Lutti

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Dopo la morte di babbo, il mio cervello oggi ricomincia un pochino a funzionare nel modo che mi è abituale. 

Solo oggi, dopo più di un mese dalla sua scomparsa, 

ritrovo il piacere delle mie letture.

E mentre scorro le righe di un libro, ritrovo l’interesse per la profondità che fino a ieri (e forse di nuovo domani) mi era avversa.
Penso ai collegamenti tra le parole che leggo, 

e all’attitudine di alcuni autori a ricercare il giusto sguardo per una discreta conoscenza del mondo e dei suoi sentimenti,

 delle emozioni che vi abitano.

Dopo la morte di babbo, nella vita di ogni giorno

 (che deve continuare normale perché hai figli, famiglia e un equilibrio da tutelare sopra ogni cosa),

 il mio cervello ha dimenticato tutto ciò che sapeva e si è come nascosto, azzerato, polverizzato.

 Si è fatto fa parte.

 Sono diventata ignorante, come un contenitore che mantenesse dentro sé solo le nozioni base. 

Solo oggi ricompare qualche traccia delle mie curiosità sulle cose. Oggi ritrovo quello sguardo personale che tanto mi infastidisce, impedendomi di sentirmi conforme agli altri: 

un fardello, il mio fardello, che conosco bene.

E leggo pagine che parlano di Leggerezza, di Sottrazione di peso, di una Realtà da non guardare mai frontalmente,

 in maniera diretta,quanto piuttosto di spalle e attraverso i suoi riflessi, come fece Perseo con la testa della Medusa Gorgone,

 che nella lotta per la vita, osservò solo di spalle e dal suo scudo che gli faceva da specchio. 

Uno stratagemma geniale.

Perseo guardò lateralmente la Medusa

 per non restarne pietrificato. 
Ed 
è giusto elaborare i lutti guardandoli lateralmente, 

a piccole dosi, una porzione alla volta, 

attraverso i riflessi del dolore che ne resta. 
È giusto guardarli alternandoli con la ricerca della gioia di vivere, delle risate, della compagnia, della musica.

Sarebbero felici i nostri cari che se ne sono andati nel vederci così.
Ed 
è felice il Creatore, della nostra capacità di godere la vita che ci ha regalato, nonostante la perdita.

È un male seguire solo il dolore. 

Bisogna scegliere con cura i pensieri a cui dare spazio dentro la nostra mente, e non vergognarsi di essere felici, 

non seguendo la consuetudine sociale che dice di rialzarsi a fatica e solo dopo un lungo tempo triste.
Bisogna invece rialzarsi ogni giorno, ogni ora, e rifiutare quel compiacimento in discesa che ci rende creativi nella sofferenza.
Rifiuto anche io, come Perseo, la visione diretta,

 per non farmi pietrificare. 
Guardo a piccole dosi, guardo di lato, guardo ogni giorno. 

Guardo mescolando la gioia al dolore.

E oggi ho ritrovato qualcosa che assomiglia a me.  
Leggo di un Vuoto che 
è altrettanto concreto dei corpi solidi. 

E della preoccupazione di Lucrezio 

di evitare che il peso della materia ci schiacci. 

Di Ovidio che segue la continuità del passaggio 

da una forma all’altra.

Ne sono felice. 

E babbo, anche se non capiva ciò che scrivevo e dicevo, 

ne sarà felice anche lui.

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1

Ci penso da settimane a fermarmi qui, in questa stanza sotterranea, da sola.

Ci penso e vi sfuggo, non proprio consciamente, ma lo faccio.

Restare qui, con il pensiero di voi, con lo sguardo sul paesaggio della mia esistenza, che con la vostra scomparsa è cambiato del tutto, mi spaventa.

Cosi rimando.

Fuggo dalle pause, dalla solitudine, dai pensieri che transitano troppo a lungo nella mia mente e nel mio cuore.

Fuggo dall’immaginazione, dal pensiero, dall’approfondimento sulle cose.

Quello su di voi è un pensiero che somiglia a una massa pesante, e per sopportare la massa scavo dei buchi, passaggi d’aria, qualcosa che alleggerisca la materia di cui essa è fatta, ficcandovi strappi nel mezzo.

È un pensiero gravido di dolore, che deve farsi portare via dalle cose della vita.

Un pensiero da custodire e un pensiero da scartare.

Un pensiero che da massa pesante deve farsi tessuto molle, elastico, leggero, svuotato dalla trama che lo compone, per diventare lieve e saper così abitare nel mio cuore, senza bisogno che lo cacci via, per il male che fa.

La morte delle persone care porta con sé una riflessione che è da trasformare, educare, sistemare. Per saperci vivere insieme come si farebbe con un consorte benevolo, che trattiamo con la stessa cura che riserveremmo ad un figlio, un genitore, un amico.

Ma il vostro, oggi, è ancora un pensiero pesante a cui io devo arrecare strappi, strappi che sono i sorrisi della gente, la folla in strada, il passo che cammina e lascia pezzi di me, come mi ha insegnato Paul Auster, che mi assomiglia in questo perdersi passeggiando.

Passeggiare non è solo camminare, ma dimenticare ad ogni metro, lasciare ombre come gocce di sudore, riempirsi di luce e leggerezza: vuoto benefico che mette da parte i brutti sogni.

Restando in casa, chiudendomi qui, in questa stanza solitaria, la trama della massa che è piena di voi, riprende consistenza e mi abbassa di statura, rinchiude il mio sguardo, stringe il mio spazio vitale, che ha bisogno di amici, respiri, passanti, luci, macchine, vetrine.

La citta mi appartiene, il frastuono mi conforta, mi solleva di un po’, portandomi là dove non esiste nulla che mi assomigli, così che io possa dimenticare, distrarmi, cancellare il dolore e ciò che sono, mettendo tempo e distanza tra noi.

Non voglio farlo sempre però.

A volte vorrei ricordare chi siamo stati.

Le gocce di sudore lasciate in strada, che sono l’ombra dei miei brutti sogni, non bastano a guarirmi del tutto.

Quello è il benessere leggero di chi deflette e scorda, lascia passare i giorni, delega la guarigione dal lutto solamente al tempo, alle settimane, ai mesi e agli anni.

Non basta.

Non credo sia sufficiente.

Io ne voglio scrivere.

Lo faccio per i miei figli, per ciò che è stato, per il valore di noi quattro, di noi tre, di noi due.

Di me tra voi. Di voi senza me.

Io con mamma e babbo, io con mamma e Pio. Io solo con mamma. Io solo con babbo, io solo con Pio. Io con babbo e Pio.

Io da sola.

Io qui che scrivo e che fermo il dolore, per far sì che nulla vada perduto.

Io che ricordo lui.

Le parole di lei dopo la morte di lui. 

La riorganizzazione esistenziale. 

Di nuovo la morte.

Una grazia, un dono?

Un dono di Dio a te e di te a me.

La tua fede che oggi abita in me.

Il tuo spirito che mi ha parlato e mi parla.

Le notti, le mie lacrime e le tue.

La gioia di vivere di lui.

I rospi da ingoiare. La pace.

Le ultime volontà.

Io che piango a dirotto fuori da una stanza di ospedale.

Una donna straniera che mi consola e sa farlo.

Mi tiene di poco il braccio, senza invadenza, come a sorreggermi e farmi sentire che c’è.

Una donna che non rivedrò mai più, con cui pure ho condiviso attimi importanti.

Cosa è diventata la nostra cultura?

Cosa siamo di fronte alla morte?

Quanto passaggio di estranei negli ultimi istanti!

Lui che lascia il mondo socchiudendo gli occhi per capire chi fosse la donna che gli stava accanto.

Lei che continua a dormire e non risponde ai richiami di un’altra donna che pure le stava accanto.

Donne straniere con un mestiere umile, che lasciano tracce indelebili nelle vite degli altri.

Per quanto possiamo essere presenti, pezzi della vita dei nostri cari ci sfuggono.

Non avrei mai voluto che accadesse, eppure è accaduto.

Nelle mie lacrime dietro la porta della tua camera, in ospedale, c’è la consapevolezza del tuo respiro, che non concede illusioni.

Il colore della tua pelle.

La tua volontà che si avverte per chiunque sosti al tuo fianco.

Solo i medici non hanno capito.

Loro leggevano le carte.

Io invece ti guardavo. Ti osservavo, ti studiavo, e così sapevo tutto quello che c’era da sapere.

Ho problemi col sonno.

Li ho sempre avuti, ma ora di più.

Da quei giorni ancora di più.

Da bambina mi svegliavo e ti chiamavo. Tu venivi a prendermi e io ti saltavo in braccio.

Ero una scimmietta che si arrampicava perfettamente sui tuoi fianchi.

Credo che pesassi poco, tanto bene sapevo tenermi in equilibrio, a volte pure “senza mani”.

Tu mi portavi in cucina e io scendevo dal mio albero, che eri poi tu.

Ricordo come fosse ieri quando sono cresciuta e sui tuoi fianchi non ci potevo più saltare.

Fu un dispiacere grande la consapevolezza di quel passaggio.

Da quel momento in poi dovetti incamminarmi da sola, raggiungendo la cucina in modo meno festoso di quando galoppavo te.

Ricordo il tuo viso sorridente ad ogni onomastico.

Mi svegliavi con in braccio il gatto al cui collo appendevi un cartello con su scritto “Auguri”.

Il cornetto su un piattino, il tuo sorriso che guariva da ogni cosa, tutte le mie pene, le mie paure.

Tu che ordinavi i miei pensieri.

Il tuo fianco ancora nei miei ricordi, quando mi stendevo accanto a te nel letto.

Il tuo fianco era una montagna su cui appoggiavo la mia gambetta, ricavandone una comodità rara a trovarsi.

Il tuo corpo era il perfetto rifugio alle mie ansie. Nei dintorni di te ogni cosa si calmava.

Lo faceva anche Alfredo con me, quando era un neonato. Calmava il pianto se qualcuno lo avvicinava al mio corpo.

Lui beveva al seno e sentiva il mio odore, che sapeva avrebbe placato la sua fame.

A me è successo tutta la vita con te.

Il mio senso di vuoto svaniva quando mi sedevo accanto a te, cosi laboriosa, sapevi riempire ogni momento di qualcosa.

La macchina da cucire sempre aperta, una stoffa da tagliare, un libro da sottolineare. Non stavi mai senza far niente. E questo per me era un grande conforto.

Con te tutti ritrovavamo il senso e placavamo il vuoto.

