Il #Sanpa di Giuseppe Mammana

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L’intervista che segue è una via di mezzo tra un longform e una conversazione, ed è frutto dell’incontro con lo psichiatra forense, Giuseppe Mammana, esperto in consessi nazionali ed internazionali, ex direttore del Sert di Foggia, ed oggi presidente della Società Scientifica Nazionale Acudipa, per la cura delle dipendenze.

Abbiamo cominciato così, chiacchierando intorno ad una docu-serie assai discussa, quel #Sanpa creato da Gianluca Neri e diretta da Cosima Spender, che ha aperto le porte ad un grande rimosso della nostra storia recente, quello inerente all’eroina e alle tossicodipendenze.

Locandine della documentazione-serie

È una storia con la S maiuscola di cui sono in vita la stragrande maggioranza degli attori principali, quelli che potremmo definire sopravvissuti, ognuno con la sua ferita, i suoi ricordi e i suoi lutti. È una stagione di cui è difficile parlare, proprio perché troppo recente e di conseguenza viva (e talora dolorante) in molte vite private. È una storia di vergogna, caduta e rinascita, oppure morte, al cui centro ci sono famiglie distrutte, sia dal punto di vista economico che esistenziale. Le droghe hanno condotto alla prostituzione, portato in galera, in strada, nei centri che hanno sostituito i manicomi, nei cimiteri. I loro guasti, in alcuni casi, sono stati irreversibili.

Dopo avere visto Sanpa, riprenderla in mano è stato naturale.

La mia curiosità e la sua esperienza si sono incontrate in un dialogo che ci piace considerare fertile. Le mie domande sono state il frutto di un sincero interesse. La sua conoscenza approfondita della materia fa sì che queste pagine siano solo la parte iniziale di un resoconto generazionale e storico che ci piacerebbe continuare assieme.

Riprendere le fila di questa storia, di queste storie, che probabilmente non verranno mai studiate sui libri di scuola e su cui forse oggi è calata la tensione, nonostante molti rischi e semi cattivi siano ancora protagonisti del tempo presente, ha in sé il desiderio di fare luce e custodire fette di marginalità su cui forse nessuno, in futuro, avrà voglia di gettare uno sguardo. 

Si tratta di fette di marginalità su cui i professionisti hanno lavorato duro, insieme ai volontari e ad alcuni sacerdoti. Hanno costruito metodi, prodotto farmaci (il contestatissimo metadone), consolidato pratiche che chissà quanto e come vengono utilizzate ancora oggi. 

A che punto siamo con l’attenzione alle droghe, alle marginalità, ai danni psicologici, fisici ed esistenziali che le sostanze producono? Che stagione è quella che stiamo vivendo? Quanto e come essa si differenzia da quella degli anni 70 e 80, in cui nel magma incandescente di intere generazioni allo sbando, si faceva largo una nuova forma di attenzione che con il tempo si è poi fatta metodo e scienza.

Lentamente ne parleremo, mettendo al centro molte delle tematiche e dei confronti che il tema delle dipendenze porta con sé.

Cominciamo partendo da Sanpa, da Muccioli e dagli anni 70 e 80.

Quella che ci interessa riassumere in questa lunga intervista, è una sorta di “storia vivente” che, in questa occasione, si stacca dal suo grembo originario per raccontare altro. 

Scontri nelle strade

Il grembo originario della storia vivente è quello della politica delle donne ed è bene descritto in un importante testo curato dalla comunità della storia vivente di Milano, dal titolo “La Spirale del tempo”.

Lungi dal rubare metodi e definizioni che, nel nostro caso sarebbero largamente imperfetti, ci piace mutuare da questa appassionata comunità milanese, l’idea di una storia che si fa nel mentre del suo racconto. Una storia non più riportata in terza persona ma in prima: individuale, singolare, intima e per questo autorevole. Una storia che fa del testimone diretto la sua voce più preziosa e che rende complesso, ricco e diversificato un insieme di anni che, se riferiti da un individuo solo (lo storico), rischiano di ridurre la pluralità di cui è fatto il vero. Una pluralità e una verità fatte di vissuti diversi e modalità diverse di vivere la medesima esperienza.

Il soggettivo che sfida l’oggettivo: gli si mette di fronte e lo guarda, lo integra, lo completa, inventando per sé un nuovo nome.

È una cosa che ci appassiona molto questa di guardare ad una realtà solitamente definita obbiettiva (la Storia) come ad una materia soggettiva che muta con il mutare degli occhi di chi la guarda. Muta nelle angolazioni, nei vissuti, nel ruolo che si è avuto la fortuna o la sfortuna di giocare, e che grazie a tutto questo si fa ricca e preziosa.

Giuseppe Mammana, Pino per gli amici, in mezzo alle droghe che portavano alla morte, al carcere o alla potenziale salvezza rappresentata dalle comunità, ci è stato in prima persona.

Ha conosciuto Muccioli, ha lavorato con lui alla stesura della legge sulle droghe in vigore ancora oggi, ha curato ragazzi, ascoltato la loro disperazione, costruito una sede che solo grazie all’impegno del volontariato professionale è diventato luogo di Stato.

È per questo, e per molto altro, che cominciamo un resoconto di quegli anni partendo proprio da lui.

Modesta Raimondi

Giuseppe Mammana, medico, psichiatra forense, psicoterapeuta, considerato grande esperto in consessi istituzionali nazionali ed internazionali sin dagli anni 80, ex direttore del Sert di Foggia, ed oggi presidente della Società Scientifica Nazionale Acudipa (Associazione italiana per le cure nelle dipendenze patologiche).
INTRODUZIONE

Per orientarci meglio tra le luci e le ombre della docu-serie Sanpa, creata da Gianluca Neri e diretta da Cosima Spender, abbiamo incontrato uno dei protagonisti di quegli anni difficili, in cui il dilagare dell’eroina distruggeva intere generazioni.

