo del primo Covid a Foggia». 10 domande a Livio Tullo

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10 domande a Livio Tullo, responsabile Uos Terapia Intensiva Policlinico Riuniti di Foggia.

Tullo, dopo tanti mesi difficili, com’è oggi la situazione nel nostro ospedale?

È una situazione che esige ancora, e da molti mesi ormai, un impiego non indifferente di mezzi ed energie. Al di là del numero dei posti letto occupati, osserviamo una fluttuazione minima di quelli liberi nelle terapie intensive, circa 1-2 al giorno, a fronte di quelli occupati che sono oltre 30, dato questo che non accenna a ridursi da diverse settimane. Anzi, abbiamo dovuto affrontare fasi in cui neppure un posto letto era disponibile per nuovi ricoveri, al punto che è stato necessario circa un mese fa utilizzare una ulteriore struttura campale di Terapia Intensiva che era stata precedentemente attrezzata, proprio in previsione di un incremento esorbitante della richiesta di ricoveri in Terapia Intensiva. Timidi accenni ad una lievissima flessione dei ricoveri non ci autorizzano assolutamente ad abbassare la guardia. Non oggi almeno. La segreta speranza è di vedermi smentito nel più breve tempo possibile.

Livio Tullo

Quanto è variata l’età dei ricoverati? E la loro sintomatologia?

L’età media si è decisamente spostata verso decadi più basse, e questo anche per una riduzione di pazienti appartenenti alle fasce dei soggetti più anziani che hanno avuto la precedenza nella somministrazione del vaccino.

Tutti i malati riescono ad essere curati o siamo in affanno?

Tutti i pazienti ricevono il massimo delle cure possibili. Nessuna delle opzioni terapeutiche viene risparmiata, l’impiego di tecnologia diagnostica, di supporto delle funzioni vitali, di princìpi farmacologici è a dir poco gigantesca. E non posso non citare la straordinaria abnegazione del personale che si è dedicato alla cura di questi pazienti quasi senza soluzione di continuità da oltre un anno. 

C’è mai stata a Foggia quella necessità di scegliere chi curare di cui a volte hanno parlato i mezzi di informazione?

Spendo qualche parola in più su questo argomento, perché mi rendo conto che crea una forma di ansia generalizzata che allo stato attuale deve trovare una adeguata collocazione.

Tutto il sistema delle Emergenze è fondato sul principio delle Priorità, del mettere ordinatamente in fila ciò che è più urgente verso ciò che lo è meno. Altrimenti tutto viene travolto dal caos. Il risultato sarebbe la paralisi completa. E questo principio vale tanto più quanto in questo momento ci stiamo riferendo ad esseri umani, cioè persone, e non cose. Procedere medicalmente secondo il principio delle priorità è possibile solo se gli operatori che svolgono questo compito sono professionisti con altissimo profilo di competenza. E questo è stato ed è certamente garantito nella nostra come in altre realtà del nostro paese.  Confondere questo lavoro di estrema complessità, che richiede spesso anche consulti tra diversi specialisti di alto profilo, con il semplice decidere “chi salvare e chi no” è demagogico e fuorviante. Né va sottovalutato il rischio di creare una frattura, una distanza incolmabile tra il personale sanitario e i pazienti, laddove si incrinasse la fiducia nel principio suddetto. E voglio anche sottolineare che il percorso decisionale adottato nella gestione delle situazioni in cui vi sia una esorbitante richiesta di cure, non ha nulla a che fare con la categoria dell’accanimento terapeutico che spesso sento tirare in ballo in maniera del tutto spropositata circa grossolane ed arbitrarie decisioni di smettere di curare un paziente per far spazio ad un altro. Vere e proprie ferite alla dedizione che viene assicurata ai nostri pazienti, non di rado a carico anche della nostra stessa salute.

In quali ambiti ci registrano le situazioni più difficili? Quanti reparti sono diventati reparti covid?

Le situazioni più difficili riguardano per forza di cose i settori di prima linea nella gestione delle ondate di richiesta di assistenza, in cui naturalmente è più arduo effettuare previsioni circa l’entità di impegno che sarà richiesta nell’arco della giornata lavorativa, in cui il picco di richieste può avvenire ina qualsiasi ora.

I reparti diventati covid non sono pochi, mi riferisco alle Malattie infettive, le pneumologie del D’Avanzo, l’endocrinologia, la reumatologia, parte della nefrologia, una unità di covid chirurgico, la gastroenterologia. Questa trasformazione ha creato una linea di difesa di tutto rispetto, senz’altro adeguata alle proporzioni della nostra popolazione. Almeno finora.