Anche babbo, che aspettava alla finestra che tu tornassi dalla messa. La sua giornata non iniziava se non si modellava sulla tua. Trotterellava felice quando sorgeva in strada la tua figura che rientrava.

La sua vita trovava il ritmo delle giornate nei tuoi continui andirivieni.

Tu che ti fermi a chiacchierare con Michela, tu che esci a fare la spesa, a comprare la carne e le mele buone da Patrizia, tu che cucini, ordini le cose. Ordini tutto, ordini le vite degli altri.

Sei un principio ordinatore di ansie e paure, che parla il linguaggio della pace e dell’amore, della laboriosità e della benevolenza.

Sei stata così tanto in ascolto del mondo che il mondo non si è accorto quanto tu fossi ammalata, tanto era abituato a non sentirti reclamare nulla. La tua voce era quella dei consigli e dell’ironia, della sdrammatizzazione e della praticità delle cose.

La bresaola sfilettata come facevi tu resterà per sempre nei modi di fare dei miei figli.

La tua reazione allo scorpione trovato nel bagno di una casa al mare, che a noi fece terrore mentre a te solo tenerezza. “È un cucciolo”, dicesti. “Vuol dire che da qualche parte ci saranno i fratellini e la sua mamma. Arriveranno anche loro”.

Noi tremammo di paura. Tu riconoscesti una famiglia.

Ricordo la tua attenzione ai ragazzi di colore che vendevano in strada. “Sono gli unici che mantengono tracce di umanità”, dicesti quando ti chiesi perché i loro gesti ti interessassero tanto. Quella umanità di cui sei stata al centro, nel proporla e nel perdonarla ad ogni debolezza, nell’incoraggiarla quando falliva, nella dimenticanza quando peccava. “Non sono io che devo giudicare”, dicevi quando io ti chiedevo perché tu non prendessi mai posizione contro una condotta sbagliata.

Alla fine, negli ultimi mesi, costretta alla sedia e impedita nelle tue amate passeggiate, quella tua meravigliosa attenzione poté concentrarsi solo sui comportamenti dei piccioni, che visitavano i balconi di fronte al tuo, e sul cane di zia Emma. Degli animali scrutavi le dinamiche, i rapporti, cose invisibili ad ogni altro fuorché a te.

Il tuo sguardo si è sempre posato su cose differenti. E se qualcuno indugiava troppo parlando di ricchezze e di denari ti distraevi. Non è mai stato quello il tuo metro per misurare il mondo.

Insieme io e te abbiamo riso a crepapelle per cose scemissime.

Eri simpatica e lo sei rimasta fino alla fine.

Quando hai preso in giro Gigi per la maglia di cui non sapevi più riconoscere i disegni. Erano tre surf ed a te sembravano tre pesci.

Il giorno della maglietta, eri in ospedale e ti affannavi a raccontarmi i sogni, come se fossero reali.

Allora sono stata io ad ordinare te.

Credo di averlo fatto negli ultimi tempi, quando regolavo la tua conversazione che sembrava folle.

Ti chiedevo sorridendo: “Questo di cui hai parlato ora, è un sogno, vero?”. 

E tu rispondevi: “Certo!”, come se fosse una cosa ovvia. 

Ma quel piccolo dettaglio, quella differenza tra sogno e realtà, non sarebbe stato così importante per te, se non lo avessi ricercato io. Perché sogno e realtà stavano per diventare una cosa sola, fino a quando poi il sogno avrebbe superato la realtà e tu avresti finito per starci meglio dentro, arrabbiandoti con me se provavo a svegliarti.

Nel letto di ospedale hai riprodotto un universo domestico che era fatto dai paesaggi della tua infanzia e della tua casa di sposa.

I tuoi giochi con i fratelli, che hai continuato a chiamare nei pochi giorni che ti separavano dalla fine.

Le galline lanciate dalla finestra della casa di campagna, con un fazzoletto stretto alla pancia a fare da paracadute.

Le libellule legate per le ali con un filo di cotone e portate a passeggio come fosse un guinzaglio volante.

Scazzamurillo: la vostra campagna, in cui vi trasferivate nei mesi dei bombardamenti.

Gli americani che dormivano sotto gli ulivi, le figlie femmine al riparo al piano di sopra, nonna Modesta che (tu dicevi) sembrava dotata di preveggenza e quindi faceva sempre la cosa giusta, prima ancora che gli altri ne intuissero la necessità. Come quella volta in cui il soldato Jimmy si ubriacò, entrò in casa e si trattene a lungo ballando il tiptap, davanti agli occhi sbalorditi, divertiti e impauriti della tua famiglia, che non capiva se quella fosse una serata di festa, una dimenticanza di ogni cautela o un pericolo imminente che riguardava le donne.

Quella casa in campagna, Scazzamurillo, un luogo meraviglioso di cui non è rimasta nessuna traccia.

Ci fu un pomeriggio in cui la cercammo insieme, io, tu e zia Gilda, al ritorno dai nostri pranzi al ristorante.

Io avevo poco più di trent’anni e con Gilda (la sorella di tua madre di cui porto il nome) andavamo al mare il giovedì, sia in inverno che in estate.

Una di queste volte, tutte e tre insieme cercammo tracce di quel luogo in cui molti di voi avevano vissuto e amato, sofferto, sognato, si erano divertiti, erano cresciuti, avevano visto scorrere la loro infanzia.

Il luogo che era lo sfondo di tutti i vostri ricordi.

Le passeggiate a cavallo fino agli scogli, per fare il bagno in mare con i tuoi fratelli; la tua puledra preferita che si chiamava Fulvia e che tu ricordasti quando, alle elementari, familiarizzai con una compagna di classe che ne portava il nome; le elencazioni di nonna Modesta all’ora del pranzo, che affacciandosi alla finestra, chiamava in ordine di nascita: “Tonino, Nina, Gina, Elina, Enzo, Franco, Pupa!”, perché era pronto e bisognava abbandonare i campi e rientrare in casa; quei mesi in cui ospitavate interi pezzi di famiglia allargata, per scampare ai bombardamenti, stringendovi uniti sotto lo stesso tetto.

Quel giovedì in cui cercavamo la casa (o anche solo la zona) di Scazzamurillo, con zia Gilda gironzolammo a lungo nei campi ma, nonostante gli sforzi, non trovammo nulla.

Non c’erano neanche più le strade di un tempo: orientarsi era impossibile.

Avrebbero voluto andare verso destra o sinistra, ma invece del sentiero c’era solo campo.

Al posto di quella casa fatata, oggi, per buona parte sorge l’Enichem: una grande fabbrica che ha modificato completamente il paesaggio, non lasciando neanche una pietra d’angolo, un muro di scarto che, come dice Dio nel suo Vangelo, avrebbe permesso di erigere qualcosa: un vecchio mondo passato, un posto, una traccia tangibile e preziosa di ciò che era accaduto.

Rientrammo in città confuse di fronte a quel definitivo mescolarsi delle carte, di fronte all’ipotesi che, se non ci fossero stati i ricordi personali, niente avrebbe conservato un segno della vostra realtà infantile.

Nel pomeriggio poi, una volta a casa, dentro di noi, singolarmente, si insinuò qualcosa di muto: una sorta di silenzio dell’anima che, rispettosa ed impaurita, si sentì posta di fronte alla potenza dell’oblio.

È dunque così che cambia il mondo?

È così che ogni nuovo nato ha l’illusione della realtà e del suo presente?

È con questa smemoratezza che poggiamo i piedi su passi che sono stati già di altri, altri di cui non sapremo mai nulla? Altri cuori, che hanno pulsato come i nostri, la cui mente era dimentica del suo passato, così come oggi lo è la nostra, sicuri come siamo di rappresentare qualcosa di consistente ed unico, importante, in un universo dentro cui, invece, non siamo altro che infinitesimali briciole misteriose, da cui abbiamo poca voglia di imparare.

Scazzamurillo era la memoria condivisa della tua famiglia composta da nove persone, Nonna Modesta, Nonno Saverio e i loro sette figli tra cui c’eri tu, la più piccola, soprannominata Pupa: un nomignolo che non hai mai smesso di detestare.

Scazzamurillo era nella memoria delle sorelle e dei fratelli dei tuoi genitori, delle loro mogli e dei mariti, delle vecchie zie autoritarie e prepotenti, a cui tu e i tuoi fratelli opponevate scherzi talvolta crudeli. Era nei ricordi dei vicini, dei parenti alla lontana, di una larga parte di storia familiare che aveva il suo baricentro nella cittadina di Manfredonia, su quel mare a cui tornavate quando tutto era tranquillo e di bombe non si parlava ormai da tempo.

“Ma mica voi ci credevate davvero alla storia dello Scazzamurillo, mamma?”, le chiesi una volta che eravamo a tavola da me, dopo che aveva dedicato alcuni minuti a parlarmi di quel folletto dispettoso con il cappello a punta che, un tempo, si riteneva fosse il vero custode e padrone delle abitazioni.

“Certo che ci credevamo!”, mi rispose sorpresa.

Mi disse che trascorrevano le sere d’inverno, intorno al braciere, a raccontare i posti in cui ognuno lo aveva visto l’ultima volta. Fidandosi l’uno dell’altro. Gina diceva di averlo notato all’ingresso, sul muro di pietra, e di avere riscontrato in lui uno sguardo diverso, come se volesse nascondere qualcosa. 

“Ecco perché poi ho perso il mio pettine!!”, esclamava. “Chissà cosa voleva dirmi, allora!”.

E giù spiegazioni a motivare i suoi sospetti.

Lo Scazzamurillo era un argomento di conversazione, una rassicurante spiegazione al buio della campagna in inverno. Era la paura che si faceva corpo e narrazione condivisa, era la voglia di stare insieme e chiacchierare, inventare anime, motivi e capri espiatori, era la mancanza della televisione che obbligava tutti a farsi novellieri o uditori.

Lo Scazzamurillo era un amico ed un nemico. Un inquilino. Il decimo abitante della grande casa che li vedeva stabilmente in nove, nei momenti in cui non arrivavano tutti i parenti in fila a pranzare e ripararsi dalle bombe.

Li immagino meravigliosi e distanti miliardi di miglia.

La nonna sapiente, i figli educati, a stretto contatto con la vita selvatica nei campi, a pochi passi dal mare e dalle scuole, immersi negli ulivi e diversamente consapevoli della guerra incombente.

Nina, la grande, che dai paracaduti degli americani sapeva fare splendide camicette; Franco ed Enzo, che ti burlavano e non ti lasciavano mai in pace. Lo riferivi con una stizza fresca, come se fosse passato un solo istante da quelle arrabbiature.