Il nostro uomo è Giuseppe Mammana, medico, psichiatra forense, psicoterapeuta, considerato grande esperto in consessi istituzionali nazionali ed internazionali sin dagli anni 80, ex direttore del Sert di Foggia, ed oggi presidente della Società Scientifica Nazionale Acudipa (Associazione italiana per le cure nelle dipendenze patologiche).

Mammana negli anni 70 studiava medicina a Pisa, e da lì, dall’osservatorio privilegiato di una città calda, ricca di cultura e scossa da fermenti giovanili, guardava frotte di coetanei che alla delusione per un mondo che non erano riusciti a cambiare, rispondevano con l’utilizzo di droghe che stravolgevano la loro esistenza.

L’intimo collegamento tra quel bisogno fremente di ribellarsi alla società del tempo e la successiva fuga in direzione degli stupefacenti, custodisce in sé qualcosa di importante: una tensione al sogno che, irrealizzata, non riesce a convertirsi altro che in autodistruzione. 

Gli strumenti consoni alla fabbricazione dell’utopia che si proponeva di rivoluzionare il mondo, ovviamente, non erano adeguati. I desideri troppo grandi. La tensione umana al conformismo, dominava come in qualunque altro momento storico, a dispetto del magma incandescente di ragazzi che avrebbero giurato di essere diversi da tutti quelli che li avevano preceduti. 

Inoltre, al grande numero di contestatori, non corrispondeva un’efficace capacità di azione. I ferri del mestiere per costruire alternative sociali, avrebbero avuto bisogno di disciplina, diplomazia e lungimiranza politica. 

Fatto sta che per molti il sogno cadde e l’anelito a vivere in una società più libera ed evoluta, si ridusse a fughe personali sostenute dagli stupefacenti. Fughe che dapprima mantennero intatta una sensazione di alterità, ma che ben presto si tradussero in autodistruzione.

Gli anni 70 furono colorati e spaventosi. 

Film Ragazzi dello zoo di Berlino

Il famoso “Discorso dei capelli” che Pasolini pubblicò sul Corriere della Sera col titolo “Contro i capelli lunghi”, fu solo uno dei numerosi testi di giornalisti e intellettuali che analizzavano il fenomeno. 

Il dogma della famiglia tradizionale saltava per aria, e al di qua e al di là dell’Atlantico si sperimentavano nuove forme di vite in comune. I miti giovanili facevano la loro parte incarnando modelli e indicando comportamenti. Artisti e musicisti esaltavano l’uso di droghe, si sballavano in diretta e morivano poco più che ventenni, dopo una vita di eccessi, trasformandosi in leggende viventi. Tra loro Janis Joplin, Jim Morrison, Jimi Hendrix, Sid Vicious.

Janis Joplin

Ai giovani rivoluzionari, si opponevano i custodi della tradizione. Da qui gli scontri, le botte, la lotta armata, la polizia.

Anche la religione cattolica perdeva la sua centralità, scalzata da una bandiera, da un dio orientale, da nuove forme di meditazione che si sostituivano alla preghiera.

Il divario tra genitori e figli si fece più ampio che in passato, mentre si assestava una nuova norma che aveva come matrice quella di non accettare norme. Un’inclinazione che per alcuni versi vive ancora oggi.

Gli anni 70 furono un gigantesco laboratorio di rabbia e innovazione. Una fabbrica di relazioni mai sperimentate prima, una porta spalancata sul futuro da cui trassero beneficio tutte le arti.

San Patrignano è figlia di questi anni complicati e ne conserva intatta la complessità. Ha costruito un mondo dentro al mondo, una società solidale di fratellanza elettiva che rispondeva a quel miraggio un po’ hippy di rivoluzione e cambiamento di cui erano intrisi gli anni 70.

Entrandoci dentro, oltrepassando il cancello al cui ingresso svettava simbolicamente la residenza di Muccioli, oltre i dolori, le costrizioni e le sofferenze, i tossicodipendenti si trovavano di fronte al nuovo, al concretizzarsi di quell’”Alternativa” talmente agognata da fare del suo sostantivo una delle parole chiave del tempo.

Giornali d’epoca

I tossicomani approdati nella provincia romagnola erano diversi tra loro per ceto, cultura e orientamento politico. A respirare l’utopia del nuovo, negli anni 70 e in quelli che seguirono, erano però abituati in tanti. Così molti accettarono l’ignoto e si fidarono di un laico che non prometteva perdoni divini in un mondo diverso da questo. Un uomo che insegnava regole, relazioni, disciplina, con quei metodi sperimentali che la familiarità con l’utopia (accompagnata da disperazione e dipendenza) rendeva accettabili.

Già, perché se ciò che oggi intride l’arte è sempre più spesso il fattore distopico, lo stesso non può dirsi di quegli strani tempi, in cui a dominare era il sogno di un mondo nuovo e migliore. 

Utopia e distopia sono sfondi sociali che descrivono momenti storici differenti. La costruzione dell’ideale e la sua caduta. L’illusione e la disillusione. Il luogo buono e quello cattivo. Il mito e l’alienazione. 

Utopia e distopia come chiavi opposte per comprendere una Storia che si succede come una lunga onda che non smette mai di divenire.

San Patrignano è figlio dell’utopia e dello spirito di Muccioli che ha saputo parlare alla gente, ai ragazzi e alle loro sconfitte. È un luogo in cui le luci e le ombre erano condivise (e non concentrate sul leader, come ha raccontato la docu-serie), perché ognuna di quelle vite era una vita difficile, macchiata da gravi colpe e sostenuta dal tentativo di redenzione.

San Patrignano

San Patrignano è intrisa di quegli anni e di molto altro. Ha conservato il sogno della comunità e risposto con l’esperienza diretta e con metodi del tutto innovativi ad un’emergenza sociale e sanitaria che le istituzioni faticavano a riconoscere. Ha in sé il germe dell’utopia e molta di quella sperimentazione cara allo spirito del tempo. È una finestra sul futuro. Muccioli è un uomo che ha saputo immaginare, costruire e sentire una maniera inedita di affrontare il male. Una maniera che è diventata un metodo studiato in molte comunità del mondo.

