I libri e gli uomini di Edoardo Albinati

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Apparentemente austero, cortese, sofisticato, Edoardo Albinati è un grandissimo scrittore. Con il suo corposo volume, La Scuola cattolica, che ha vinto il Premio Strega 2016, ha scrutato a fondo l’animo maschile e la convivenza collegiale tra ragazzi. Ha indagato le modalità da cui può germinare la violenza contro le donne e quella che, forse, potrebbe esserne la causa, che ha individuato nella inadeguatezza ad uno standard di potenza, virilità e forza, a cui l’uomo ha difficoltà ad aderire. Uno standard rivisitato in seguito agli studi femministi, che hanno obbligato anche il maschio ad una riflessione di genere.

La sua statura narrativa nel descrivere il mondo borghese è altissima. Ed ora, a tre anni ed un ulteriore romanzo di distanza, Albinati è tornato in libreria con il primo testo di una trilogia, che manterrà gli stessi protagonisti e metterà al centro due città.

Cuori fanatici, edito da Rizzoli, è il nome di questo libro.

Albinati, chi sono i Cuori fanatici, e che accezione dà alla parola fanatismo? 

Nel mio romanzo non si parla di fanatismo nel modo in cui lo si intende adesso, e penso al fanatismo religioso o politico, anche se c’è un capitolo dedicato ad alcuni terroristi, e quindi a fanatici politici dei primi anni 80. 

I cuori che battono in questo libro sono cuori di ragazzi piuttosto giovani, che affrontano le loro avventure, la loro ricerca esistenziale di amore e comprensione, con un estremismo dei sentimenti e dell’intelligenza. 

Per questo sono a loro modo tutti fanatici, nel senso che credono fortemente in qualcosa che non gli è ancora chiaro, qualcosa che stanno scoprendo. 

Il termine fanatico è dunque usato in un’accezione positiva.

Potremmo parlare di fervore?

Ecco si! La parola fervore mi piace, la condivido.

E questo fervore, questo fanatismo dei cuori anni 80, tempo narrativo in cui ha collocato il suo libro, è ormai estinto? Oppure i cuori frementi resistono ancora?

Certo che resistono! Il fanatismo di cui parlo è proprio della giovinezza e delle epoche di passaggio, come la nostra. Anche gli anni 80 che fanno da sfondo al mio romanzo segnano il passaggio tra due epoche che si sarebbero rivelate molto diverse tra loro. 

Oggi siamo di nuovo ad una svolta epocale; di nuovo siamo confusi e accesi, desiderosi ed impauriti.

La perdita del fervore-fanatismo, ha a che fare con la perdita della giovinezza?

Non soltanto, perché questa incertezza talvolta permane anche quando si è più grandi e, in teoria, si dovrebbe aver trovato quello che si cercava. 

Quindi diciamo che questa smania è caratteristica di un’età, ma non si estingue col passare del tempo.

Nanni e Nico, i protagonisti di Cuori fanatici, sono due facce del maschile complementari tra loro. Quanto assomigliano e quanto si differenziano dai maschi alfa della scuola cattolica?

Nanni e Nico sono due figure speculari: sono amici proprio per questo. O forse semplicemente perché un romanzo funziona meglio con due caratteri contrapposti, che servono (in questo caso) ad illustrare due lati della mascolinità. 

Nanni è stabile, accasato, chiuso, la sua vita si muove tra obbiettivi certi e consolidati; Nico è single, mondano, aperto, popolare. 

Sono contrapposizioni che non attengono solo al maschile, possono riguardare anche il femminile. Sono due facce dello stare al mondo, più che dell’essere maschi.

Ne La scuola cattolica, al contrario, c’è uno sguardo profondissimo su ciò che è strettamente maschile.

E si, lì c’è una serie infinita di personaggi maschili. Sono perlopiù adolescenti, e lì indago la natura maschile in quanto tale. 

Qui, invece, non conta il genere, quanto la posizione che si vuole assumere nel mondo. 

In realtà una cosa interessante c’è, che può essere collegata alla differenza di genere: il fatto che Nanni viva in una sorta di matriarcato, con la moglie, tre figlie, due cognate, in una famiglia guidata dalla vecchia madre. È un maschio che sta in una sorta di alveare, comandato da un’ape regina e tante figure femminili intorno.

In Cuori fanatici, quindi, l’appartenenza al genere è più fluida?

Dopo aver affrontato il genere maschile ne La scuola cattolica, ora i personaggi hanno declinazioni di sé molto sfumate. Ne La Scuola cattolica le figure femminili sono quasi dei miraggi, qui c’è un rovesciamento, con Nanni, ad esempio, che vive al centro di un matriarcato.