Come le sembra la metafora della guerra per parlare della pandemia? 

Certamente sul piano lessicale le somiglianze sono molte, ed anche l’aspetto semantico presenta notevoli punti di contatto. Se si pensa poi che il principio della scala delle priorità, e tutto il cosiddetto Triage, è direttamente mutuato dalla graduazione dei feriti sul campo di battaglia, le assonanze aumentano. La dimensione umana però è totalmente differente, le motivazioni che sottendono l’immenso dolore (che è il tributo più significativo delle due condizioni) non mi sembrano paragonabili.

Da 14 mesi a questa parte quale è stato il periodo più difficile per il nostro ospedale?

I periodi più difficili sono stati quelli in coincidenza con il rialzo dei contagi. Questo perché si è dovuta assicurare l’assistenza ai pazienti e contemporaneamente affrontare tutte le operazioni di allestimento di nuove unità operative, adeguamento di spazi e attrezzature di elevata sofisticatezza tecnologica, con trasferimenti di materiali, farmaci e documentazioni di ogni genere. Un lavoro immane e senza sosta. All’esterno in pochi conoscono questa realtà che ha dei tratti di eroismo, e lo dico senza presunzione.

C’è un momento particolarmente brutto che le è rimasto impresso nella memoria? E uno bello? Può raccontarmeli?

Nella mia memoria personale molto banalmente il momento più brutto è stato quando durante una tranquilla guardia notturna, sono stato chiamato in consulenza per valutare il primo malato di covid-19 in assoluto, ricoverato nelle malattie infettive del nostro ospedale. Erano circa le 22:00 del 5 marzo 2020. La paura dell’ignoto. Mentre mi avviavo, mai mi è sembrato più buio il tragitto che separava i due reparti, che in realtà ho verificato poi essere illuminato a giorno anche durante la notte. 

Il paziente era un simpatico signore che mi accolse per la verità con un sorriso un po’ incredulo, in quanto non si sentiva poi così tanto male e non capiva come mai ci fosse tutto quell’interesse nei suoi confronti, e quel movimento di medici mascherati, imbustati, che si spruzzavano alcool sulle divise di continuo. 

Lo trasferimmo nella nostra unità di Terapia Intensiva due giorni dopo, avremmo imparato anche noi a capire quanto subdoli fossero i sintomi iniziali di questa malattia, apparentemente lievi a fronte di una gravissima obiettività radiologica e di alterazione degli esami del sangue. Il simpatico signore condivise molti giorni con noi, ma poi fortunatamente tornò a casa guarito.

Le esperienze più brutte per tutto il gruppo di lavoro sono indubbiamente legate al decesso di tante persone, curate magari per lunghi periodi, persone con cui abbiamo comunicato e anche scherzato per giorni prima che si aggravassero, venissero intubate per poi non tornare mai più a vivere. E ancora intere famiglie letteralmente dilaniate, i cui componenti erano ricoverati in contemporanea in reparti molto distanti tra loro, che chiedevano disperatamente notizie dei loro congiunti. 

La palma del momento più bello va senz’altro ad un episodio di cui peraltro diversi mesi fa si sono interessati anche i mezzi televisivi di comunicazione: una proposta di matrimonio fatta attraverso le vetrate dell’ospedale da un fidanzato evidentemente coraggioso al risveglio della sua compagna ammalata, dopo un decorso drammatico e lunghissimo.

Come vede il futuro prossimo? E mi riferisco sia a questa estate che al prossimo autunno.

La bella stagione crea condizioni di vita all’aperto che indubbiamente ostacolano la trasmissione del virus. Questo è un dato che insieme all’uso della mascherina, semplici regole di distanziamento facilmente ottenibili con la bella stagione, rende sicuramente più difficile la vita al virus. Ma attenzione perché non cambia la sua biologia. Non in tempi brevi. E laddove si verifichi il contagio il potenziale patogeno resta inalterato. Il vaccino resta per ora la pietra angolare per il ridimensionamento del fenomeno.

Cosa direbbe alle persone che hanno avuto la fortuna di non essersi mai contagiate e che ora si apprestano a vivere con minori restrizioni?

Vita all’aria aperta, tanta, perché anche la mente ha sofferto non poco quest’inverno. Non dimenticarsi mai delle regole della prudenza, ormai tutti sanno come si diffonde il contagio. Sappiamo bene quanto la mascherina, il lavaggio delle mani, il distanziamento siano efficaci. Prima o poi con i vaccini riusciremo anche a convivere col covid-19.