È una collina romagnola in cui la lotta alle droghe ha trovato la sua casa. Non per tutti certo, ma per moltissimi. 

Lontana la famiglia, lontani gli amici di sempre, soli, a confronto con la parte più fragile di sé stessi, capeggiati, sgridati e sorretti da un gigante visionario, molti ragazzi e ragazze sono guariti, hanno imparato un mestiere e sono poi rientrati nel mondo. 

Giuseppe Mammana è un testimone di quegli anni, un attore che ha combattuto le stesse battaglie di Muccioli, che ha curato ragazzi e costruito luoghi, partecipando alla stesura di importanti leggi. 

Lo abbiamo incontrato.

INTERVISTA

M.R. Giuseppe Mammana, nel corso della sua vita lei ha incontrato decine di volte Vincenzo Muccioli e lavorato alla stesura dell’attuale legge sulle tossicodipendenze insieme a lui, oltre che ad altri protagonisti di quegli anni difficili. Come commenta la sua figura?

G.M. Muccioli è una figura complessa. Così come complessa è la storia della sua comunità.

È stato un antesignano delle comunità terapeutiche in Italia. 

Suo contemporaneo nella lotta alla droga fu don Picchi, che utilizzava un modello importato dagli Stati Uniti, poiché lì molti soldati tornati dal Vietnam finirono dipendenti dall’eroina. Il nome del modello è il Day-top.

Quello di Muccioli, al contrario, era un metodo del tutto autoctono.

Tra don Picchi e Muccioli non c’erano distanze incolmabili, tranne che San Patrignano nacque come una Comune: un luogo per affrontare problemi nuovi con lo spirito del tempo. Da Muccioli i tossicodipendenti erano curati da altri tossicodipendenti, ragazzi che venivano fuori dalla stessa esperienza e che l’avevano superata proprio lì, a San Patrignano.

Si tratta di un sistema innovativo che ricorda i gruppi di auto-aiuto anglosassoni, con la differenza che a San Patrignano i gruppi convivevano nella stessa residenza.

Il Day-top usato da Picchi, al contrario, prevedeva al suo interno anche figure di ex tossicomani, ma era più strutturato: c’era un responsabile (il più delle volte un religioso), ed anche figure professionali, come psicologi, educatori, oltre a qualche medico. 

Il Ceis inoltre, che raggruppava le comunità che si ispiravano al modello di Don Picchi, aveva una sua scuola di formazione per il personale che operava e guidava le strutture. La scuola si trovava sui colli romani.

M.R. In quegli anni la droga imperversava nelle strade, distruggeva giovani vite e gettava nella disperazione le famiglie. La battaglia più dura sembrava quella contro l’astinenza. I Sert l’affrontarono con il metadone. 

G.M. Si, il mostro dell’eroina era soprattutto l’astinenza. All’inizio veniva trattata con la morfina, solo dopo arrivò il metadone. 

I primi anni non esistevano neanche i Sert, che furono costituiti nel 1990. Prima di loro c’erano i Cmas, creati con la legge n.685 del 1975.

Nella parola Cmas (Centri Medici di Assistenza Sociale) era insita la negazione del problema psichico legato all’eroina. Si pensava che il disagio fosse solo di natura educativa, sociale, psicologica e medica, si negavano specifiche compromissioni psichiatriche. 

Tra l’altro la legge che istituì questi servizi, scriveva che i tossicomani non possono essere trattati nelle strutture psichiatriche, che all’epoca erano i manicomi, in gran parte allora ancora attivi.

La storia di Cmas e Sert scorre parallela a quella della Legge Basaglia. Era molto presente l’idea di non psichiatrizzare i tossicomani. 

San Patrignano nasce in quel contesto degli anni 70/80. Senza i cenni storici citati non si comprende il perché della nascita delle comunità terapeutiche.

Per liberarsi dell’astinenza, in alcuni casi più pesanti, si dovevano controllare i sintomi ed assicurare la distanza del tossicomane dalla possibilità di procurarsi la sostanza: i rimedi complessivi esistenti erano poco efficaci e sicuramente (e non solo a San Patrignano) ci furono degli eccessi, come quelli descritti dalla docu-serie.

M.R. Sanpa punta l’accento sull’aspetto costrittivo interno alla comunità. Botte, catene, sporcizia, inquadrature frequentissime su cadaveri di animali appesi nella macelleria, quasi a suggerire una similitudine tra i corpi delle bestie e quelli dei giovani che venivano imprigionati per sfuggire alle crisi di astinenza.

L’Italia ne parla molto, e il pubblico è diviso tra detrattori e sostenitori. Alla fine la divisione si consuma sulla figura di Muccioli. Mentre al di là dei limiti del prodotto, il grande pregio della docu-serie e quella di mettere a tema una grande rimozione del nostro passato recente: la stagione dell’eroina appunto.

Lei cosa ne pensa: le è piaciuta?

G.M. La docu-serie è interessante perché rompe un silenzio tragico ed assordante sul fenomeno delle dipendenze, mentre ancora oggi continuano ad esserci morti e tragedie sia individuali, che familiari e sociali. Tragedie ignorate dalla normalizzazione del fenomeno e dagli enormi profitti illeciti costruiti su di esso. 

Oggi c’è una sorta di accettazione della selezione naturale dei più deboli, quelli senza reazioni sociali, culturali ed istituzionali.

Non mi è piaciuto però che la serie sia stata costruita esclusivamente intorno all’idea delle costrizioni fisiche finalizzate a combattere l’astinenza.  Muccioli e San Patrignano sono realtà molto più complesse e ricche di come vengono raccontate.

Tanto per cominciare, quello dell’astinenza è un periodo breve nel complesso della durata di una dipendenza patologica da eroina: giorni, al massimo settimane. Mentre la permanenza dei tossicodipendenti durava anni. Basta questo a comprendere come la grandissima parte del percorso di recupero sia stata tralasciata dal prodotto Netflix per privilegiare la parte più scenografica ed emotiva del problema.