Credo che facessi a loro lo stesso sguardo che facevi a noi gli ultimi tempi, se ti sentivi al centro di una conversazione. Non lo sopportavi, e ti difendevi con il musetto di una bambina furiosa. Eri deliziosa, quando facevi così.

Pochissime cose mi hai raccontato di quegli anni, ma alcune le ricordo bene.

I figli dei pescatori che arrivavano scalzi e scambiavano il loro prodotto con grano e farina, che voi possedevate in abbondanza. Un giorno riconoscesti uno dei volti di quelli che allora erano bambini, nella pescheria Maf di via Rosati. Fu lui a individuare chi eri, in realtà. 

Ricordava bene della nonna, la Donna Modesta di cui dopo oltre mezzo secolo mostrava ancora rispetto. Teneva ancora a mente la casa e il carretto con cui arrivavano a portare il pesce nelle case dei signori.

E poi mi raccontasti delle bombe e di quella volta in cui scappaste lontano, riparandovi nella residenza di non so quale vicino.

Camminaste a lungo nella notte e quella volta lì, anche tu, per la fretta, eri rimasta scalza.

“Il mattino seguente rincasammo con il fiato in gola”, raccontavi. “A capo chino marciavamo veloci, e io stavo stretta accanto a mio padre”.

“E lui non ti prese in braccio visto che eri scalza?”, chiesi.

“Ma no, figurati!! Non si avevano queste premure”.

La Resistenza di cui parla babbo può partire anche da qui. Da quella trascuratezza che se da un lato ferisce porzioni di anima, dall’altra irrobustisce il fisico, insegna a sopportare, a combattere, a trovare espedienti, soluzioni.

La mattina in cui rincasaste all’alba, dopo essere scampati dalle bombe, trovaste nel campo davanti alla vostra casa un leggio proprio della messa, ed un cavallo senza padrone legato ad un albero.

“Fu una suggestione strana scorgere quelle cose lì”, dicevi. “Papà era troppo onesto e non prese nulla”. Neanche il cavallo che era una ricchezza e vi sarebbe stato utile nei campi.

Papà Saverio a cui anche nel ricordo continuavi a dare del Voi, come si usava un tempo.

Un nonno mite e buono, eppure nervoso, debole, onesto. Un uomo che assomigliava ad Eduardo de Filippo e dormiva con la papalina.

Cosa darei per essere nel vostro mondo un solo istante! Il tempo di guardarvi ed imparare cosa sete stati, e cosa sono io che discendo da voi.

Oltre alla tua morte, c’è un intero universo che è stato spazzato via. Beati quelli che possono riguardare una casa, una stanza, un paesaggio che è rimasto immutato!

A te e zia Gilda, quel giorno dopo il pranzo del giovedì, questo non fu concesso.

Tra Macchia e Manfredonia, in quei campi in cui tu sei diventata grande, non c’è più nulla che assomigli ad allora. Così come ora non ci sei tu, le tue sorelle, i tuoi fratelli.

La morte vera è l’Oblio.

E chi c’è ora a ricordare ciò che è stato il vostro mondo?

Sento il buio che si avvicina e vi inghiotte tutti.

È un dato di fatto che mi uccide.

Un dato che sancisce il trapasso di cose, luoghi, persone, paesaggi.

Un dato immenso che mi fa minuscola.

Io.

E tu con me, nell’infinito.

Noi, a poca distanza l’una dall’altra.

Tu a due passi, a tendermi la mano.

Nella grandezza di cose che non sono di questo mondo, io e te siamo vicine rispetto a quello che è esistito e che esisterà ancora.

Pochi anni ci dividono. Meno di trenta dalla tua nascita alla mia. Cosa sono in confronto alle epoche, ai secoli, ai millenni?

Le nostre anime, nell’universo, scorrono a pochissima distanza l’una dall’altra.

Ci rincontreremo, ne sono certa.

In quel Nulla da cui proveniamo e a cui torneremo, staremo ancora insieme.

Non può essere che così.

Altrimenti non sentirei la tua persona e la tua anima così vivaci, così loquaci al mio fianco.

Mi hai sempre reso visibile l’invisibile, e io ho imparato bene, mamma.

Quello che provo ogni giorno possiede consistenza, una consistenza che è materia umana scientificamente sconosciuta, eppure innegabile: capace di mutare gli animi, far nascere azioni, far succedere le cose.

Quello che io provo sarà nei ricordi dei miei figli e concorrerà alla loro formazione. Dalla mia gioia e dal mio dolore gemmeranno sconforto o fiducia, e da questo seme accadranno le cose.

Da qui si costruirà il loro futuro.

E poi, se io continuo a sentirti, di cosa si tratta?

Ti ho amata così tanto da avere del tutto introiettato il tuo cuore e la tua opinione sulle cose, anche su quelle che oggi non puoi vedere?

Oppure è la tua anima che mi sta ancora nei pressi, perché anche lei, come me, non riesce a staccarsi.

Siamo in due.

Tu mi vuoi ancora bene, lo so.

In questa prossimità che avverto, non ci sono solo io. Ci sei anche tu.

Anche tu, come me, non sai andartene lontano.

A pensare al Tutto e al Tempo, non siamo poi così distanti.

2

Se si sanno staccare il cuore e le mani dalla terra, si percepisce che la morte non è il terrificante strappo che temiamo.

È un’illusione la mia, il conforto di un’anima che sogna e sa sognare.

Ma si è ancora vivi intanto che resta qualcuno che ci ama, ci parla e ricorda di noi. 

La mia resistenza contro l’oblio è questa. 

Tenervi qui. Tenervi tutti.

Tirarvi fuori dalle fauci del buio che vi ha già afferrato per metà.

Non solo tu, mamma, ma anche gli zii, i nonni, le case, i luoghi. 

Le vostre vecchie foto sbiadite racconteranno ancora di qualcuno che era bello e forte, vivo, dispotico, prepotente. I vostri tratti, le vostre relazioni, le vite e le morti, vorrei ricordarle tutte. 

Vorrei ricordarle perché io le ho viste e lasciarle andare significherebbe morire un po’ anche io, la mia infanzia, il mio passato, quello che sono stata e di cui nessuno saprà nulla, se ognuno di noi vorrà solo smettere di soffrire.

Il pesce alla brace cotto all’aperto nella casa di Macchia di zia Nina. Zio Franco che mi parla a lungo per convincermi a prendere marito, descrivendo minuziosamente la sua teoria tra la prima e la seconda scelta. Io e lui seduti su un gradino all’aperto, e io che lo ascolto poco convinta: io che a prendere marito, non ci penso proprio.

Mamma cinquantenne che per prendere una pera si arrampica su un albero. Babbo che la guarda e non la riconosce, quella bambina selvaggia che era stata. I fratelli invece si. Loro lo sapevano il modo in cui saliva tra i rami: era lo stesso di quando si arrampicavano insieme.

La volta in cui zia Elina si era affezionata troppo ad una gallina ed invece di cucinarla, aveva preso a viverci insieme. I fratelli che con un’espediente la disperdono nei campi, raccontandole poi che si è persa da sola. Le sue lettere all’amato morto in guerra che non ha fatto in tempo a sposare, che mamma ha riposto nella bara insieme a lei.

I miei pulcini colorati, morti stecchiti sotto i quaranta gradi di Manfredonia, una volta che li avevo lasciati da soli in macchina.

Il caffè Trombetta del meraviglioso zio Mimì, che non riusciva a convincere zia Gina che Trani era bella così come la sua adorata Manfredonia. Il buon zio Enzo che mi faceva passare il tempo giocando a carte. Chi mi raccontava che mamma era nascosta sotto la tazzina, per poi dire che ero soltanto un’ingenua. Chi si divertiva a farmi arrabbiare, come decenni prima era accaduto con te. 

Le cugine, gli attici, le verande vista mare. Zia Elina per cui tutti piangono una volta saputa la diagnosi. Zia Elina morta sul letto. Tu che mi strappi dai giochi di tredicenne sipontina e mi fai sedere al suo fianco, nella sua casetta di Manfredonia, per passare un po’ di tempo tenendole la mano.

Io che dapprima non ne capisco il senso, perché avrei preferito restare in spiaggia con gli amici. Io che mi domando perché tu abbia insistito per impormi quella prossimità alla morte. Io che lentamente mi raccolgo per quel commiato, con la dolcezza che si usa con chi si vuol bene.

Zia Gina che saluto dolcemente a Trani, nella sua bara, e che so se ne accorge, perché subito dopo mi sento meglio.

Le domeniche insieme. La zuppa di pesce che sostituisce il ragù. Voi donne sottobraccio. Gli uomini in silenzio. Voi fratelli che vi aspettavate frementi, quando era estate ed era il momento di trascorrere qualche giornata insieme. E dopo esservi attesi con impazienza, sedevate accanto, o chiacchieravate tranquilli, di cucina, abiti, o automobili.

Da ragazzina ero colpita da quella ansiosa attesa che sapeva tradursi in pacata confidenza quotidiana, in conversazione inutili e sciocche, in un linguaggio corto e spicciolo che talvolta capivate solo voi.

Io con le mie amiche avrei riso chiassosamente, gironzolato freneticamente per la città, organizzato serate e pomeriggi. Voi invece no. Voi godevate del tempo insieme che non ha mai smesso di assomigliare al tempo che avevate avuto.

Voi che passeggiate in spiaggia, voi che vi mettete a letto dopo pranzo. Voi che non avete paura del silenzio e vi volete bene. Come quando eravate piccoli.

Sulle vostre teste, nella grande casa di paese, troneggiava la foto del leggendario papà Saverio. Il bisnonno che vi aveva salvato dai capricci di un nonno ricco e scialacquone, che amava la caccia e il gioco.

“Quando passavamo sotto il suo quadro, facevamo il segno della croce”, mi confidò mamma un giorno. Risi di questo rituale così antico e meridionale. Ma così come quando raccontavi della consistenza di Scazzamurillo, anche questa volta tu eri seria.

Papà Saverio era stato un gigante scudo protettivo sulle vostre giovani teste. Se lo meritava quel segno.

La nonnina piccola, Anna Gentile, che uno dei figli prendeva in braccio e sedeva sopra al tavolo per poi farci due chiacchiere. Le sorelle della nonna Modesta: Gilda, Agata, Armida, Adele. Le loro bizzarrìe, le scale del loro palazzotto così piene di piante grasse e di spine. Io che scappando le evito, perché non voglio quei baci troppo stetti e lunghissimi. Una che insiste per farmi bere un uovo crudo della gallina di campagna, bucato in cima con uno spillo; un’altra che allunga un piatto colmo di pane burro e zucchero; la terza che mi prende in giro, e tanto più mi arrabbio, più si diverte e mi trova intelligente. Io che non capisco e mi infurio ancor di più, parlottando come una macchinetta a chi cerca di calmarmi.

