Apocalisse al Teatro dei Limoni. Splendidamente riuscito il primo esperimento di Teatro-danza

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la locandina dello spettacolo

di Modesta Raimondi

La scena si apre su un’umanità lieta, agile e spensierata. I danzattori e le danzattrici sorridono al pubblico, sgranchiscono i corpi, fanno cerchi e ballano in armonia: sono una comunità felice su cui presto si abbatte guerra, distruzione e morte. Così quegli individui che un tempo volteggiavano, lottano ferocemente, si feriscono, si sporcano, si ammalano e si impoveriscono. Talvolta muoiono.

Da principio sembra siano le donne ad avere la meglio: restano in piedi, dettano i tempi e per l’intero spettacolo sono loro a scandire i quadri scenici, guidando il fluire degli eventi. 

Sono i volti femminili, più di quelli maschili, a comunicare la temperatura emotiva allo spettatore: i loro costumi, gli sguardi vuoti e demoniaci sotto cascate di capelli biondi, spargono il male mentre provano lo stesso dolore che infliggono. E sono le donne a vestire i panni dei Cavalieri biblici forieri di sventure, tanto da far pensare ad una sorta di matriarcato, che se da un lato indica una separazione di genere, dall’altro la nega, dal momento che è nell’unione fisica tra l’uomo e la donna che abita il seme prezioso dell’armonia. Come suggerisce il finale.

L’Apocalisse del Teatro dei Limoni è un resoconto della storia umana, la sintesi di un’umanità sorella e delle sue gesta sanguinarie che da sempre si ripetono, in ogni paese e in ogni tempo.

Si tratta di uno spettacolo circolare che finisce laddove inizia. Uno spettacolo che solo nella chiusura del cerchio, nella ricomposizione della letizia iniziale (addirittura perfezionata) trova la sua sintesi e la sua conclusione. 

È una rappresentazione che non finisce dunque: riferisce. Riferisce dati sull’umanità endogeni alla sua stessa storia, ecumenici, totali. E che potrebbe ricominciare proprio dalla conclusione, perché la narrazione umana, si sa, non cambia.

Le lotte contro le tenebre possono essere interiori o esteriori. Possono affondare le radici nel male di vivere o nella guerra, ma restano comunque il cammino necessario alla risurrezione: si risorge da sé stessi, dalla malattia, dalla disperazione. E lo si fa di continuo, insieme agli altri o in perfetta solitudine.

“Beato chi non perde la speranza”, tuona la voce di Roberto Galano. Beato chi attraversa la notte e sa riaffacciarsi al giorno. Beato chi non ha mai smesso di credere che quel nuovo giorno sarebbe arrivato.

Sul finale un danzattore cerca la “luce”. Sta sotto un faro che illumina lo spazio pochi centimetri oltre il suo corpo. Quella luce però non lo inonda, lui non ne gode. Eppure la cerca, tenta di stringerla tra le mani, a tratti la cattura.

Chi non ha conservato la speranza si procura la morte proprio all’alba della risurrezione, tanto che uno degli spunti di lettura di questo splendido spettacolo potrebbe risiedere nel ruolo che la fede ha sulla vita umana. E non stiamo parlando di fede religiosa, che alcuni potrebbero legittimamente scorgere, quanto di fede nella forza della vita sulla morte, in quella continua guerra con il sottosuolo, il buio e gli inferi a cui le società danno tantissimi nomi: malattia, povertà, abbandono, guerra, disperazione.

I Cavalieri dell’Apocalisse portano sventure, percuotono i corpi degli uomini, li riducono al suolo, ma è ricorrendo ad una delle prime narrazioni cristiane che la pace ritorna. È nell’amore tra il primo uomo e la prima donna del cristianesimo che la storia ricomincia. In Adamo ed Eva, un danzattore ed una danzattrice, che si stringono e si danno la mano attorniati dal favore della comunità, ignara del peccato originale di cui i due innamorati sono portatori. Ed è qui la circolarità di uno spettacolo che potrebbe ricominciare da principio, in una maratona sperimentale per pubblici raffinati. 

Apocalisse è dunque uno spettacolo di spessore, evocativo, che dona suggestioni ed emozioni. È un lavoro di matrice femminile che attinge alla prima delle materie umane: quella bibbia che definiamo la madre di ogni disciplina che da essa discende.

Apocalisse racconta la caduta e la risalita, la divisione e l’unione, la morte e la rinascita. Immagina ciò che siamo e l’interpretazione che il cristianesimo ha dato di noi. È una messa in scena sul male necessario per ripartire dal bene.

Solo due voci sono presenti. Quella possente di Roberto Galano che annuncia l’Apocalisse e l’urlo finale di Maggie Salice che si allunga nel buio della notte e vale da solo il costo del biglietto. Quel buio pesto che inframezza le scene e su cui anche ci sarebbe molto da dire.

Apocalisse parte dallo studio sull’analisi del movimento del teorico Rudolf Laban e nasce durante la settima edizione del workshop di teatro danza Danzattori, dedicato ad attori e danzatori, organizzato dal Teatro dei Limoni e tenuto da Francesca Di Molfetta, Giada Ordine e Maggie Salice, che ha curato la regia della messa in scena. 

Sul palco  Elisabetta Campanella, Graziana Cifarelli, Maria Cocco, Marco Dragoni, Vincenzo Ficarelli, Luca Gambacorta, Nicole Piemontese, Roberto Rosiello, Cristiano Russo, Maggie Salice

Training biomeccanico-posturale Francesca Di MolfettaElementi coreografici Giada OrdineIdeazione e regia Maggie Salice.