M.R. Lei ha detto che tra gli aspetti più importanti del metodo San Patrignano, spiccava l’auto-aiuto, tipico della cultura anglosassone e poco praticato in Italia.

G.M. Si, è così. Nella cultura anglosassone l’auto-aiuto è presente in tutti i campi della salute mentale ed è un forte integratore delle cure professionali. Rappresenta una tutela della soggettività delle persone affette da questi problemi. Ritengo che, in questo campo, l’auto-aiuto sia una modalità moderna delle cure, e che in Italia siamo ancora oggi molto indietro. 

Il ricorso all’auto-aiuto fu uno dei motivi per cui San Patrignano era all’avanguardia già allora. Rompeva gli schemi professionali del luogo di cura in cui l’autorità era rappresentata dai professionisti, mentre i pazienti erano quasi del tutto privati del potere di auto regolazione e di auto rigenerazione.

Questo è un concetto profondo e (per l’epoca) rivoluzionario, su cui ci furono grandi scontri. 

Tutte le categorie professionali, salvo rare eccezioni, erano scettiche riguardo San Patrignano. Ma lo stesso avvenne anche con altri innovatori, come Basaglia nel campo della psichiatria, quando provarono a dare valore e voce alla soggettività delle persone ammalate e sofferenti, ed alla possibilità del loro (almeno parziale) autoriscatto.

M.R. Probabilmente le categorie professionali critiche con San Patrignano, si sentivano esautorate del loro ruolo. Con la sua opera Muccioli, indirettamente, le dichiarava superate. Lei cosa ne pensa?

G.M. Si, è così. Il mondo delle comunità e quello delle strutture sanitarie e sociali apparivano in contrapposizione tra loro. Anche per questo, forse, l’esperienza di San Patrignano fu molto contrastata.

Io credo che servano entrambe: cure mediche, psicosociali e metodi riabilitativi ispirati al concetto di recovery: cure finalizzate al miglioramento ed alla guarigione. 

Ci ho lavorato in tutta la mia vita professionale e ancora oggi continuo.

Gli eccessi di San Patrignano, io li leggo come un aspetto della ricerca di strumenti atti a fermare l’astinenza. Non dimentichiamo che non si conoscevano modi efficaci con cui affrontarla.

M.R. Le violenze ed i comportamenti costrittivi a cui ricorreva Muccioli furono molto criticati. Ma d’altro canto lo Stato si limitava ad elargire il metadone, che creava ulteriore dipendenza, e incarcerare i tossicomani quando commettevano reati.

G.M Si. Una delle catene pubbliche era il metadone utilizzato in modo inappropriato, tanto da cronicizzare in modo iatrogeno una dipendenza che avrebbe potuto avere vie di uscita utili alla vita complessiva delle persone dipendenti.

Diverso il caso del metadone usato in modo appropriato, per avviare percorsi significativamente riabilitativi.

E poi c’erano le altre catene rappresentate dai reati e dal carcere che ne seguiva. 

Muccioli si opponeva al carcere e la sua idea trovò attuazione nella legge 162 del 1990: una grande legge civile a cui guardava come strumento di pressione per motivare i tossicodipendenti a cambiare vita ed abitudini, orientandosi alle cure.

M.R. So che a San Patrignano ebbe luogo un confronto pubblico col leader dell’antiproibizionismo radicale Marco Pannella, fondatore del CO.R.A. (Coordinamento radicale antiproibizionista). 

Ci dica di più.

G.M. Contrariamente a quel che alcuni pensano, Muccioli fu un animatore costante del dibattito in materia di droga e dipendenze. Ogni autunno organizzava un grande congresso a cui invitava istituzioni ed esperti, anche di fazioni opposte, per confrontarsi sul tema.

Una volta il Cora gli chiese di organizzare il suo congresso in comunità, prevedendo la possibilità di un confronto aperto tra Muccioli e Pannella. 

Un momento del dibattito tra Muccioli e Pannella

Sembrava impossibile ed invece avvenne e fu bellissimo. Le loro posizioni erano opposte. Marco Pannella sosteneva che la legalizzazione avrebbe spogliato le droghe dal fascino del proibito e consentito il controllo del mercato. Privando le mafie dei proventi dallo spaccio, sarebbe venuto meno un attore interessato alla loro diffusione.

Pannella rispettava Muccioli e la sua cura di quelli che chiamava “feriti di guerra”. 

Il radicale vedeva la fine della tossicodipendenza nella legalizzazione. Una legalizzazione a cui Muccioli si opponeva, definendola suggestione, che avrebbe dovuto competere con problematiche familiari, criminalità, perdita di valori e del ruolo genitoriale nella educazione familiare.

Si trattò di un dibattito estremamente interessante, poiché entrambe le posizioni contenevano elementi di verità e forse la legge 162/90, la Jervolino Vassalli, rappresentò un giusto compromesso tra i loro punti di vista.

Impossibile dimenticare il privilegio di avere assistito al confronto tra due grandi protagonisti della nostra storia sociale e politica, uomini accomunati dalla battaglia contro il carcere per i tossicodipendenti. 

I “feriti” si curano nei luoghi di cura, dicevano, e non nei penitenziari.

M.R. Quando ha cominciato ad occuparsi della dipendenza da sostanze in maniera professionale?

G.M Nel 1982. Ma avevo già iniziato durante l’università, quando la questione dell’eroina era diventata importante e si era legata al crollo dei movimenti politici studenteschi.

Ero a Pisa, una citta calda, sede di numerosi gruppi politici extraparlamentari, così come si chiamavano allora. 

Molti di questi movimenti, alla fine degli anni 70 crollarono, e i militanti, delusi, finirono nelle braccia degli stupefacenti, come forma di gratificazione illusoria, ma compensativa dei fallimenti delle utopie ipotizzate.

Ricordo che da universitario lavoravo da volontario in una emittente privata (erano appena nate le radio private che ruppero il monopolio pubblico dell’informazione) e curando la rubrica delle scienze feci una trasmissione in cui citai lo studio scientifico sulla scoperta delle endorfine che portò due ricercatori sino-americani al Premio Nobel per la medicina.

