L’appuntamento

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Era ben vivo prima dell’incontro. Sapeva che gli altri lo avrebbero compromesso, ma ugualmente li stava raggiungendo a passo svelto, colmo di gioia.

Sorridendo andava verso il luogo in cui li avrebbe incontrati, tutti insieme, mentre lui, come al solito, aveva solo un minuscolo amico al suo fianco.

Le prime ore di quel sabato pomeriggio erano state felici, senza che ne capisse bene il perché. Gli umori e l’ampiezza dello sguardo che il suo petto riusciva a contenere, sulla vita e sul futuro, si alternavano in opposte direzioni, tenendolo in pugno. Nella sua mente si avvicendavano paesaggi disegnati da pregiudizi familiari che gli erano stati narrati, a cui lui non sapeva sopravvivere, né adattarsi.

Immaginava la genie di quella fragilità impotente, che lentamente aveva disegnato la sua vita, proprio come qualcun altro l’aveva pensata per lui, e sapeva di non contare, giacché non aveva potuto cambiare in nulla quel progetto originario che, fisso e immobile, lo attendeva da sempre, da ancor prima che egli nascesse, già quando il cuore palpitante della sua mamma e i baci appassionati del suo papà davano vita a un sogno, nei cui estremi egli sarebbe inevitabilmente rimasto invischiato.

Le potenzialità individuali di cui gli avevano parlato nei banchi di scuola erano un tranello e lui, ben piantato nei suoi limiti esistenziali, non sapeva convivere con la verità che, suo malgrado, aveva scoperto da solo, e cioè che non ci si discosta dalla propria nascita.

Aveva imparato che solo pochi sanno muovere passi a distanza significativa dalla pancia che li ha generati: i più ne sono schiacciati, perché il modo in cui i familiari ci guardano è ciò che in seguito saremo. E lui era quello che gli avevano detto sarebbe stato: un essere superfluo che non sapeva coniugare vita reale ad equilibrio.

Negli anni sventati della giovinezza aveva custodito la segreta illusione di poter sfuggire alle parole che gli spiegavano chi era. Pensava di poterlo fare semplicemente inventando un modo personale di stare al mondo.

Non ci riuscì e nonostante ostentasse coraggio, si trovò a pagare il prezzo di tutte le paure che gli era stato consigliato di provare, al fine di trasformarsi nel ragazzo assennato e previdente che aveva poi saputo diventare.

Nelle prime ore di quel sabato pomeriggio non ci stava pensando. Sapeva essere contento senza reali motivi. O meglio senza grandi motivi.

Ciò che lo rendeva felice o lo turbava non era mai importante, né evidente. Si trattava piuttosto di un pretesto esterno mal decodificato internamente dal suo cervello, sul cui esito non aveva il benché minimo controllo.

Lo intristiva una frase perché contava sul potere costruttivo delle parole, senza capire che non tutti sapevano usarle. Si beveva ogni bugia, perché credeva nel potere liberatorio della verità, non immaginando che era forse l’unico a dirla. E si mostrava com’era, poiché le identità fasulle non lo appassionavano.

Si esponeva di continuo e in poche parole idealizzava il mondo, restandone puntualmente amareggiato.

Un amico gli aveva detto che la sua era solo una ricerca mistica. E talvolta ci credeva, soprattutto quando si ostinava a impoverire la sua identità per trovare pace in un mondo che, al contrario, non gli faceva sconti.

Quel sabato mattina c’era stata molta luce, le ombre erano stati gentili e la casa era in ordine. Qualcuno canticchiava, e dopo il pranzo si ritrovò a fischiettare e ballare, pago di ciò che gli era intorno.

Dimenticare il mondo e tutti i significati in cui infilava la propria mente, era un esercizio che gli faceva bene. Così stava sereno, certo che niente avrebbe potuto turbarlo.

Il suo cuore era così calmo e pacificato, e aveva impiegato così tanti sforzi per riuscirci, che era sicuro sarebbe durato. Credeva che le piccole cose di ogni giorno non avrebbero potuto ferirlo.

Capite come fosse questa certezza ad impedirgli il controllo?

Insisteva nel guardare a sé stesso come ad una persona fisica, e ai particolari sociali come a dettagli minuscoli e irrilevanti. Sentiva di avere un corpo ed una pelle che lo avrebbero protetto, un’esperienza da cui aveva imparato, e una storia personale che descriveva la sua identità.