Le case delle zie, piene di morti e santini. Le immagini sacre gigantesche e spaventose, sotto le quali mi comandavano di dormire.

Una nella casa al piano di sotto, due al piano di sopra. Lo zio Antonio in casa da solo. Tutti nubili e scapoli, che parlavano velocissimo e avevano il viso che pungeva. Mi riempivano di un amore di cui rischiavo di esondare. Mi arrabbiavo e scappavo. Io il mio amore ce lo avevo già. Eri tu, mamma. Tutto il resto era troppo e non richiesto.

Una pagina folle e spassosissima a ricordarla oggi.

3

Torniamo a noi, mamma. 

Torniamo all’estate 2017 in cui te ne sei andata. 

Torniamo a noi che prima del tuo funerale eravamo in ospedale. E prima dell’ospedale eravamo al mare. E prima del mare eravamo a casa da sole, a Foggia, in una caldissima estate, a provare insieme la stessa mancanza, lo stesso buco nel cuore, fantasticando di babbo, che di lì a poco sarebbe uscito dalla sua stanza.

Prima ancora, c’era stata la sua bara, al centro di quella sala da pranzo che lui, dopo la malattia, aveva trasformato nel suo studio.

E prima di tutto questo, eravamo insieme. Eravamo quattro.

Lo sentivamo, quando ci trovavamo a casa, a chiacchierare delle cose di ogni giorno.

Ancora noi, ancora quattro.

Nonostante i figli, le case e i matrimoni.

Solidi e saldi, solo tutti adulti.

Noi, con le nostre dinamiche e le preferenze, le incomprensioni e le comprensioni, l’amore infinito e finito, e tutto quello che non si immagina ma si scopre, dopo che arriva il cancro, e trasforma ciò che pensavamo di essere in amore puro, un amore decisivo che non sapevamo di provare.

Il cancro ha consumato lui. Il dolore ha consumato te. La tua morte ha fatto seguito alla sua.

E se la sua mi ha colto di sorpresa, la tua ha violentato la mia idea di ciò che, ancora a lungo, saremmo dovute essere.

Prima dell’ospedale, tu eri dunque con me, al mare.

Mi hai donato cinque giorni di bellezza, che sono stati i migliori di tutta l’estate. Anche se dopo, quando eri nel letto della Casa Sollievo della Sofferenza, a San Giovanni Rotondo, hai scherzato affermando che eri stata al confino, come Napoleone all’Elba, in quella breve vacanza sul Gargano con me.

Dalla tua casa, conservavi l’illusione di una centralità sociale, che era data dal balcone sulla tua solita strada: quella via Emilio Perrone da cui mi avevi aspettato rientrare da scuola, avevi salutato i parenti che partivano, hai parlato fino alla fine e quotidianamente con zia Emma, che è stata un riferimento costante, pur essendo solo una cognata.

Da quel balcone, dai vetri di quella finestra, tu e babbo vi sentivate comunque in mezzo a tutto ciò che per voi era importante. Tutto ciò che era stata, fino a prima delle malattie, la vostra vita.

La gente che rientrava dalla messa, i vicini con le buste della spesa, Emma e le sue infinite chiacchierate con i negozianti, l’anziana musicista che faticava a rientrare, a causa di un male che non le consentiva di controllare le gambe. E Salvatore, il garagista della Fiat di cui alla fine dicevi: “Siamo rimasti solo io e lui, qui, l’uno di fronte all’altra, a guardarci ogni giorno e farci compagnia”. Lui seduto sul suo gradino e tu sulla tua sedia di plastica. Due prospettive tra loro mute su un paesaggio urbano, che avete condiviso fino a poche settimane dalla tua fine.

E ancora i piccioni che infestavano il balcone di quella che, una volta, era stata la sede della Democrazia Cristiana, il cane di zia Emma che abbaiava quando sotto casa sfilavano i suoi simili, e poi noi, in bicicletta, in auto o a piedi, che ogni giorno venivamo a trovarvi.

Lo sguardo sulla vita era limitato a quel centinaio di metri. Eppure quel pezzo di cielo e di asfalto vi era essenziale per alleviare la solitudine, per sentirvi vivi e partecipi alle cose comuni. Come era stato un tempo.

Da quell’osservatorio rappresentato dal vostro piccolo mondo, si è alternato il pieno e il vuoto, la gioventù e la vecchiaia, il vigore e la sua stasi. Ed è la condivisione di quel vuoto una delle cose che più mi manca adesso.

Lo sguardo sul nulla che accade, sul tempo che scorre, sul posto nella società che non abbiamo saputo trovare.

Negli ultimi pomeriggi, era un sentimento di solitudine, una dimensione esistenziale che condividevo con te.  Spartivo quella piccolezza che ci è appartenuta e che è troppo faticosa da constatare da soli, come ora sono costretta a fare.

Mi manca sedere con te alle cinque, sentir passare insieme il tempo, abbassare il tendone quando sta per arrivare il buio, ascoltare ogni volta gli stessi discorsi, sentirmi porre infinite volte le stesse domande. Il tuo grande orizzonte che era diventato piccolissimo, ripetitivo, asfissiante.

Il tempo era nulla, la vita era poco, ma noi nel constatarlo eravamo in due.

Il livello dei nostri discorsi si era abbassato, ma ce la facevamo lo stesso, di tanto in tanto, ad alzare il pensiero, toccare attimi di quella unione intellettuale e di anime, che ci ha tenute insieme per tutta la vita.

Nello sguardo degli anziani sul mondo, c’è una sorgente a cui abbeverarsi, per ridimensionare l’ego, relativizzare i problemi, riorganizzare le priorità. È uno sguardo che solleva e allontana, e si pone accanto alle nostre tristezze più profonde, accarezzandole e facendole sentire meno staccate dal Tutto che abita il Centro, un Centro che ci scaccia e da cui noi stesse scappiamo.

Allo Julia, in quel Gargano che ti faceva sentire isolata, tutto questo deve esserti mancato.

Il mio balcone era altro dal tuo. E anche la gente che salutava al passaggio, se da un lato ti faceva sentire viva e vista, e di nuovo esistente, non poteva però regalarti l’illusione di ciò che eri stata: un sentimento che sperimentavi solo dal balcone della tua adorata casa.cae

Al mare c’eri solo tu e i tuoi ottant’anni, non la donna che eri un tempo, non lo specchio di via Emilio Perrone, che ti dava l’illusione che ogni cosa fosse la stessa di sempre.

La nostra casa, forse, è anche questo.

Una mancanza di dinamismo che, facendoci muovere per decenni tra le stesse mura e con gli stessi oggetti, porta con sé il dono di immaginarci gli stessi, di recitare la medesima parte, di figurarci uguali a un tempo: quelli di sempre, quelli di prima, di quando al mondo c’eravamo ancora tutti.

In sintonia con il nostro sentire, gli specchi della vecchia casa, si opacizzano e lentamente smettono di essere ciò che sono per davvero.

Così specchio diventa altro: un cambiamento di sedia, uno sguardo estraneo su di noi, la scala di una nuova casa che non riusciamo a salire, una conversazione seduti tra gli amici dei nostri figli che, a causa dell’abbassamento dell’udito, non possiamo più ascoltare.

E pensare che con la tv, solo alzando il volume, non ci eravamo accorti della nostra impossibilità a partecipare al consesso umano…

Non so se per te, quella casa in affitto al mare è stato questo.

Di certo ti sarà sembrato di annoiarti. Eri seduta, così come sempre ormai. Ma la gente che ti si muoveva intorno era diversa da quella che, ogni giorno, percorreva la tua popolosa strada.

Un fatto che deve avere fatto la differenza tra la velocità e la lentezza con cui scorreva il tuo tempo.

Dal canto mio, quelli con te sono stati i giorni migliori delle vacanze.

È stato quando c’eri tu che finalmente ho potuto riposare, dimenticando ogni preoccupazione.

Quelle sono state le uniche notti in cui ho dormito tranquilla, come una bambina felice.

Avevo sotto lo stesso tetto tutto ciò che mi serviva per essere serena. E lo ero. Lo ero del tutto.

È stato in quei momenti che io e Gigi abbiamo fatto i bagni più belli, dopo averti portato al bar, per trascorrere un paio di ore in compagnia di villeggianti, amici e conoscenti, che ti salutavano con un affetto di cui tu eri entusiasta, tanto che pochi giorni dopo, in ospedale, hai affermato che si, avevi deciso: la tua vita, al ritorno a casa, sarebbe stata diversa. Sarebbe stata tra la gente.

Sola, in casa, a guardare il cane di zia Emma e i piccioni che sporcavano la vecchia sede della DC, non avevi più voglia di starci. Avevi bisogno degli altri per ricominciare, e ritrovare gioia, pace e bellezza.

Venivi da quasi due anni al chiuso, dopo la malattia di babbo, che ha poi coperto la tua. Ed essere vista di nuovo dal mondo deve esserti sembrato bellissimo.

Una rinascita che è stato il preludio della tua morte.

È stato in quei giorni con te a casa con noi, che io e Gigi abbiamo sentito il rumore della spiaggia allontanarsi, mentre con la nostra vecchissima tavola da surf prendevamo il largo.

C’era il silenzio, il vento, il cielo, lo splendore, quel mare aperto e profondo che ci faceva essere felici.

Dimenticavamo l’orario e godevamo della natura perfetta.

Gigi remava e io nuotavo. All’altezza dei due grandi scogli di cui temevo il fondo, sulla tavola ci salivo anche io. E poi, una volta superate queste, che erano le nostre colonne d’Ercole, riprendevamo i nostri posti. Lui alla pagaia e io con il mio respiro che era tutt’uno con il filo dell’orizzonte, la vista dell’acqua e l’azzurro del cielo, quell’azzurro che amo e che è il mio colore prediletto.

Arrivavamo alla baia successiva e poi, non paghi, a quella ancora più lontana.

Sugli scogli nei pressi delle grotte, un gabbiano ci guardava con la sicurezza di chi sa di essere il padrone di casa e tolleri, con pazienza, ogni estraneo.