Si trattava della scoperta del meccanismo neuro recettoriale che sta alla base delle dipendenze da oppiacei. Con lo studio venne introdotta per la prima volta la conoscenza scientifica sul fenomeno della dipendenza fino ad allora di fatto sconosciuto nella sua essenza, nonostante di droghe si parlasse già ai tempi di Omero, che raccontava in forma letteraria rituali mistici ed esoterici nei quali erano presenti sostanze stupefacenti.

Nel 1980, poi, cominciai ad occuparmene direttamente.

La legge 685 sulle dipendenze fu fatta nel 1975 e prevedeva la nascita del Cmas. Servì molto tempo, però, per l’istituzione di una struttura sanitaria che curasse questi problemi. 

La tendenza politica e culturale tendeva alla marginalizzazione di soggetti definiti sballati e dei professionisti che se ne occupavano. Per questo il nostro servizio nacque come una cooperativa che chiamammo “Salute, cultura e società”, di cui io fui uno dei fondatori. 

Fu la nostra cooperativa a dare il via ai servizi per le dipendenze. Il personale fece molta esperienza e così venne incamerato nel Cmas.

La storia di Foggia è stata parallela a quella di San Severo, in cui c’era una cooperativa che si chiamava “Salute e territorio”.  Si trattava di volontariato professionale.  Il nostro impegno fattivo in favore dei tossicodipendenti, poi, impose alla politica ed alle istituzioni di occuparsi fattivamente del fenomeno.

M.R. In Romagna c’era San Patrignano. E a Foggia? Nella nostra città esistevano comunità di recupero?

G.M. Si, nacquero sull’esperienza di Emmaus di don Michele de Paolis e, insieme a lui, di don Nicola Palmisano, che poi morì molto giovane.

Emmaus rappresentò un terzo modello, diverso sia da don Picchi che da Vincenzo Muccioli. 

don Michele de Paolis

Si trattava di una sorta di Kibbutz israeliano in cui interi nuclei familiari di volontari andavano a vivere insieme, in un terreno donato dalla Fondazione Siniscalco Ceci. 

Furono loro a costituire il primo nucleo di comunità a Foggia che aveva un’origine sociale ed una composizione mista laico-religiosa. Poi nacquero anche altre esperienze di comunità che coprivano altre fasce di utenti meno classiche rispetto al modello più datato delle comunità residenziali.

Emmaus Foggia

La cooperativa “Salute, cultura e società”, dalla quale provenivo insieme al gruppo che fondò il CMAS , cominciò a sperimentare il modello delle comunità diurne e semiresidenziali che più si addicevano a pazienti con dipendenze meno gravi, per le quali erano compatibili programmi  che mantenevano la vita in famiglia ed il lavoro per le persone che vi aderivano.

Nacque così anche un’altra comunità con le stesse caratteristiche semiresidenziali e diurne, l’“Artlabor”, che coniugava l’uso delle arti grafico-pittoriche e plastiche con un programma terapeutico affine a quello del Ceis di Don Picchi.

Si realizzò così, caso quasi unico nel Mezzogiorno d’Italia e certamente in Puglia, un complesso di strutture terapeutiche capaci di affrontare ogni giorno direttamente sul territorio e con efficacia,  decine e decine di casi di pazienti con importanti problemi di dipendenza. Un modello d’azione molto diverso da quello di San Patrignano, ma tuttavia capace di riconoscerne il valore e la grande utilità soprattutto per i suoi motivi ispiratori.

M.R. So che lei ha conosciuto Muccioli e visitato San Patrignano. Ci racconti. 

G.M. Su San Patrignano rimasi scettico a lungo. L’aspetto dell’auto aiuto era interessantissimo, il clima coattivo di cui si parlava, invece, mi lasciava qualche dubbio. Così decisi di andare a visitarla. Presi un appuntamento e mi recai a vedere di cosa si trattava. Mi avrebbe fatto piacere anche mandare qualcuno dei miei pazienti.

A differenza delle altre comunità, a San Patrignano non si pagava nulla. L’unica cosa richiesta era l’accesso diretto delle persone, senza intermediazioni. Mentre altre comunità concordavano con noi professionisti l’accesso del paziente, qui la trattativa col ragazzo era diretta.

Un principio che dapprima sembrava una sfida per gli operatori del settore pubblico, ma che con la maturità ho definito sano, perché il proprio male va affrontato in prima persona e non delegato necessariamente ad intermediari.

Lo Stato, ancora oggi, dovrebbe pensarci seriamente, anche per rendere più efficace la spesa.

La persona interessata, infatti, deve saper scegliere dove curarsi, perché altrimenti la cura non funziona, non si attivano le proprie risorse. Non si può curare efficacemente nessuna malattia senza la partecipazione attiva del paziente.

Dunque andai lì e scoprii una realtà molto diversa da quella che avevo immaginato. 

Eravamo nel 1985/86, forse anche prima. La struttura era già abbastanza consolidata con qualche centinaio di ospiti.

Mi accolsero in questo grande salone con la mensa, che mi apparve immediatamente molto bello.

Il clima delle comunità in quegli anni era pauperista: locali malmessi, scarsa igiene, mosche dappertutto, scarsa cura delle cose. Le comunità erano spesso realtà povere e trasandate, un po’ come i loro ospiti. Ma la povertà spesso è mentale, prima ancora che economica. 

San Patrignano invece mi apparve subito bella. All’ingresso del salone-mensa-luogo di incontro c’erano delle voliere con uccelli esotici, divani di bambù coperti da sete variopinte, fiori, insomma tutto il contrario del carattere cupo che veniva descritto. In più a tavola si mangiava bene. La mensa era ben curata e Muccioli sedeva su una sedia più grande delle altre, come una specie di trono.

I ragazzi che servivano a tavola e cucinavano erano estremamente professionali, con la divisa ed il cappello da cuoco. Mi sembrò di entrare in un altro mondo.