La sproporzione tra le sue misure di uomo e quelle dei piccoli particolari sociali era talmente evidente, che non smetteva di sottovalutarli. Inoltre possedeva una mente capace di comprendere, aveva logica e raziocinio che lo definivano positivamente, e talvolta tirava fuori un’originale forma di saggezza, che lo esimeva dalla lotta.

Ma tutto questo non bastava. Per quanto costruisse stratificazioni di sapienza intorno alla sua persona, questa continuava a cadere, rendendolo del tutto simile ad un fuscello al vento.

Così, certe volte, puntava sulla smemoratezza. Quando ci si sente vuoti si può godere meglio della bellezza, pensava, e così spogliava le infinite stratificazioni di pensiero che aveva costruito come una necessità impellente, e che invece lo isolavano dal mondo. Rideva di sciocchezze, andava alla partita, guardava le donne. Gioiva della dimenticanza, investendo sull’armonia delle cose invece che sul loro significato, nella speranza che questo lo avrebbe sostenuto più a lungo.

Quello, ad esempio, era un buon sabato, forse a causa dell’armonia involontaria che lo aveva avvolto.

Nel tardo pomeriggio, dopo essere uscito di casa, mentre camminava in direzione degli amici, una piccola voce sapiente a cui non concedeva alcun credito, lo avvisava.

“Questa armonia finirà”, gli diceva. “Sei sull’orlo del tuo crinale e basterà un piccolo passo per cadere. Non esporti. Dimentica la tua allegria e inghiotti le parole che avrai voglia di dire. Devi far finta di non esistere per conservarti”.

Il pomeriggio, insieme alle ombre, aveva portato anche una pioggia sottile, che non toglieva vivacità al sabato di fine estate. Il sud è una terra di piazza e di strada e il centro era tutto un baccano di clacson e chiacchiere: gente che si toccava, coppie che si baciavano, amiche che si stringevano, unite insieme per affrontare il mondo.

La stradina in cui lui camminava aveva un marciapiede minuscolo e i pedoni dovevano proseguire in fila indiana. Accanto a loro scorrevano lente le auto, che nonostante avessero ben più spazio, si sfioravano ugualmente pur di guadagnare qualche centimetro di precedenza. Erano immobili al semaforo, che li lasciava scorrere con infinita lentezza e stavano immersi in un paesaggio umano denso e reciprocamente attento.

I pedoni scrutavano gli automobilisti e gli automobilisti scrutavano i pedoni: è un’abitudine mediterranea, che non consente di dimenticare sé stessi, né la parte che si rappresenta. A volte è una carezza, altre una fatica.

Lui camminava sereno. Dietro aveva l’amico piccolo che si limitava a seguirlo.

Dopo pochi metri sbucò in una ampia piazza pedonale, in cui i bambini giocavano liberi e la gente parlava a voce alta.

Eccoli, disse scorgendo i nipoti che non si curarono di lui.

“Dove andate?”, chiese.

Questi non gli diedero importanza e lui, guardandosi in giro, vide gli amici, che gesticolavano per salutarlo.

Si mosse nella loro direzione. Aveva chiuso l’ombrello e lo utilizzava come comodo appoggio durante il cammino.

“Come va?”, gli chiesero gli altri.

“Sono arrivato da poco”, rispose lui. “Va tutto bene”.

La conversazione verteva su banalità di giornata e lui iniziò a comunicare intimamente, esprimendosi più del necessario.

Li invitò al cinema, riferì del suo lavoro, del denaro e delle piccole cose quotidiane, andando qualche centimetro più in basso rispetto all’altezza a cui avrebbe dovuto restare.

La conversazione è anche una questione di livelli e a lui mancava quello superficiale, scivolava immediatamente sotto, riferendo di profondità su cui avrebbe dovuto tacere.

Sentì la sua voce parlare e diventare un elemento di disturbo in un clima convenzionale. Se ne accorse, ma non riuscì a fermarsi. Come ho già detto non possedeva il controllo, e così continuò, non rispettando le pause, né i discorsi già avviati in sua assenza, pur di dire la sua.

In pochi minuti gli occhi degli altri, che dapprima sembravano contenti di vederlo, esprimevano qualcosa di diverso, e l’attesa che la smettesse di parlare prese il posto dell’attenzione.

Il suono insopportabile della sua voce, feriva le sue orecchie e rovinava la giornata. Il suo umore mutava e l’allegria svaniva, lasciando il posto all’inadeguatezza.

