Concepire l’infinito

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Pensano insieme e leggono insieme. Si trasmettono esperienze e senso delle cose. Si scambiano i punti di partenza emotivi per leggere un’opera d’arte, che si trasformano poi in approcci rinnovati all’esistenza. Sono uno straordinario esempio di comunità (o forse famiglia) intellettuale, che resiste agli urti del tempo, e sa trasformare i conflitti in crescita personale, in modalità inedite per ricominciare. Senza stancarsi mai di allargare gli ambiti del sapere. Rigorosamente insieme. 

Sono le donne e gli uomini della Merlettaia, piccola élite intellettuale e femminista che ha la sua sede in via Arpi a Foggia, e che da anni, si occupa attivamente di riflessione culturale e azione pratica, soprattutto nell’ambito della scuola. 

I loro ultimi incontri hanno per tema ‘Concepire l’Infinito’ e partono da testi e autori cari, che vengono poi allargati e ridefiniti in un flusso ininterrotto di conversazione e meditazione sul reale e sul personale. “Il grande momento storico del femminismo ci ha cambiati”, racconta Antonietta Lelario. “E da allora mi scopro talvolta a riflettere partendo da una frase nuova, dal ‘mio femminismo’, da ciò che quegli anni hanno rappresentato per me, in termini di crescita personale oltre che collettiva”. 

Gli incontri sull’Infinito, che accanto agli uomini e alle donne della Merlettaia, hanno visto presto la partecipazione delle Amiche di Celeste, si svolgono nel Circolo di via Arpi, dalle 18 alle 20 di qualche pomeriggio al mese. Si è cominciato a ridosso delle vacanze estive e si sta continuando. Sono poco meno di 20 persone che si uniscono in un appuntamento che va ben oltre il circolo di lettura, le terapie di auto aiuto, i cenacoli culturali, l’amicizia profonda, il pensiero collettivo filosofico esistenziale, che si snoda in mille rivoli che da collettivi si restringono nel personale, per confluire poi nuovamente nel collettivo. 

Gli incontri nascono dallo stimolo di Gianpiero Bernard che, dopo un momento di pausa, ha sentito di voler ricominciare a pensare insieme, partendo da una riflessione sulla vita quotidiana, di cui vuol riscoprire il valore rivoluzionario. Giacché è lì, in quel quotidiano, che esiste quel ‘di più’ che lui non sa nominare. ‘Concepire l’infinito’, quindi, parte dal suo bisogno di nominare quel ‘di più’, che alcuni chiamano Dio, altri Luce, Vita, Relazione, Essere. 

“Il testo di Chiara Zamboni, La Notte ci può aiutare, è il primo su cui abbiamo lavorato”, racconta Antonietta Lelario. “Le pratiche di cui la Zamboni parla sono quella del cibo, quella del rimettere i debiti e quella di mantenere una contiguità con l’inconscio, attraverso la frequentazione dei sogni e della notte”, spiega, facendo riferimento all’esigenza di un percorso che unisca il personale e l’impersonale. 

Riguardo al testo di Luisa Muraro, il gruppo sta lavorando sulla conflittualità, che sembra essersi sposata nella vita quotidiana, dove uno degli elementi di conflitto è il tempo, che colpisce soprattutto le donne. Il rapporto con il cibo è stato analizzato in termini di accoglimento e cura, concentrandosi sulla pratica del rimettere il debito. Un tema che abbraccia la non pretesa, e quindi lo stare nelle relazioni in atteggiamento di riconoscenza. Una posizione esistenziale che offre molta libertà, solleva dalla pretesa e apre alla relazione, con gli altri e con se stessi, mettendo silenzio e perfino vuoto, come nella pratica delle mistiche. 

Il gruppo ha poi lavorato anche sul silenzio, che legge in maniera opposta al mutismo. “Il silenzio è un cercare le parole, ascoltarle, lasciare che le cose sedimentino, in una sorta di accettazione del vuoto, inteso come rinuncia a ciò che ci rassicura, alla pretesa di controllare tutto”, spiegano. 

Da qui il gruppo si è poi riallacciato al silenzio notturno, simbolico del rapporto con l’inconscio di cui ha scritto Chiara Zamboni. “Nell’ultima riunione è emerso che molte di noi, le cose più importanti se le dicono in quel dormiveglia che precede o segue il sonno”, racconta la Lelario, che chiama illuminazioni i pensieri della notte e dell’alba. “È un aspetto che ci induce a pensare come sia diventato più forte nelle nostre vite, quel linguaggio non razionale ed esplicativo riguardo ad ogni cosa. Un linguaggio che procede per illuminazioni, in cui ti sembra di cogliere delle verità da cui ti lasci guidare. Quindi se noi siamo uno specchio del mondo, vuol dire che anche nel mondo l’epoca dell’illuminismo sta cedendo il passo ad un’epoca nuova, in cui la verità si fa strada in modi diversi”, afferma. 

Il testo di Luisa Muraro si concentra sull’impreparazione di Maria, e il gruppo si è soffermato sulla iniziale impreparazione della Muraro di fronte ad un argomento poco frequentato, quello delle mistiche, così simile all’impreparazione di Maria. “Certe cose si fanno proprio quando si è impreparati”, ha commentato Gian Piero Bernard. “E in uno dei nostri incontri ci siamo interrogati proprio sull’ impreparazione, quella che non blocca l’azione. Anche noi, come la Muraro, abbiamo messo al centro il tema dell’Annunciazione, partendo da un quadro di Antonello da Messina in cui non si vede l’Angelo. È un modo di trasmettere il messaggio divino che ha implicato la libera scelta”. 

Concepire l’infinto si interroga dunque sull’evoluzione del pensiero femminile occidentale e sulla direzione in cui va la (presunta) verità. Dal percorso necessario alla donna nuova, al modo in cui masticare la realtà. In osservazione di quell’attimo di felicità a cui fa seguito lo sgomento dell’impreparazione.