I ragazzi di San Patrignano al lavoro

Scoprii ben presto che i ragazzi ospiti della comunità, mentre facevano il loro servizio a San Patrignano nella cucina o nella mensa, seguivano anche corsi di formazione professionale, in modo che alla fine del loro percorso avrebbero avuto attestati utilizzabili nel periodo successivo alla riabilitazione.

Altrove le strutture erano pietistiche, mentre qui c’era, sin dall’inizio, un taglio legato al lavoro vero e professionale ed al mondo reale. 

Questi caratteri mi rimasero impressi e non li ho mai più dimenticati. Erano proprio quelle le cose giuste da fare, anche se difficili da realizzare.

Il legame con i Moratti sempre molto presenti, poi, riusciva a portare in comunità delle imprese importanti che insegnavano i mestieri ai ragazzi ospiti. 

Ricordo che c’era la Pellicceria Annabella di Pavia, ad esempio. Le stalle dove si allevavano mucche e vitelli erano straordinariamente tecnologiche ed all’avanguardia. Lo stesso per gli allevamenti di cani e cavalli.

Tutto era stato costruito pazientemente nel tempo, con la collaborazione sia degli ospiti in trattamento che di esperti ad alto livello dei singoli campi.

Il latte e la carne prodotti a San Patrignano nutrivano la comunità ed erano anche un po’ commercializzati. Si trattava di merce di prima qualità. Lo stesso avveniva per il vino. 

Quella che nel docu-film viene criticata come la capacità di stare nel difficile mercato dell’ippica, divenne la creazione di un allevamento di purosangue capaci di competere nei meeting ippici a livello nazionale ed internazionale. 

Cavalli di San Patrignano al lavoro

Era questo il tratto vero di San Patrignano: quando eri li non eri fuori dal mondo. Eri in un mondo un po’ isolato, certo, ma ben radicato nel mondo reale.

Il metodo fondamentale era simile ad un coaching educativo, tuttora attuale e moderno. Alcuni degli ex ospiti della comunità, erano figure di riferimento: coach, ex tossicomani che seguivano il nuovo arrivato. Una persona esperta per il fatto di avere vissuto la stessa esperienza, ne guidava un altra.

Tutto questo finché gli ospiti erano duecento, trecento andava bene. Bastava scegliere venti, trenta persone che esercitassero questi ruoli e la comunità era ben governata.

Quando però Sanpa crebbe a dismisura, l’operazione divenne molto più difficile. Muccioli aveva cominciato ad impegnarsi anche nel tentativo di cambiare le leggi dello Stato su questa materia, dando peso e valore ad ogni passo dell’azione pubblica e privata integrate tra loro, a partire dalla prevenzione fino alla riabilitazione.

E Muccioli fu uno dei grandi promotori della legge sulle tossicodipendenze che ancora oggi abbiamo.

Io facevo parte della stessa battaglia: ero impegnato politicamente.

La legge del 1975 istituiva i servizi socio sanitari addetti alla materia (Cmas), ma era debole nella prevenzione, nel reinserimento, nella previsione epidemiologica del fenomeno, nella organizzazione complessiva della risposta istituzionale. 

I Sert invece nacquero dopo la legge 162 del 1990.

M.R. Qual era il suo ruolo in questi frangenti così complessi?

G.M. In quegli anni ero tra i professionisti più attivi in Italia nella materia e mi muovevo molto in convegni ed iniziative pubbliche. Ero un socialista, un professionista conosciuto in tutta Italia per la sua capacità di unire competenza e passione per il cambiamento. 

Fui tra coloro che scrissero la nuova legge sulle tossicodipendenze (la 162 del 90, detta Jervolino-Vassalli), che fu preceduta da un lungo dibattito tra posizioni diverse, a volte opposte. 

La 162 fu una grande legge civile che diede organicità a tutti gli interventi in materia, ancora oggi validissima. Per me fu un’esperienza grande e bella che vissi da protagonista.

Battaglie civili riguardo la Jervolino Vassalli

Muccioli fu uno degli attori più importanti in questo dibattito, con il movimento che si chiamava Muvlad (Movimento Unitario dei Volontari per la Lotta alla Droga). 

Non era mai successo che una legge nascesse sulla spinta della società civile: fu dunque una cosa assolutamente nuova per il nostro Paese.

Il Muvlad era una federazione di associazioni di famiglie con problemi di dipendenza: un fenomeno di avanguardia e partecipazione che oggi è debolissimo in Italia, soprattutto perché è cessata ogni attenzione istituzionale alla prevenzione e cura delle dipendenze. 

Il fattore Muvlad fu un valore aggiunto affinché ai tossicodipendenti venisse riconosciuta la dignità di persone meritevoli di cure.

Io credo molto nella partecipazione dei cittadini e nella collaborazione con i professionisti. In un campo come questo, il lavoro dei professionisti senza l’adesione dei cittadini è corporativo, astratto, e poco efficace.

Muccioli fu uno dei protagonisti di questo movimento laico che radunava molte delle principali comunità italiane del tempo. Suo socio per un lungo ed intenso periodo fu anche don Pierino Gelmini, fondatore della Comunità Incontro e copresidente del Muvlad.

Il Muvlad pressò le istituzioni per l’ottenimento di questa legge, che così nacque. 

don Pierino Gelmini

M.R. Tornando a Netflix, Sanpa semplifica una storia molto più importante di ciò che appare. La riduzione è necessaria se bisogna raccontare in poche ore una storia lunga decenni. Ma ho la sensazione che qualcosa della narrazione televisiva non l’abbia trovata d’accordo.

G.M. Si, è così. La riduzione di Netflix racconta in modo piccolo e parziale la comunità. Lo capisco dal punto di vista dello spettacolo, ma la docu-serie ha il grande limite di non restituire la complessità del personaggio e dell’opera che venne fatta a San Patrignano ed intorno a San Patrignano. 