Nuotavamo e remavamo e Dio ci stava accanto, riempiendomi gli occhi di bellezza, perché di lì a poco mi sarebbe servito ricordare che, nonostante il dolore, esiste l’amore, la Natura, l’armonia e la speranza di un altrove ultraterreno che, in quegli splendidi bagni, lui ci faceva solo intravedere, da lontano.

Arrivati alla baia prendevamo fiato per pochi minuti. Ci baciavamo, stavamo bene, eravamo contenti.

Finalmente mamma era con noi. I disordini dei giorni precedenti avevano smesso di angustiarmi.

E il ritorno era bello, così come l’andata.

Di tanto in tanto ci fermavamo e io dal mare guardavo il mio amore, che era sé stesso in quell’elemento naturale. La sua figura stagliata contro la profondità del cielo, i suoi costumi a fiori, la sua pelle abbronzata, i capelli lunghi, cosi come erano quando lo avevo conosciuto, nella primavera di diciassette anni prima.

Basta allontanarsi dalla riva perché l’acqua diventi altro da quella che sembra in apparenza.

Al largo ogni cosa cambia e ci sentiamo parte di un Tutto che questa volta ci chiama e ci avvolge, ci mostra chi siamo, rapisce il nostro pensiero con la sua bellezza.

Le onde placide e lunghe, il surf che ondeggia, il mio respiro talmente perfetto che avrebbe potuto durare per ore.

In prossimità della riva, lentamente, la magia scompariva e ci appariva vicino ciò che prima, guardato dall’osservatorio rappresentato ombrellone, ci sembrava lontano.

Più ci si spinge in là, più la misura si modella e si relativizza.

In spiaggia al ritorno, mi trattenevo poco. Lasciavo Gigi a chiacchierare di catamarani e surf e salivo in casa da te, che eri stata in compagnia della nostra badante Costanza, che non so per quale strano motivo, ho cominciato subito a voler bene.

Per distrarti ti facevo uscire nei vialetti del nostro villaggio. E prima che sperimentassi per la millesima volte le tue minuscole potenzialità, provai anche a farti arrivare fino a quello spazio in cui, pochi anni addietro, ti avevo fatto delle foto.

È quel punto del villaggio che i miei figli chiamano La Collinetta sul Mare ed era stato lì, in una vacanza precedente, che tu avevi giocato a pallone con loro, per incoraggiarli ad andare oltre il cancello da cui, se non mi avessi spinto tu, avrei forse tardato a farli uscire.

La spinta all’esterno è sempre stata il tuo movimento più costante.

Quella volta la nostra passeggiata a tre, fino alla Collinetta, fu di una fatica infinita.

Dopo pochi metri ti stancavi tantissimo, e così ci sedevamo sui muretti, a ridosso delle piante, aiutandoti in due quando era l’ora di alzarsi.

Nei giorni successivi, non ti ho più chiesto di camminare e ti ho portato in strada la sdraio, su cui passavi il pomeriggio all’esterno, fuori dalla casa.

Era la stessa sdraio su cui avevo seduto per assistere babbo e (anni prima) allattare in campeggio i miei bambini.

Tu sedevi nel vialetto e guardavi la gente che passava e, anche lì, ti salutava.

Io e Costanza ci mettevamo sui gradini al tuo fianco e trascorrevamo qualche ora, parlando del più e del meno.

In quei giorni sembravi stare bene.

A volte eri la stessa di prima e non perdevi il filo del discorso per l’intera serata. Non dimenticavi i nomi e le cose appena dette, e non ripetevi all’infinito le stesse domande, come facevi ormai da tempo.

È stato in quei giorni che abbiamo cenato insieme, con la bottiglia del vino al centro, che non si poteva mai dimenticare se si mangiava con te. La candela accesa al lato del tavolo, ridevamo e chiacchieravamo. Stavamo bene.

Gigi la mattina, al risveglio, ti salutava col saluto militare, come se tu fossi un generale arrogante e tu ne ridevi. Sapeva farti sorridere di quei cambiamenti caratteriali, che erano la conseguenza della tua malattia, di cui eri cosciente solo a tratti.

Sono stati i giorni migliori e abbiamo fatto dei progetti.

“Da settembre mangeremo sempre insieme”, dicevamo. “I feriali da te e i festivi da me. Posso lavorare anche a casa tua, così stiamo insieme il pomeriggio. E a casa tua i ragazzi possono anche fare i compiti, così non ti lasciamo mai sola”.

“E io poi ricomincerò con l’Azione cattolica”.

“Certo che puoi, mamma. In chiesa ci arrivi con la sedia, la spinge Costanza”.

E poi quel: “Devo abituarmi alla mia nuova condizione”, una frase che dalla morte di babbo ripetevi con frequenza.

La “nuova condizione” era la tua vedovanza. La mancanza di babbo che ha destabilizzato la tua vita, molto più ti quanto tu ti sia accorta.

Anche tu, come me, dopo la scoperta del suo cancro, individuasti qualcosa di cui avevi dimenticato l’esistenza?

Comunque sia, è stato l’amore a decidere.

L’amore ha deciso la sua strada da solo, ti ha preso per mano, e tu non hai fatto altro che seguire gli impulsi distruttivi, a cui la sua volontà ti conduceva.

Una volta saputo del suo male, la vita deve esserti sembrata finita ed indegna di essere vissuta, nonostante le tue figlie e i tuoi adorati nipoti.

Se avessi avuto quarant’anni, forse, avresti saputo inventare un modo per ricominciare. Ma alla soglia degli ottanta no.

Con le gambe che ti cedevano e la mente che giocava brutti scherzi, non c’è stato nessun altro che ti ha fatto sentire protetta, come faceva lui, così, come una cosa ovvia e naturale, acquisita dal lavoro e dagli anni, da una vita in comune a cui non è mai venuta meno la fede, in Dio e nell’altro.

La depressione del resto è una malattia dell’immaginazione. E la tua si è ammalata, così hai scelto. Hai dato vita ad un progetto che si è realizzato così come tu avevi previsto.

Hai ricominciato a fumare pur sapendo che ti sarebbe stato fatale e hai rinunciato alla fisioterapia, al movimento ed alle cure, agli stimoli sociali ed intellettuali che sarebbero stati necessari alla tua ripresa.

Ti sei chiusa in casa al suo fianco, bisticciando per far finta di avere ancora possibilità di scelta e riducendo i conflitti alla scelta del pranzo e della spesa.

L’avversione per le badanti, la rinuncia alla lotta, quel dolore sordo che stava implodendo dentro di te.

Ti sei consumata in silenzio, sottotraccia, senza dare segni concreti del tuo malessere.

Tu e lui siete stati fratelli gemelli in questa uscita di scena attuata in punta di piedi, senza un lamento, un pianto, una richiesta di aiuto.

Solo “una visitina”, desiderava babbo.

Una “visitina” ogni giorno, per ascoltare le sue chiacchiere e il suo sommo entusiasmo per cose talmente semplici che ad ascoltarle veniva da ridere.

La stessa “visitina” che quando eravamo bambine era il bacetto prima di addormentarsi al pomeriggio, che reclamava mentre, a passi sventi e quasi senza aspettarci, avanzava verso la sua stanza da letto.

La “visitina” che gli ultimi due anni, durante la malattia, ha aspettato quotidianamente, quando ci telefonava la mattina e il pomeriggio, ripetendo: “Che fai, passi?”. E noi che ci vestivamo e ti raggiungevamo, anche quando non ne avevamo voglia, quando eravamo stanchi e svogliati, o sentivamo l’urgente bisogno di fare altro.

Lui ci voleva e lo mostrava, ed era così desiderabile il suo desiderio di noi, che non riuscivamo a dirgli di no.

Poi ve ne siete andati, in punta di piedi.

Babbo che chiama l’ambulanza nella notte e se ne va via da solo, senza avvisare nessuno, neanche mamma, che se non se ne fosse accorta a causa dei rumori, avrebbe pensato di essere impazzita la mattina seguente.

Mamma che chiude gli occhi e non li apre più, limitando le sue richieste al nulla, lasciando il mondo in piena pace con sé stessa e con tutto quello che era stata la sua vita di prima.

L’amore che vi ha unito lo hanno inteso i vostri corpi, prima e più delle vostre menti.

I corpi che non hanno saputo stare lontani e che si sono riuniti nello stesso sonno eterno.

4

Dopo i cinque giorni insieme al mare, si sono create le condizioni per cui tu dovevi partire.

La sera precedente eri stanca e avevi molto caldo. Troppo caldo per quella che era obbiettivamente la serata.

Nel pomeriggio ti sei trattenuta poco all’esterno. Sei voluta rientrare dal vialetto prima delle altre volte e dopo cena non ce la facevi, così ti sei messa subito a letto.

Ti lamentavi del clima e dicevi che l’estate ti uccideva. Ma era una giornata buona e quel grande caldo lo sentivi solo tu.

Dopo cena avevi fatto una telefonata e deciso di rientrare in città.

Eri scombussolata e non c’era più un vero angolo in cui trattenerti, per sentirti a posto e in pace.

Avevi bisogno di noi, ma le nostre case non ti offrivano lo stesso conforto della tua.

Era piena estate. I nipoti avevano bisogno del mare, tu della tua casa, noi al centro a dividerci come meglio potevamo tra le esigenze di tutti.

Avrei dovuto dare più forza alla tua di voce? Obbligare tutti a restare in città?

Forse.

O forse non sarebbe stato giusto.

Erano due anni che vivevamo in emergenza così archiviavamo i bisogni di ognuno tenendoli in perfetto equilibrio con quelli degli altri. Un po’ ai bambini, un po’ alle mogli e ai mariti, un po’ a voi, quello che restava a noi. Ma era un avanzo di cui, a me, non interessava poi molto.

Alla tua voce ho dato pari peso che a quella degli altri, ti ho tenuta in simmetria con la mia famiglia, ho continuamente inseguito contrappesi.

Personalmente vivo sin da bambina in compagnia di un animo funestato da timori e mestizia, fretta, ansia, paura, negazione del mio essere, voglia di inghiottirmi per poi svanire nel nulla. Un sentire che alterno alla gioia, al gusto della vita, all’affetto immenso e infinito per i miei cari, che viene però sporcato dalla mia parte in ombra.

Tra le mie priorità, dunque, c’è quella di donare un cuore lieto ai figli, un cuore diverso dal mio. Un cuore ancora piccino e in formazione (o forse già formato), che nella mia estate drammatica ho cercato di non appesantire, lasciandogli godere del mare e dei giochi, e trasformandomi in una mamma come le altre, come quelle dei loro amici, che prendevano il sole e chiacchieravano serene.