Ho amato molto sia i suoi testi che quelli di Marco Missiroli, e trovo in voi una notevole assonanza.  Siete uomini che operano un’analoga introspezione sul maschile, e conferiscono importante ruolo alle città in cui si muovono i personaggi.  

Si, è vero. Questo libro una volta l’ho presentato insieme a Fedeltà di Missiroli. Quindi si, c’è un’attinenza: anche lui scrive sui margini di questa questione. 

Ma siamo scrittori molto diversi, vicini nei temi. Temi che sono il fondamento del romanzo borghese, che racconta famiglie, amori, rapporti personali.

In un’intervista si è detto debitore al femminismo, per la riflessione di genere messa in atto dagli uomini.

Si, è una questione storica e cronologica. Solo dopo la riflessione femminista degli anni 60/70 si è avviata la riflessione sull’identità maschile. Prima del femminismo il maschio era l’uomo, inteso come individuo, soggetto. Ed era scontato che, parlando di umanità, ci si riferisse ai maschi. Dopo il femminismo, nel momento in cui è stata distinta la natura femminile in quanto tale, è diventato necessario avviare una riflessione sul maschile. 

Ci siamo detti: il maschio non è l’uomo inteso come essere umano, ha delle sue caratteristiche. E allora, quali sono? Quali sono le cose che fanno di un maschio, un uomo? Prendiamo per buono ancora il modello propagandato da sempre? Oppure siamo diversi?

Così, moltissimi studi avviatisi in seguito a quelli femministi, hanno affermato che gli uomini sono fragili, sentimentali, desiderosi di intimità e tenerezza. Tutt’altra cosa rispetto al modello virile classico. 

E questo, in qualche misura, può spiegare perché, per realizzare quel modello virile, compiuto e potente, tipico della tradizione, l’uomo faccia ricorso alla violenza. 

Lo fa proprio perché quel modello virile è irraggiungibile.

Nelle prime pagine del suo libro, parla della Città meridionale. Quali sono le sue particolarità?

Parlo di Roma. E ne parlo per distinguerla dalla Città settentrionale, che sarà lo scenario del secondo volume della trilogia: Milano. Sono due capitali d’Italia. 

Io vivo a Roma, ma ho anche abitato a Milano, abbastanza da poter giocare su questa polarità storica. Per cui quello che io ho scritto su Roma come prologo, è in realtà la quintessenza, osservazioni che hanno fatto prima di me decine di scrittori e registi. 

Quella meridionale è la città bella e disincantata, in cui il tempo appare fermo da sempre, lo scetticismo domina, e la bellezza ed il piacere hanno saturato ogni possibilità di cambiamento. In Roma c’è scetticismo generale sulla possibilità di cambiare. E se qualcosa cambia, cambia solo per caso. Roma è una città dominata dalla casualità.

Dei mediocri ha scritto: “L’idolo dei mediocri non era ancora il mediocre. Ancora i mediocri sognavano, e sognavano di non essere più mediocri, e almeno in alcuni momenti della loro esistenza poteva accadere loro di essere integri e liberi come l’aria e il sole. Era l’epoca stessa a permetterlo. (…) Bisognava andare oltre e afferrare la pienezza”.

Si, questo dato sulla mediocrità segna veramente una differenza di tempi. È vero. Negli anni in cui si svolge questa storia, si supponeva che gli idoli fossero meglio di te, mentre adesso il modello è l’essere assolutamente ordinari. Più si è ordinari, e più la gente si riconosce in questa ordinarietà. Un tempo si pensava di dover adorare qualcuno che fosse migliore di te. Invece ora c’è il trionfo della mediocrità assoluta. Quasi la sua rivendicazione. Basta pensare al nostro personale politico. Più una persona è qualsiasi, e più si pensa che sia un nostro perfetto rappresentante. 

La mediocrità oggi è un valore, non distanziarsene è considerata una cosa positiva, mentre prima i sogni erano più elevati della realtà.

Un’ultima domanda sulla borghesia. Chi siamo noi borghesi? Se la sente addosso questa borghesia, o la guarda dall’esterno?

Io sono un esemplare borghese, quindi non posso guardare alla borghesia dall’esterno perché ne faccio parte. Ne esco talvolta, per delle attraversate in altre realtà sociali differenti, e soprattutto in paesi dove la borghesia non è onnipresente, come invece in Occidente. 

Non la critico dall’esterno perché ne faccio parte. E se ne parlo, parlo di me stesso, della mia educazione, di un modo di vita, che certamente è cambiato rispetto alla mia infanzia. Ciò non toglie che io sia un critico della borghesia, ma dall’interno.

Io sono un borghese. Non l’ho rinnegato. Non rinnego il denaro, l’educazione, le formalità borghesi, che non mi spiacciono affatto, anzi le pratico.