Auto-aiuto, partecipazione dei ragazzi ospiti della comunità e delle loro famiglie al processo di motivazione e cura, formazione al lavoro vero e reale, reinserimento professionale: sono questi gli ingredienti principali dell’opera di San Patrignano, che aveva attorno una rete enorme di famiglie di tutta l’Italia ed un movimento che le rappresentava. Le famiglie erano le gambe di questo ragno che aveva il corpo centrale nella comunità. 

San Patrignano conteneva elementi di diversità e laicità, laddove (spesso) la cura delle dipendenze veniva collegata ad una guarigione delle anime, ad una idea puramente catartica della cura.

Sanpa con tutta la sua forza e le sue contraddizioni offriva un modello partecipativo nuovo ed efficace: il contrario del modello coattivo raccontato dalla docu-serie. Era contrastata per questo. 

Muccioli alle spalle aveva un grosso movimento popolare sensibile ad una problematica complessa su cui lo Stato, almeno inizialmente, non seppe dare molte risposte.

Oggi purtroppo l’intero campo delle dipendenze è regredito ad una condizione di isolamento ed esclusione.

Le categorie che ne soffrono sono cambiate, non hanno più un mondo che le sorregga: gli individui con problemi sono isolati e diventano malati psichiatrici anche per la crescente stigmatizzazione delle loro storie e l’esclusione sociale a cui sono costrette.

M.R. Andiamo sulla persona di Vincenzo Muccioli. Lo ha incontrato decine di volte. Qual era l’impressione sulla sua persona? 

G.M. Come tutti gli umani anche Muccioli aveva grandezze e limiti. Era ideologicamente fedele al movimento dell’auto-aiuto e a quell’idea di lavoro professionale che ho già spiegato. Laddove altre comunità facevano collanine e cose da niente, lui portava imprese importanti come la pellicceria Annabella, tanto per dirne una. Con il risultato che molti ospiti si innamoravano di ciò che altrove non avrebbero mai trovato.

Il suo modello era altamente socializzante e professionalizzante e nel periodo più florido fu come una Accademia, un’università della vita.

I limiti erano rappresentati dal fatto che tra tutti i tossicodipendenti che popolavano la struttura, ce n’erano alcuni con disturbi mentali importanti.

Del resto anche in un paese di 2000 abitanti ce ne sarebbero stati. A San Patrignano ce n’erano di più, e sarebbe stato necessario riconoscerli meglio per curarli adeguatamente, impedendo loro di fare danni. 

Giornali d’epoca

Quando la comunità crebbe, sarebbe stato necessario che gli operatori venissero preparati in modo più adeguato al grande compito che li attendeva. In questo livello di cure Muccioli non fu molto efficace.

M.R. Intende dire che le violenze sono addebitabili a quei gruppi di operatori ex tossicodipendenti a cui, lungi dal possedere l’equilibrio necessario, venivano date in consegna vite di persone fragili? Certo, la tecnica dell’auto-aiuto fu preziosa perché il ragazzo uscito dalla tossicodipendenza incarnava una testimonianza autorevole dei delitti e delle pene che la tossicodipendenza portava con sé. Ne portava i segni e quindi diventava facile per lui intuire reazioni, dolori, desideri di fuga, voglia di rivalsa. In poche parole empatizzare con il tossicomane.

Il limite di Muccioli fu forse quello di non saper guardare meglio dentro la storia dell’operatore, per comprendere a fondo le sue problematiche di tipo psichiatrico. Essere guariti dalla tossicodipendenza, non significa avere superato i guasti derivanti dall’educazione, dalla vita in strada, dalla mancanza di un equilibrio psichico.

G.M. Suggerii a Muccioli di istituire una piccola scuola di formazione interna proprio su queste tematiche, soprattutto per meglio coniugare l’auto-aiuto al professionismo. Ma lui tenne questa idea sempre ai margini, non riuscì a darle forza. Forse anche a causa del corpo centrale della comunità rappresentato dai suoi primi ragazzi-ospiti, quelli che da tossicodipendenti erano diventati operatori sulla base dell’esperienza dell’auto-aiuto. 

Alcuni avevano peso nell’organizzazione e non vedevano di buon occhio i professionisti, forse perché sentivano minacciato il loro ruolo. E (probabilmente) si opposero all’idea di sanitari esterni che integrassero le competenze di San Patrignano.

Così Muccioli rimase un po’ prigioniero della sua grande storia, del suo modello iniziale e della squadra che aveva creato. Il mix tra tradizione della comunità e spirito professionale esterno non venne mai realizzato in modo pieno ed efficace.

Lui fece qualche tentativo, ma non riuscì a segnare una storia nuova con la stessa forza con cui era riuscito a creare la prima grande esperienza. Piuttosto dall’interno si affermò qualche importante cambiamento.

Uno dei suoi ospiti, Antonio Boschini, divenne medico e riferimento specialistico interno, come una sorta di manager delle cure. Nel docu-film è ben rappresentato. Boschini mise in piedi un ospedale per i malati di Aids e portò sempre avanti la sua opera nel migliore dei modi.

Antonio Boschini

M.R. Poi le cose cambiarono. Muccioli perse mordente, si ammalò, smise di partecipare attivamente alla vita in comune e alla fine morì. La docu-serie ben descrive le sue amarezze, le delusioni che seguirono ai processi. “Perché San Patrignano viva è necessario che io muoia”. Sanpa riassume così il suo pensiero finale.

La gestione andò al figlio Andrea, che resse per alcuni anni e poi lasciò. 

G.M Si, Andrea rappresenta una fase diversa. Essere figlio di Vincenzo Muccioli non è stato facile per lui. Era un manager preparato, una persona complessa che per 14 anni governò la comunità, cambiandola profondamente. Ma questa è un’altra storia, che avrebbe bisogno di una seconda intervista. 

Oggi i ragazzi ex ospiti hanno un ruolo centrale nella gestione quotidiana di San Patrignano. Il sogno di Muccioli si è realizzato. Questa è la sua vittoria più grande. 

