Quando fu il 90° di Dario Fo

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È un compleanno importante quello di Dario Fo. E non come possono esserlo tutti i novantesimi. Di più. Perché la sua è stata una vita artisticamente ricca, colma di esperienze, avventure, premi e innovazione, oltremodo pervasa dal genio.
“Io posso stare giorni interi a studiare copioni e inventare ruoli”, mi disse sua moglie Franca, figlia d’arte di una delle più antiche compagnie girovaghe dell’Italia settentrionale e che, oltretutto, aveva fatto il suo esordio in teatro a soli otto giorni, tra le braccia di sua madre ne La Genoveffa di Brabante e quindi di esperienza teatrale ne aveva da vendere. 
“Quando io sono in scena e recito, la platea è muta e seria, mi ascolta. Ma basta che arrivi Dario, basta che lui faccia una battuta o alzi un braccio e il pubblico esplode in un entusiasmo che si tocca con mano, un entusiasmo che io, pur con il massimo dell’impegno, non riuscirò mai ad ottenere”. 
Ed era vero. Perché se la carica esplosiva di dissenso, propria di Fo, oggi non fa più ridere nessuno, è pur vero che lui ha utilizzato la potenza della risata come canale preferenziale ad una vita attiva e partecipe, presente dal punto di vista politico oltre che artistico, con un teatro predittivo, che dipana le brume del silenzio, la distrazione di massa e decodifica la realtà, interpretandola da un punto di vista che si fa sguardo nuovo, direzione comune, orientamento politico e talvolta opinione pubblica.
Insomma, Dario ha fatto sbellicar dalle risa ed arrabbiare intere generazioni, generazioni che attraverso i suoi spettacoli sono stati informati sui fatti italiani di due o tre decenni, un pubblico che a volte ha sposato il punto di vista, altre lo ha censurato. 
Nel maggio del 1991 io andai da lui un paio di volte. E fui fortunata a conoscerlo, sebbene loro fossero gente di piazza e la casa, un porto di mare aperto. Non c’è stata alcuna unicità nelle mie visite, dunque, ero solo una dei moltissimi ragazzi interessati che, proprio per questo, potevano star loro vicino e frequentarne l’appartamento in prima persona. Me ne accorsi dopo.
Non so bene come feci a trovare la strada con tanta facilità, sbucando all’uscita giusta della metro. Il nostro appuntamento era così, semplice. “Vieni a casa mia domattina”, mi disse Franca dopo avermi dato l’indirizzo. Ricordo che al citofono c’era scritto D’amico, invece di Rame e Fo. Bussai e salii, trovandomi di fronte una coppia calma ed accogliente che, data l’ora, mi invitò a pranzo.
Inutile dire che ero nervosa ed emozionata, dal momento che avevo poco più di vent’anni ed ero una semplice studentessa universitaria, non abituata ad incontri così importanti. A loro invece non faceva alcuna differenza avere a tavola qualcuno in più. “Accomodati” , disse Dario, ” ti piace il salmone?”.
Il tavolo era grande e sedevamo belli larghi come dei principi, io, Franca, Dario e un attore con dei grandi denti sporgenti di cui, con gli anni, ho dimenticato il nome. Lei era capotavola.
Durante il pranzo, servito da una coppia di filippini obbedienti e silenziosi, i tre sembravano quasi assonnati mentre parlavano delle loro beghe di lavoro, incuranti della mia presenza.
Rimasi colpita alla vista della servitù, considerato il loro impegno politico nella lotta di classe. Ma sorvolai.
Dopo pranzo sedemmo in salotto. Io sollevai tutti i capelli lunghi in alto e i poggiai il capo comodamente in poltrona e Fo mi guardò e disse “Assomigli ad una medusa con tutti quei capelli messi così”. Fu il primo a darmi una vera attenzione, spezzando quello che a me sembrava silenzio, mentre in realtà era la quotidianità tranquilla di una giornata qualunque. 
Dopo avermi paragonata ad una medusa, prese a chiacchierare, facendomi un sacco di domande, battute, riempiendo tutta la stanza con la sua voce. Su un mobile, la foto del figlio Jacopo, con in braccio una bambina. “È mia nipote Mattea: il mio amore”, disse indicandola.
L’atmosfera divenne più leggera e io mi sentivo quasi parte del trio. Poi Franca lo guardò severa e lui parve ricordarsi che ero li per fare un lavoro su di lei e, considerate le sue continue scappatele e l’infinita pazienza della moglie, tacque lasciandole il ruolo di protagonista. “Ora va a dipingere i suoi splendidi falsi”, mi disse lei mentre lui si dirigeva altrove. 
Franca raccolse il filo là dove lui lo aveva lasciato e poi mi indicò una libreria, colma di materiale che sarebbe potuto essere utile al mio lavoro. “Guardalo e prendi pure quello che ti serve. Me lo riporti poi quando vuoi”, disse. 