Sono andata alle feste ogni volta che mi hanno invitata e ho lasciato che le due forze che mi sovrastavano mi abitassero a momenti alterni: la vita e la morte.

Mi ci sono sentita in mezzo ed ho obbedito ad entrambe, ogni volta che le ho ascoltate.

Il lutto di babbo e la solitudine di mamma.

La mia famiglia felice di essere in vacanza.

Il tuo bisogno di vedermi per ore seduta al tuo fianco.

La necessità dei miei bambini di lasciarsi alle spalle la scuola e la scomparsa del nonno.

Mio marito e il suo tempo libero da un lavoro stressante.

Io e la mia emarginazione, che mi spinge ai bordi.

Il mio sentirmi da sola e il mio voler essere in tanti.

La conformità sociale e la durezza del pensiero.

Il piacere di cambiare mostrandomi altro da ciò che sono, ciò che ero, finalmente leggera e divertente, simpatica, gioviale, allegra.

Il ricordo di babbo che mi strazia e mi azzera.

La mia mente che sceglie di mettere da parte tutto e farsi ignorante.

Le passeggiate alla Madonnina, che custodisce il mare dall’alto della baia di Mannacora. Le lunghe scale che salivamo scalze, con i piedi a contatto della sabbia bollente e della pietra ruvida. Ad ogni metro uno sguardo all’indietro a contemplare l’acqua e quella bellezza che non ho mai dato per scontata.

Arrivata su mi sedevo sulla vecchia panca di legno, nascosta al riparo degli alberi, e congiungevo le mani per una preghiera. Ogni volta rileggevo la stessa supplica per la città di Peschici, i lavoratori e i villeggianti. Ogni volta scrutavo le decine di rosari, oggetti e bambolotti che la gente in costume aveva portato fin lassù.

Anni addietro, per tutta l’estate avevano fatto bella mostra di sé i disegni dei miei figli. Il primogenito aveva offerto la riproduzione di un missile, il secondo un’imitazione della spiaggia. Erano davvero belli e loro li avevano fatti per Lei, per quella donna-statua che rompeva l’argine delle mie lacrime.

Al suo cospetto sentivo tutto più forte e vicino, svaniva l’antidoto al dolore rappresentato dall’azzeramento di pensiero a cui mi ero sottoposta. Rammentavo i fatti: ogni dettaglio.

Babbo non ha mai parlato intimamente con me.

Con la Madonna invece si.

Da Lei si recava ogni pomeriggio, alla messa delle 6, e ne diceva meraviglie.

“Le parole di questo parroco ti liberano di ogni ansia”, ripeteva. 

“Quando esco dalla messa, sono purificato”, aggiungeva. 

“Un uomo senza religione non è niente”, giudicava

E poi la sua comunione, che per lunghi mesi rifiutava, per motivi mai rivelati a nessuno.

Le conversazioni private con il suo frate preferito, e in seguito a queste l’accettazione della comunione.

Sentivo che quello con Dio era il canale più intimo e profondo di mio padre, il più personale, personalissimo. Così, al cospetto di quella porzione di sacro, collocata nel sentiero pietroso che unisce due delle nostre più belle spiagge, io babbo lo sentivo forte. 

Lo incontravo. 

Toccavo il suo cuore, la sua vita intima, i sui timori, la sua vecchiaia. 

Lo toccavo e piangevo.

Lo stesso mi accadeva alla messa della domenica, celebrata nella vicina pineta.

I vacanzieri seduti stretti su lunghe panche di legno, portate lì per l’occasione. 

Chi arrivava in tempo sceglieva l’ombra degli alberi, gli altri soffrivano i quaranta gradi: si sventolavano, facevano esperienza di quanto avrebbero sofferto nel corso della giornata.

Di fronte a noi, semplici persone raccolte per mezzora di preghiera, un modesto altare e un parroco di paese, che guardava i passi dal display del telefonino. 

I volontari che a turno si alzavano per leggere il vangelo, i coniugi che portavano a messa le nonne, io che vedevo te. Te che anni prima eri al mio fianco, quando la funzione si celebrava alle sette del pomeriggio. 

Tu vestita di bianco e bellissima, con quel volto elegante a cui bastava uno straccio da poco per essere perfetto. Tu che amavi camminare e alla messa ci venivi appiedi. Tu che una volta scappasti con me dai fuochi male organizzati, tu che mi facevi fare una splendida figura, ovunque io ti portassi. Tu, di cui tutti avevano bisogno, poche ore dopo averti conosciuta.

Il tuo sguardo accogliente e buono, le tue parole che erano carezze, il tuo cuore che guardava al vero, al necessario, trapassando il superfluo su cui io per prima tendo ad incepparmi.

A quella messa ci andavo da sola. Scendevo appiedi la mattina presto, Inforcavo un paio di occhiali scuri e piangevo.

Il sacro, le sue parole e le sue musiche, hanno questo effetto su di me.

Un effetto che ora si faceva corpo e mi mostrava una voce, un volto, una direzione. 

La sera prima della partenza, hai avuto attimi di tentennamento. Non sei mai stata una che si compiange, ma chissà quali pensieri silenziosi scorrevano nella tua povera mente!

Ti immagino disorientata, in cerca di un punto.

Sento il tuo bisogno di compagnia e la tua infinita solitudine.

“Come ti senti ora che è morto babbo?”, ti chiedevo spesso.

“Non lo so”, mi rispondevi, guardandomi stupita di quella nuova te stessa.

Eri stanca e così ti sei stesa a letto prima di tutti noi, crollando velocemente in un sonno profondo.

Io leggevo qualcosa, Costanza era fuori a chiacchierare con tua nipote Carla, che trascorreva lungo tempo nel tentativo di addormentare il figlio di sua figlia, seduta sulla panchina su cui di giorno stavano i villeggianti, in attesa della navetta per raggiungere la spiaggia.

Mamma e Costanza: mi davano grande tenerezza entrambe.

Mamma con il suo lutto fresco, la sua incapacità motoria e le sue dimenticanze.

Costanza che, dopo essersi mostrata seria e professionale nei primi giorni, ora finalmente si scioglieva, palesando la sua gioia di trovarsi in un luogo in cui anche lei poteva non solo fare assistenza, ma anche chiacchierare con la gente in strada, salutare, sorridere, vedersi riconosciuta.

Le loro vite, dunque, condividevano qualcosa: una solitudine prudente che ora poteva schiudersi.

Di tanto in tanto lasciavo il libro, facevo due passi e uscivo in strada, guardando verso Costanza. Mi domandavo di cosa parlassero così fittamente lei e Carla.

Il bambino non dormiva e a rumena forse godeva di quella scena familiare, che le faceva tornare alla mente i nipotini lontani, di cui sovente mi mostrava le foto.

Non solo alla fine della vita. Non solo nei pressi delle malattie e della morte.

In quelle serate Costanza sfiorava anche il tratto esistenziale che sta nel mezzo, quel mezzo che eravamo noi, Carla, il piccolino e la sua nanna.

Dopo quella tua improvvisa stanchezza, la serata scivolò via tranquilla.

Dopo un po’ ci mettemmo a letto tutti.

La notte però sentimmo dei rumori e vedemmo te, che con fatica uscivi dal bagno.

Hai difeso quel poco di autonomia che ti restava con le unghie e con i denti, con tutta te stessa. E quella notte, in cui probabilmente non stavi già bene, sei andata in bagno da sola, al buio, mettendoti in pericolo per non svegliarci. Cosi come lui, che ha chiamato l’ambulanza nella notte, da solo, intuendo, senza farci comprendere nulla, che forse erano giunti i suoi ultimi giorni.

Quando ti sei rimessa a letto hai detto poche frasi e ti sei riaddormentata.

Il mattino successivo ti ho criticata, spiegandoti che di notte, dovevi chiamare noi per alzarti. Saresti potuta cadere, e se ti fossi rotta un femore? Allora si che la tua amata autonomia l’avresti scordata del tutto.

Te l’ho ripetuta mille volte quella pappardella, ma tu non mi hai mai ascoltata, continuando a spostarti in casa senza deambulatore.

Tanto peggio ti sentivi, tanto meno gradivi aiuto.

Ma Dio ti ha voluto un gran bene e ti ha risparmiato tutto.

Non ti ha messo un solo giorno nelle condizioni in cui, a causa del tuo male, saresti potuta trovarti.

Chissà se Dio vuol lo stesso bene anche a me?

Tu me lo hai sempre detto che Lui mi aveva particolarmente a cuore perché io ero speciale.

La tua parola è un gioiello pregiato che custodisco, e che mi salva da tutte le altre brutte voci della vita, quelle che mi abitano e quelle che riconosco negli sguardi degli altri.

Io sono speciale.

Se me lo hai detto tu, mamma, io ci credo.

E comunque quella ultima sera insieme a te, anche io ero nervosa. Il buon umore delle giornate precedenti era un po’ sfumato al pensiero che tu saresti andata via.

Ero tesa, rigida, avevo smesso di parlare, perso la spensieratezza.

Mi vedo appoggiata sul muretto della veranda: sgarbata, con poca voglia di sorridere.

Anche Gigi racconta che il momento in cui sei te ne sei andata, è stato il peggiore.

Tu che aspettavi all’ombra, seduta sotto la pensilina della segreteria. Costanza accanto a te, e tu, che per raggiungere l’auto, rifiuti il suo braccio ed il mio.

La mia inquietudine all’idea di te che non ti lasciavi aiutare.

La paura per quello che sarebbe successo. La preoccupazione per come saresti stata.

Avrei voluto tenerti per sempre con me, custodirti come si fa col più piccolo dei figli.

Ma non era possibile, e tu questo lo sai. Anche da lassù lo vedi e lo sai bene.

E sei contenta di come sono andate le cose.

Ma il tuo volto quella mattina era chiuso, come nelle giornate nere che trascorrevi bisticciando con babbo, tra una sigaretta e l’altra.

Ricordo l’auto che parte e tu che siedi dietro, con il cappellino bianco che un tempo era stato di lui.

Non avete mai buttato niente, e se ci penso oggi, non conosco una sola persona al mondo più ecologica di voi, che riutilizzavate ogni oggetto per conservarlo poi per anni.

In uno dei cassetti della scrivania di babbo, è riposto un mio quaderno delle elementari. E anche la scatolina in cui lui custodiva i soldi, e che chiamava “la cassaforte”, era un vecchissimo contenitore di latta, che mi era stato regalato da un amico di nome Pilù, più di trent’anni addietro.

Io scartavo e voi riprendevate.

La vostra casa, oggi che la stiamo svuotando, è piena di cose che provengono da me.