M.R. La docu-serie descrive nel dettaglio il tradimento di Delogu e lo colloca temporalmente proprio a ridosso del crollo di Muccioli che precedette la sua morte. Sembra quindi attribuirgli una significativa responsabilità, come se nella biografia di Muccioli, Delogu rappresentasse quella goccia capace di far traboccare il vaso.

A Delogu viene assegnato un ruolo importante nell’esposizione della storia. Un ruolo di testimone entusiasta, affettuoso, riconoscente, e poi freddo calcolatore che arriva fino alla risoluzione finale. Il figlio putativo che pugnala il padre.

Cosa ne pensa di Walter Delogu e del suo tradimento?

G.M Non ho conosciuto Delogu, ma la natura del suo gesto appare chiara. 

Muccioli era un uomo generoso che prometteva cose che talvolta non riusciva a mantenere. Era generoso, ma nel tempo si era costituita attorno a lui una corte di operatori, ragazzi ex ospiti, collaboratori esterni con cui aveva messo insieme la comunità, che erano diventati un po’ comproprietari dell’impresa. E poi c’erano i Moratti che avevano molta voce in capitolo.

Gianmarco e Letizia Moratti

Probabilmente lui faceva delle promesse, che prima o poi si conoscevano, e doveva sempre tener conto delle conseguenze delle sue azioni nel consenso di tutte queste persone alle sue iniziative. Delogu, che forse aveva creduto ciecamente alle sue parole e non le vide tradotte in azione, si sentì tradito.

Bisogna tenere conto che Muccioli in quegli anni non aveva più la libertà dei primi tempi che gli avrebbe consentito di fare una promessa a Delogu e mantenerla. 

Di tradimenti e vicinanze tradite, poi, è piena la storia umana, sono toccate anche a Gesù Cristo.

M.R. E riguardo alle parole minacciose di Muccioli registrate da Delogu, quelle in cui sembrava progettare, o almeno desiderare, la morte del testimone dell’omicidio Maranzano?

G. M. Quante volte sentiamo dire: «Io a quello lì io lo ammazzerei»? Sono cose che si dicono. Mi sembra che Delogu le registrò mentre Muccioli sonnecchiava e lui guidava.

Ma Muccioli non era un cinico capace di programmare un assassinio. Era un passionale, privo di freddezza. Spesso si immetteva nelle cose con troppo spirito emotivo. Era un uomo intelligente con una parte emotiva molto presente. 

Programmare un assassinio a tavolino non era da lui. D’altra parte non fu trovato nessun altro riscontro che avvalorasse quella tesi.

M.R. Mi sembra di capire che Muccioli perse la sua libertà man mano che la comunità cresceva, quasi che l’autonomia di gestione del suo padre fondatore fosse in rapporto inversamente proporzionale alla crescita della sua creatura.

G. M. Credo di si. Il fatto che lui alla fine si sia lasciato andare, è dipeso proprio da questo. Si è sentito stretto tra un attacco istituzionale che sentiva ingiusto e la sua impossibilità di reagire come avrebbe potuto fare nei primi tempi, quando era libero da vincoli, responsabilità e gruppi di pressione.

Si accorse di essere rimasto schiacciato in questo meccanismo e si lasciò andare. Questa è la mia impressione. Le ultime volte che lo vidi non era sereno, era molto affaticato. Aveva perso la vitalità con cui lo avevo conosciuto.

M.R. La narrazione televisiva della sua morte ha in sé qualcosa di pruriginoso. L’attenzione ad una bara che giustamente reclamava rispetto imponendo distanza alle telecamere, quasi che il volto di Muccioli ormai defunto avrebbe potuto rivelare ingredienti segreti della sua biografia. Il riferimento all’Aids, alla omosessualità, il tentativo invadente di continuare la demolizione della sua figura anche oltre la morte.

G. M. Ammesso che Muccioli abbia avuto l’Aids, in una struttura del genere sarebbe stato facilissimo prenderlo, non serviva essere omosessuali. Lì di sieropositivi ce n’era un esercito. Le situazioni in cui sarebbe potuto avvenire il contagio erano migliaia. 

Io ho avuto l’impressione che, qualunque sia stata la causa della sua malattia, Muccioli abbia voluto lasciarsi andare, che non ce la facesse più a reggere questo grande contrasto tra il bene che aveva fatto (errori compresi) e i continui attacchi che riceveva da tutte le parti.

Il sistema immunitario in uno stato d’animo così crolla, e crollano tutte le difese vitali.

M.R. Lei lo ha visto tante volte. Conserva il ricordo del suo ultimo incontro con lui?

G.M. Certamente. L’ho incontrato un mese prima della sua morte e non era più lui. Intanto era in casa e non più nella struttura di accoglienza. 

Non dimentichiamo che lui faceva accoglienza a casa sua, nella sua villetta, che era posta simbolicamente all’ingresso della comunità, come una sorta di portineria, quasi a dire: “Quando arrivate qui trovate me”.

In quei giorni c’erano i suoi collaboratori più stretti che facevano la spola tra la parte della villetta dedicata alla ricezione, dove continuavano ad arrivare nuovi ospiti, e la casa di Muccioli. In casa invece c’erano solo i familiari e pochi amici stretti. 

Vincenzo quando era in forma contava sulle sue forze ai limiti dell’onnipotenza. Nell’ultimo periodo, invece, era piombato in un sentimento di insufficienza e di sfiducia, che non gli hanno consentito di reagire.

San Patrignano

M.R. Guardando alla sua storia, alla sua esistenza vissuta intensamente, al suo coraggio, all’entusiasmo, alla visione lungimirante che ha contraddistinto la sua persona, mi viene da pensare che Muccioli abbia vissuto con così tanta forza che non poteva che vivere di meno, come una fiamma scintillante che si consumi prima del tempo. 

G.M. Si, può darsi. Oltre che essere stanco, forse pensò che solo lasciandosi andare avrebbe consentito alla comunità di crescere con quelle stesse forze che lui stesso aveva generato. 

Dopo la sua morte il sogno si è realizzato. È questo quello a cui dobbiamo pensare quando ricordiamo Vincenzo Muccioli. 

Modesta Raimondi