IL PRATO, O DELLA FAMIGLIA

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Le vecchie Ombre tornarono una mattina di fine settembre, mentre il Gobbo bussava alla porta nascosta sull’albero, per dire chi era.

Negli ultimi mesi sembrava fossero svanite, e invece eccole lì, spavalde e in attesa, cattive: come da sempre le ricordava.

Gli urlarono in faccia con tutta la potenza di cui erano capaci, ricordandogli che era un essere piccolo, mostruoso e orrendo: un essere che nessuno, in tutto il mondo, avrebbe potuto amare.

E dire che le aveva sottovalutate!

Il Gobbo si era recato nel luogo in cui anni prima esse si mostravano, e aveva cominciato a parlare, certo che qualcosa del suo essere umano, oltre che gobbo, avrebbe potuto piacere.

Ma niente.

Dapprima la situazione appariva sotto controllo. Riusciva ancora a sembrare migliore, come migliore aveva provato ad essere negli ultimi tempi.

Presto però i toni delle voci si erano alzati, e in quelle voci alte, le ombre si erano manifestate, volanti e cattive come le ricordava.

Controllò ancora per un po’.

Disse che non c’erano problemi, che ce l’avrebbe fatta.

Ma non andò così.

Dovete sapere che il luogo dell’incontro era un bosco che assomigliava ad un prato.

Quando era un prato custodiva la luce, e chiunque ci passasse si sentiva felice, e tutto intero, con ogni parte del corpo proprio lì dove doveva essere: la coda nella parte posteriore, i baffi sotto il naso e le orecchie belle ritte ad ascoltare.

Quando era un prato si sentiva l’odore dei fiori, e di ogni pianta da cucina che le fatine avevano piantato: rosmarino, basilico, menta e prezzemolo. Non si erano dimenticate di nulla. E poi un’inondazione di colori, abbinati in ogni minimo dettaglio. Era il regno dell’amore e della bellezza.

Le fate erano brave e attente, gran lavoratrici. Non c’era una lacrima che non venisse utilizzata. E se per caso a qualcuno scappava di piangere, loro non potevano permetterlo, perché in quel giardino ogni anima doveva essere felice.

Era un prato magnifico che il Gobbo conosceva sin dall’infanzia. Il prato e la sua fata lo avevano nutrito e formato, facendo di lui l’uomo che poi era diventato.

La fata che gli era sembrata la più buona, divenne la sua fata, e quell’affetto lentamente si trasformò in una gabbia, tanto che col tempo, lui non riuscì più a vivere se privato del suo sorriso.

Ma quel prato, luogo dell’incontro, era anche un bosco. Un bosco nero in cui le fatine perdevano la testa ed il cuore. Era un bosco colmo di fantasmi che lo tiravano giù per i piedi e lo inseguivano, raggiungendolo a qualunque tentativo di nascondersi.

Quei fantasmi erano di vento e striscianti, riuscivano a ficcarsi in ogni luogo e gli toglievano la pace.

Così quando all’improvviso da prato diventava bosco, la luce svaniva, e la notte si impossessava di tutto.

Quel giorno andò così.

Aveva raggiunto da solo quel luogo magico che nascondeva sorprese. E mentre era lì, bussando alla porta celata sull’albero, insistendo per dire il suo nome, mentre bussava alla porta di una fata, questa lo aveva aggredito, facendogli ritornare a mente le sue giornate infantili, quando ogni cosa si trasformava e al suo piccolo cuore spaventato veniva riservato il posto più buio, quello in cui le aquile urlavano e le civette lo fissavano con occhi intrisi di curiosità cattiva ed insolente.

Quel giorno stava parlando, stava bussando, stava solo spiegando Chi Era, quando la luce si spense e le Ombre arrivarono.

Nessuno credette alla sua identità e venne cacciato via, come solo con i mostri delle Alpi vicine aveva visto fare.

Resistette a lungo per farsi riconoscere. Ma era un tentativo vano su cui non smetteva di riporre la speranza.

“Io sono il Gobbo”, diceva, “quel piccolo gobbo storpio a cui una volta avete offerto un prato. Apritemi la porta e il vostro cuore. Guardatemi. Non sono altri che io”:

Le foglie degli alberi e gli stessi rami cominciarono girare vorticosamente e lui, dapprima fermo, prese a girare con loro. La porta nascosta nell’albero svanì, e lui divenne vittima sciagurata di una corsa selvaggia.

Le Ombre e il vento lo avevano preso all’amo, e stavano stratificando ogni parte del suo essere, quando con tutte le sue forze decise di scendere, seguito dalle urla e dai silenzi che, mischiati insieme, riescono a dar vita ad un paesaggio spettrale.

Scese e scappò via. Afferrò un rametto per difendersi e corse più veloce che poté.

Ad attenderlo fuori dal bosco c’era un gufo, che da sempre gli voleva bene.

“Dove corri, caro amico”, gli chiese il gufo. “Ti hanno fatto di nuovo male, le fate?”.

Visto che non smetteva di correre, il gufo seguì il gobbo di buon passo, accarezzandolo e sussurrandogli parole gentili e di conforto.

“Non so più chi sono”, gli disse il Gobbo. “Quando coloro che mi hanno allattato mi negano l’accesso, la mia voce si trasforma e il mio cuore non si riconosce, convincendosi di appartenere ad un orco. Chi sono io amico, Gufo, dimmi, chi sono?”, chiese il Gobbo. “Sono lo stesso di ieri, o mi trovi mutato?”

“Si, sei diverso”, gli rispose il Gufo. “Quando il prato diventa un bosco tutti noi cambiamo. La notte prende il posto del giorno e il nostro cuore trema, in attesa del peggio”.

Si presero per mano e corsero insieme.

Man mano che si allontanavano dal bosco, i due amici rallentavano, scambiandosi occhiate piene di affetto.

Col tempo la corsa divenne una passeggiata, in cui guardavano anche il bel paesaggio, e pian piano trovarono un nuovo prato in cui insediarsi. Un prato senza fate né colori, né piante decise da altri. Lo arredarono insieme, con l’amore e le piccole cose di ogni giorno.

Ma non era facile liberarsi dalle ombre, tanto che il loro nuovo prato aveva dei brutti buchi senza verde. Li accettarono, coltivandoli come fossero un tesoro.