Lentamente il gruppo si spostò di un poco, per raggiungere il punto in cui si sarebbe salutato.

Alcuni rientravano a casa, altri uscivano per la cena. Lui sarebbe andato al cinema, e dopo i saluti si avviò alla sua meta, col capo chino e il cuore in disordine.

La vitalità che lo aveva accompagnato fino ad allora, si disperse nella confusione di quel sabato di fine estate, e l’inadeguatezza della sua figura lo condusse verso le ombre, che non lo abbandonavano mai troppo a lungo.

Il peso del suo corpo e la responsabilità di una identità personale, lo opprimevano da troppo tempo, senza che riuscisse ad uscirne, e non c’era il seppur minimo ambito che gli garantisse stabilità duratura.

Gli occhi degli altri e quelli che immaginava fossero i loro giudizi, lo demolivano continuamente: l’unica scelta era una solitudine definitiva.

Quel sabato fu solo uno dei tanti momenti, identici tra loro, che cadenzavano la sua vita.  Sarebbero continuati ancora, ma qualcosa dentro lui stava invertendo direzione e nei mesi a venire imparò i rudimenti di quella solitudine che, fino ad allora, aveva identificato con la morte.

La sua costruzione di normalità, per quanto sommaria e instabile, si distanziò dai precetti originari e imparò cose nuove, come la rinuncia ai desideri e alla speranza. Anche questo poteva essere un primo esercizio da compiere nei pressi della morte e lo trovò riposante, proprio come da tempo desiderava.

Cominciò con una ricerca di essenzialità, senza sapere come questo si sarebbe declinato. Poteva essere bravo e trovare nuovi bisogni, o cattivo e cadere lontano da tutti.

 Un giorno trovò una pace che non sapeva se definire buona. Avrebbe potuto vivere in un piccolissimo luogo tanto poche erano le cose di cui aveva bisogno.

Temeva per la sua bella mente, per gli stimoli ridotti, che avrebbero potuto causargli un invecchiamento precoce. Ad alcuni suoi conoscenti era capitato. E per uno che riflette sulla necessità della morte, immaginate quanto sarebbe stato bello trasformarsi in un rottame intellettuale.

La diminuzione dei desideri, però, gli riduceva anche i problemi. Un giorno capi che non c’era più molto di occidentale in lui, tanto aveva imparato a rinunciare e accontentarsi.

La necessità delle ore da trascorrere in strada si ridusse, così come i bisogni e ogni desiderio, a cominciare dai più superflui.

Rinunciò allo stadio con gli amici e al bar. Perse attenzione nei confronti della sua figura e smise di vestirsi con cura.

Si rintanò nel suo bel appartamento, sapendo che il mondo, intorno, non aveva più molto da offrigli.

Cosa era rimasto in lui di quell’occidente che raccontava la sua storia? Poco. I valori erano migrati altrove e la realizzazione personale si era come sopita, insieme alle infinite necessità che condizionano la nostra vita.

È piacevole quando ci si riesce, solo che sarebbe stato necessario trovare compagni sul suo cammino e lui non ci riuscì, perché anche nella sua nuova veste, gli altri restarono un argomento complesso, che non smetteva di causargli dolore.

Di tanto in tanto il corpo lo chiamava, ricordandogli la sua necessita di movimento. Così si alzava, prendeva la sua vecchia borsa che nel frattempo si era alleggerita, e usciva, facendo un giro di quartiere.

Sapeva che, in una cittadina in cui gli occhi dei passanti indagano continuamente sulla vita altrui, sarebbe sembrato strano vederlo in giro a camminare senza scopo. Non abitava in centro, e quei giri immotivati nelle strade male illuminate avrebbero incuriosito qualcuno.

Nessuno lo vide, tanto duravano poco.

Ben presto rientrava e si accomodava tra le sue solite carte.

Ovvio che tutto, intorno, proseguiva come sempre. Il suo piccolo amico continuò ad accompagnarlo, così come alcuni altri che gli ruotavano intorno. Il cambiamento restava solo interiore. Era nel suo cuore che i valori dell’occidente, con tutto l’enorme universo simbolico, perdevano importanza.

Non sapeva che tipo di vecchio sarebbe diventato, ne era spaventato. Ma fintanto che non avrebbe trovato il coraggio di una caduta definitiva, era questa sua tana, il modo migliore di vivere.

2 novembre 2015