Mi sedetti per terra e tirai fuori copioni di scena, libri, foto, pagine sparse, un sacco di cose interessanti e necessarie. Stetti in quella angolo un sacco di tempo.
Un paio di ore dopo, mi disse che potevamo conciare l’intervista. 
Io ero emozionata, seduta di fianco a Fo e alla Rame, così lei mi spiego che da bambina, quando già recitava con la sua famiglia, la gente di teatro non era quella specie di cui il pubblico ha timore. “A nessuno tremavano le mani”, ricordò facendo esplicito riferimento alle mie.
Parlammo per un tempo lunghissimo, facevo domande e registravo. A pomeriggio inoltrato, poi, la loro casa si riempi di ragazzi e ragazze, forse studenti, forse attori, a cui la coppia dava udienza e indicazioni, ospitandoli direttamente in salotto.
Il loro è stato un teatro comunitario oserei dire, con la gente che, Dario Fo prima di altri, ha abituato a sedere a destra e sinistra del palco, a uno o due metri dagli attori, quando la platea era stracolma.
Del resto, per lui il teatro era ovunque e rivoluzionò anche una certa idea sulla sacralità del luogo; se si guardano i vecchi nastri, infatti, si vede la gente che lo attornia, talmente vicino da toccarlo. La stessa gente che ora affollava la sua casa.
La condivisione degli spazi, il pubblico e il privato, in loro sfioravano una lieve linea d’ombra, più sottile di quella che separa le famiglie normali o i divi dal resto del mondo. La loro linea era invisibile. Erano tutto li, semplicemente. Erano quello che tu vedevi.
Durante l’intervista, Franca lo chiamò più volte, per portare la sua opinione sulla drammaturgia condivisa, ad esempio. E per dire la sua anche su di lei. “Ha una concezione di se stessa simile alla cacca dei gatti. Voi la vedete decisa, ma sai che devo ricattarla a volte per farla entrare in scena”. E poi, le dinamiche normali della divisione dei compiti, tipo la correzione delle bozze, la distratta genialità di lui, la precisione di lei, la loro piccola casa editrice. “La colpa della sua disattenzione è mia”, concluse Franca. ” lui era abituato alla mamma che gli infilava perfino le calze. Già è tanto che io non glielo infilo!”
La serata continuo così. Tanta gente, tante chiacchiere, Dario e Franca che spiegavano e accoglievano. Divenni una delle tante, e quando fu l’ora di lasciarli, presi l’ascensore con le mani piene di libri e copioni di scena.
Era primavera e poco prima che facesse buio loro andarono a prepararsi, li aspettava una delle loro mille serate a teatro. Qualcuno mi chiese di restare, offrendomi un posto in cui dormire. Da loro si propagava una sorta di intimità che creava facilmente relazioni.
Rifiutai e tornai al mio treno, avida di letture e considerazioni. Tornai da loro ancora, per restituire e salutare. E lei, un giorno, con infinita naturalezza mi chiamo a casa, dopo che le consegnai una copia della mia tesi di laurea. “Grazie Modesta. È un bel lavoro, inoltre hai fatto la copertina gialla, il mio colore preferito. Torna a trovarci quando vuoi anche a teatro, fatti vedere, io  e Dario abbiamo avuto piacere a conoscerti”. 
Balbettai qualcosa di stupido, mi sembrava inverosimile che una donna così famosa, potesse telefonarmi personalmente con naturalezza. Ma lei e Dario sono stati questo. Una coppia straordinaria tra la gente, che con le loro commedie hanno, in un certo qual modo, servito, oltre che illuminato.
Lui tornò nella mia città universitaria, un’infinità di volte e io sempre lo seguii: fu divertente, geniale e brillante come nessuno. Chi lo ascolta solo oggi, può far fatica a comprendere ciò che lui è stato, oltretutto anche artisticamente invadente,  oltremodo pervasivo. 
Il mio studio su di lei, ha fatto grande fatica staccarla da lui. Scritto su Franca c’era poco e niente, a causa del suo uomo protagonista che monopolizzava libri e giornali, lasciandole un ruolo a metà tra il gossip, l’arte e la politica attiva.
“Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna prona, che sta accovacciata facendoci da piedistallo”, scherzava Franca, imitando la posizione di un cane a quattro zampe.
Dietro, sotto, accanto a lui c’era sempre lei. Chissà come sarebbe se ci fosse ancora…
Ma tant’è. Oggi al suo 90esimo lei non c’è accanto alla sua torta. In compenso ci siamo noi. Dunque, auguri Dario. Ti vogliamo bene.

Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano l’Attacco in occasione del 90° compleanno di Dario Fo

La mia tesi di laurea Franca Rame, il Teatro al femminile con intervista, pubblicata sul sito ufficiale di Dario Fo e Franca Rame