Quando una cosa non mi piaceva la portavo da voi, e voi, se proprio non le trovavate un buon uso, di certo la conservavate.

Dopo la tua partenza io e Gigi abbiamo raggiunto la spiaggia.

Prima di scendere al mare, ho guardato il tavolino del bar su cui, fino al giorno precedente, eravamo sedute insieme, e sono stata trafitta da una voce proveniente dal profondo del cuore che mi diceva: “È stato qui, l’ultima volta”.

L’ultima volta.

“Quando viviamo con gli anziani capitano spesso sensazioni così”, ho ragionato tra me e me, mentre mi davo coraggio e mi invitavo a sorridere. “Mamma sta come sempre. È una giornata come le altre”, mi ripetevo.

E invece quell’avvertimento era concreto.

È per questo che siamo più di quel che appare. Ed è per questo che credo alla tua voce che mi parla.

So che non è fantasia che colma i vuoti.

Sei tu, che come me, non vuoi allontanarti troppo.

Mi custodisci?

O conosci il mio legame e mi accarezzi, di tanto in tanto?

Quella voce che ripeteva: “L’ultima volta”.

C’era qualcuno che iniziava a preparami.

Di quella giornata senza te non ricordo nulla oltre la tua partenza e quella voce.

Quella fitta al cuore.

5

Il giorno dopo io e Gigi andammo a Foggia, perché era morto uno zio e c’era il funeraåle.

Riguardo a mamma, mi aggiornavano di come andavano le cose.

Lei non stava molto bene. Anzi male. Anzi molto male.

Di cosa si trattava? Di certo solo della sua bronchite. E poi la stanchezza, la depressione.

Quando ci sono giorni così, si fatica a tenere insieme il capo con la coda, ci si sofferma sui linguaggi giusti da adottare e si immagina che il corpo e la mente stiano un mandando un messaggio che ha qualcosa a che fare con l’insofferenza, la tristezza, la difficoltà ad adeguarsi ad un nuovo stato.

Mamma si era stesa a letto, la fatica a camminare sembrava essere aumentata. Forse a causa del viaggio, o magari il caldo. Probabilmente cercava di capire quanto e se restare al mare. O magari era solo la stanchezza che si accompagna alla bronchite, e la sua era una bronchite cronica, tanto che qualcuno le nascose le sigarette.

Peggiorò, e il giorno successivo arrivò l’ambulanza che la portò all’ospedale di San Giovanni Rotondo, dove, durante la terribile settimana di ferragosto, le si spalancarono le porte di Geriatria.

I soccorritori del 188 avevano pensato all’elisoccorso, ma l’elicottero sul Gargano è uno solo, e considerata l’età della paziente, devono essersi fatti due conti, decretando che il mezzo sanitario doveva restare a disposizione di una potenziale urgenza di età più giovane.

Ti hanno ricoverata l’undici agosto e i primi tre giorni non sono venuta da te.

Ci separava il bosco e una strada isolata tutta curve e tornanti.

Il primo giorno mi hanno chiamato in due, per dire che stava arrivando il maltempo e quella strada desolata non era proprio il caso di farla.

Il secondo giorno Gigi si è alzato con un forte mal di testa e tutti i sintomi della pressione che si alza un po’ troppo. Si è steso a letto con una benda sugli occhi per simulare il buio, e così non me la sono sentita di chiedere.

Del terzo giorno non ricordo nulla, se non l’anelito a venire da te e le condizioni che, di fatto, me lo hanno reso difficile.

Il quarto giorno, che era quello di ferragosto, invece ce l’ho fatta. Ho lasciato i ragazzi ad un’amica e ti ho raggiunta.

Quel giorno stavi benino, anche se eri un po’ strana. Mi hai raccontato un lunghissimo sogno in cui qualcuno ti inseguiva e tu scappavi a più non posso, fino a raggiungere la tua casa. “Erano due donne che mi promettevano l’eterna giovinezza, ma io non ci credevo e così scappavo”, dicesti. “Io lo sapevo che in realtà volevano chiudermi in un cassetto”.

Raccontavi con lo sguardo talmente partecipe che sembravi esserti appena fermata da quella lunga corsa per la salvezza.

Parlavi senza sosta, in un modo che non era il tuo. Confondevi il sogno con la realtà e il tuo sguardo era mutevole, ironico. Da un lato conservavi complicità e la furbizia di chi sa e capisce ciò che accade. Dall’altro confondevi i limiti del vero. Ma sembravi intuirlo mentre ti accadeva.

La consapevolezza non ti aveva lasciata, e quel giorno (a guardarti con amore) potevi sembrare ancora quella di prima.

Quando raggiunsi il medico per chiedere tue notizie, mi trovai di fronte ad un sostituto di passaggio, che non sapeva niente di te: il tuo nome, il numero di letto, il male, il perché tu fossi lì.

Si mostrò gentile frugando a lungo tra le tue carte, ma non seppe rispondermi: erano giorni di festa e lui in ospedale ci stava quasi per caso.

“Non so dirle, mi spiace”, disse. “Credo però che sua madre stia bene. Le analisi sono buone. Solo i globuli bianchi sono molto alti”.

L’atmosfera nella tua stanza d’ospedale risentiva delle vacanze estive. La stessa Costanza era vestita come fosse ad una festa, l’abito colorato, la scollatura profonda, il rossetto accentuato.

La signora che era ricoverata al tuo fianco, aveva anche lei una badante, anzi, più di una.

La più simpatica si chiamava Nella e si mostrò disponibile anche in qualche momento di bisogno.

Trattava la sua malata e la mia (cioè tu), come se foste persone ormai uguali, assimilate dall’identico male che vi corrodeva il cervello.

Mi sembrò che io fossi la sola al mondo a non comprendere pienamente le tue condizioni. Pensai che forse aveva ragione chi mi redarguiva ricordandomi cosa eri diventata, e che non c’erano più sforzi da fare al tuo capezzale.

Non ho mai avuto una grande personalità, ed il mio punto di vista muta i suoi contorni e si modella a seconda di chi siano le persone di cui sono circondata.

Ho un ego minuscolo che dalla sua dimora sotterranea, di tanto in tanto, si risveglia e pretende rispetto, riguardo e protezione per la persona che si trova quasi per caso a rappresentare.

Non essendo abituato a lavorare per la sua collocazione sociale, al suo risveglio il mio ego fa molti errori, di cui spesso si pente. Ma per la maggior parte del tempo, esso non esiste.

La mia persona assomiglia più alla nebbia, all’acqua, a un fumo, a qualunque cosa sia priva di contorni e confini: una cosa senza colore, identità, punti fermi.

Questa debolezza e vacuità, questa inconsistenza del mio essere, non ha invertito la sua rotta neppure di fronte al tuo aggravamento. Anzi, più che mai in quei giorni mi sono lasciata condurre ed organizzare, non dando valore alla mia voce interna, che si sarebbe accomodata al tuo fianco per non alzarsi più.

Non fino a quando ti avessero condotto via da quel letto numero 20 per portarti all’obitorio.

La mia sarebbe stata una compagnia passiva, perché oltre alla contemplazione del tuo sonno, non c’era molto da fare. Io non sapevo cosa fare.

Ma se avessi ascoltato me, avrei dormito nell’albergo sotto la tua stanza, e la mattina, all’alba, sarei stata di fronte ad una porta chiusa, in una gestualità superflua e non richiesta da alcuno. Mi avrebbero mandato via all’ora delle visite e io avrei imparato a memoria tutte le bancarelle, mentre aspettavo di tornare da te.

Sarebbe stata la mia preghiera, sarebbe stato come tenerti la mano, farti sentire la mia compagnia durante il trapasso, fino all’ultimo istante, quasi come se di quella soglia misteriosa avessi potuto sbirciare qualcosa anch’io, per svelare il mistero della morte e lasciarti andare via solo quando ci fosse stato qualcuno già pronto a prenderti.

Ne avrei avuto bisogno e sarebbe stato giusto non lasciarti.

Quando Nella parlava di te come di una anziana senza senno, ho pensato che dovevo essermi sbagliata a sentirti ancora viva e consapevole.

Mi sono fatta spiegare i dettagli e li ho ascoltati così, senza difenderti, né giudicare.

Tu che tratti la tua vicina di letto e la sua badante come se fossero gente estranea piombata in casa.

Tu che insisti di frequente su quel punto: “Casa tua”. Quella casa che hai sentito invasa da donne che hanno preso il tuo posto. Tu che straparli e dici sciocchezze, come fanno tutti i vecchi, tutti uguali quando si tratta di demenza senile e autorità personale.

Ho provato a crederci e a dire di si. Non ho risposto di fronte alla descrizione di ciò che eri per lei. E così le mie certezze riguardo la tua persona hanno cominciato a vacillare.

Probabilmente sbagliavo a percepire ancora integra la sorgente del tuo essere. Qualcosa mi stava sfuggendo. E tu, ancora un passettino di più, lentamente ti allontanavi. Lo hai fatto piano, piano: un centimetro alla volta.

Con la signora Nella, dunque, finsi che lo sapevo che eri un po’ fuori di testa e che lei, nella sua opinione su di te, aveva ragione. Lo feci senza parlare, rispondendo con cenni di assenso e silenzio di fronte alle sue descrizioni.

Mamma sragionava. Si certo, anche io ne ero consapevole.

La tv era accesa su trasmissioni religiose e nella stanza di ospedale non si sentiva il gran caldo che opprimeva quei giorni. L’aria condizionata aveva una temperatura così bassa che probabilmente ha accentuato il tuo male, visto che da sempre ti bastava una finestra aperta nella stanza di fianco per iniziare a tossire e non fermarti più.

O forse non c’entra, forse era destino che dovesse andare così.

Quel primo giorno di visita, mi trattenni le ore necessarie a farti compagnia e rientrai al villaggio, dove ad aspettarmi c’erano i miei figli.

Con Gigi restammo un po’ in spiaggia e poi risalimmo a casa, con la mente in disordine.

6

Quando eri al mare con noi, una delle sere precedenti alla partenza, hai fatto il grande passo e accettato di uscire.

Io ho portato a piedi la sedia a rotelle vuota, lungo la discesa che conduce alla parte bassa del villaggio. Mentre tu, Gigi e Costanza avete preso l’auto.

Una volta giù ti sei seduta in quello che doveva essere il tuo nuovo posto.

Cercavamo la strada più adatta e un signore, alla fermata della navetta, ci ha consigliati.

Facevamo a gara per avere la tua custodia.

Io volevo spingerti, ma anche Costanza voleva farlo. C’erano un po’ di salite e discese e così provavamo in due. Ma l’ha avuta vinta Gigi, e ti ha condotta lui, laddove avrei voluto farlo io.

Non c’è niente di più bello del proprio compagno che aiuta la propria mamma. È un amore che si estende e una famiglia che dà la conferma al suo essere larga.

Ti abbiamo portato all’anfiteatro, ad uno spettacolo musicale.

Io e Gigi ci siamo messi sulle scale e per voi abbiamo preso due sedie.

Invece del palco, noi guardavamo i vostri volti, le vostre risa. Ci sembravate felici ed era bellissimo.

Una anziana signora un po’ malandata e una donna sola che viene dall’est.

Cosa c’era di meglio dei vostri sorrisi?

In quei cinque giorni siamo stati benissimo.

Siete state per noi due figlie e due mamme, abbiamo giocato scambiandoci i ruoli e ci siamo aiutati. È stato bello e vero.

Niente a che fare con una sera tra amici.

Nella piccola felicità di quella sera in anfiteatro, c’era qualcosa di autentico e profondo, un sentimento speciale, che ancora mi accompagna quando mi sento triste.

Ma ti sarà piaciuto lo spettacolo? Sarai stata felice di essere uscita? O tu eri già troppo assente e io solo desiderosa di tenerti con me?

Sulle spalle avevi la mia grande sciarpa nera, a proteggerti dal vento. I capelli erano troppo scuri per una tinta scelta del colore sbagliato. C’era il tuo timore di vederti spinta su una sedia che per le prime volte ti portava in giro. Il mio tenerti la mano per rassicurarti, come facevo anni addietro con i miei bambini.

Gigi spingeva e io ti toccavo la mano. Eri tu ora la mia bambina spaventata, la mia mamma adorata, da cui non vedevo l’ora di ricevere consigli, per accedere nuovamente alla donna meravigliosa che eri stata.

Dopo la perdita di babbo, aspettavo il ritorno del tuo equilibrio, un equilibrio che cercavo di ripristinare con il massimo delle cure.

Il mio amore ti guardava teneramente.

Altri hanno criticato questo mio sentimento.

Io resto ancora convinta che anche il più assente dei malati percepisca la qualità del nostro amore.

7

Prima del mare eravamo dunque a casa da sole, in una caldissima estate, a provare insieme la stessa mancanza, lo stesso buco nel cuore, fantasticando di babbo, che ci sembrava di lì a poco sarebbe uscito dalla sua stanza.

In quel mese cercavo di dividermi tra le esigenze di tutti, così stavo tre giorni al mare e tre in città, in compagnia di te.

Credo di averlo fatto per due volte. La terza è stata quella in cui sei venuta con me.

I tempi sono stati brevi: solo 50 giorni tra la sua morte e la tua.

Poche settimane estive da organizzare nel migliore dei modi.

Il primo pomeriggio sono arrivata con una carica di entusiasmo, dettato anche dal senso di colpa di saperti sola, in compagnia di Costanza.

Tu eri nella tua solita poltrona, a guardare la televisione, ormai da anni tua unica compagna.

Ho insistito per farti uscire e ce l’ho fatta, convincendoti a scendere in strada per mangiare un gelato.

Era così bello essere riuscita a fare qualcosa per te!

Con babbo mi era precluso da sempre, e tra le poche volte in cui sono riuscita a dargli qualcosa non dettata dai suoi comandi, è stato in ospedale, durante il primo, lungo ricovero, quando gli sono stata accanto con la rassegnazione di chi era pronto a lasciarlo andare via per sempre.

Ho pregato, pianto e riflettuto su ciò che eravamo stati seduta al suo fianco, con la mano stretta alla sua, su quella ruvida coperta marrone che condividevano i degenti.

Ma una volta tornato a casa e risvegliato dal suo lungo sonno, mi ha detto che non ricordava nulla, e che chi faceva tutto per lui, non ero io.

Babbo non si era mai fidato di me, e non sono mai riuscita a convincerlo di nulla.

Ora che c’eri solo tu, quindi, era diverso. Avrei potuto aiutarti, starti vicino, curarti nel modo che mi sarebbe piaciuto. E fu con questa gioia che accolsi il tuo consenso a scendere in strada per raggiungere il bar, insieme a me.

Scegliemmo un locale distante meno di un centinaio di metri. Io e Costanza ti davamo il braccio e Gigi alle nostre spalle, spingeva quella sedia a rotelle che tu detestavi. Non si sa mai che una volta all’aperto avresti accettato di usarla.

Il tratto per raggiungere il bar fu interminabile, e una volta giunti lì, anche Costanza, notoriamente a dieta stretta a causa del suo problema di salute, accettò di prendere un cono, che mangiammo insieme, seduti ad un tavolino all’esterno.

C’eravamo tutti. Solo Edoardo non era con me. Era rimasto al mare, ospite della famiglia del compagno con cui stava vivendo la nuova stagione di una meravigliosa amicizia, di cui io lo avrei privato se lo avessi costretto a casa, in città, tutti attorno a te.

Il ritorno dal bar fu faticosissimo. Tu stentavi a mettere i passi e così noi ti invitavamo ad utilizzare la sedia a rotelle.

“No. Poi non riesco più ad alzarmi”, rispondevi difendendo i tuoi bricioli di autonomia.

Hai raggiunto la tua casa e la tua amata poltrona con uno sforzo immenso. Lo attribuimmo al fatto che da due anni trascorrevi le giornate seduta su quella poltrona verde che amavi tanto. Lo sosteneva anche zia Emma che avevi parzialmente perso l’uso delle gambe a causa della tua scelta di restare in casa al fianco di babbo. Che tu dovessi ricominciare a fare movimento, stare all’esterno, rivedere il mondo e comunicare, era una convinzione diffusa, almeno da me e dalla cerchia di persone di cui è fatta la nostra vita.

Non pensai quindi di avere sbagliato a portarti fuori. Anzi, ne fui fiera. Registrai solo con rammarico le condizioni motorie in cui ti eri ridotta, e mi ripromisi di riprovarci ancora a farti passeggiare intorno al tuo palazzo. Pensavo a piccole cose come comprare il pane, affacciarsi all’edicola, prendere un caffè al bar.

Quando ero in città per farti compagnia, nelle ultime settimane del mese di luglio, pranzavamo insieme.

Costanza sapeva cucinare ed era pulita, così non pesava neanche ai ragazzi condividere la stessa tavola.

Cucinavate insieme, e talvolta cucinavi sola.

Costanza aveva imparato quando doveva sparire dalla tua vista, le volte in cui non volevi vederla intorno.

“Io questa persona la accetto solo per il periodo estivo”, brontolavi di continuo. “Così come zia Emma, anche io voglio stare sola. Non la capisco neanche quando parla, questa straniera!”.

Toni imperiosi che non ti erano mai appartenuti e che facevano tanto ridere i miei figli, a cui sembrava che tu fossi diventata matta.

Ti sei sempre opposta alla presenza della badante. Anzi, oso dire che se non fosse stato per il dolore che ti davano queste signore che prendevano possesso del tuo appartamento, forse avresti vissuto un pochino di più.

Ma so bene che è un’illusione.

Come quando mandammo via una delle donne con cui babbo era in armonia, per la depressione che ti dava condividere con lei i tuoi spazi, e tu ricadesti ugualmente in basso, con i tuoi umori e la tua avversione contro tutto ciò che era diventata la tua povera vita.

Per fare contenta te, anzi, credo forse che abbiamo sbagliato scelta.

Come sarebbe stato se questa donna in aiuto fosse rimasta e Babbo avesse continuato ad uscire? Se fosse stato aiutato e lavato come quando c’era lei? Avrebbe vissuto con più gioia i suoi ultimi mesi?

Ma non si sapeva chi fare contento per primo.

La seconda volta in cui sono riuscita a farti uscire è stato dopo qualche giorno.

Con un trabocchetto, insieme all’auto, abbiamo portato in strada la sedia a rotelle e tu ti ci sei seduta: la prima volta in via Saverio Altamura. Ti ho anche fotografata mentre ti invitavo a sorridere.

“Bello qua! Quanta gente c’è per strada!”, constatavi seduta nei pressi di piazza Umberto Giordano, davanti a quel bar Gabrielino di cui gustavi il gelato.

Eri contenta di rivedere forme di vita che prescindessero dal tuo balcone.

Ma, in barba ai commenti positivi, i giorni dopo non te la sei più sentita di uscire. Volevi restare in casa, tra la poltrona di legno e la sedia di plastica.

Era proprio quel mondo da cui sognavi di fuggire quello che amavi più di ogni altro.

Era quell’uomo che contestavi e incolpavi ogni giorno, la persona di cui avevi bisogno più di ogni altra.

Seppur centrali nel tuo cuore, noi restavamo personaggi secondari del tuo cammino.

Guardavi ai tuoi coetanei, a chi ti aveva tenuto la mano durante gli anni buoni della tua esistenza, quelli della vita in potenza.

Noi eravamo un passo avanti. Ti seguivamo di poco più di vent’anni. E quella distanza ci impediva di stare davvero al tuo fianco.

“Che devo uscire a fare?” reagivi ai miei inviti. “Sono morti tutti! Non c’è più neanche zia Elvira”.

Avevi ragione? 

A cosa servono gli anni che restano?

Quando arrivavo da te, in quei giorni in cui mi dividevo tra la città e il mare, ero piena di energia ed entusiasmo.

Per due giorni parlavo, raccontavo, cercando di farti compagnia ed intrattenerti in quella solitudine in cui ti avevo lasciata.

Erano i pochi momenti in cui ero io ad ordinare te.

Fantasticavo che tutto fosse normale e tu la stessa di sempre. Così ti dicevo cose, condividevo pensieri, raccontavo aneddoti, scherzando e ridendo del tuo infinito porre sempre le stesse domande.

Un giorno feci un cartello con su scritta la risposta all’interrogativo che mi avevi rivolto già tante volte. 

“Alfredo fa la terza media”, c’era scritto. 

Lo sollevavo sorridendo quando lo chiedevi ancora e tu ti offendesti, così quella domanda non la facesti più. Ne dedussi che poteva essere un buon metodo per risvegliare la tua memoria: una sorta di stimolo imprevisto che avrebbe potuto portarti fuori dalle ruotine in cui si era infilato il tuo infelice cervello.

Al terzo giorno con te, però, ero sfinita e non avevo più niente da dire.

Mi accorgevo che i miei erano per lo più monologhi.

Era allora che mi trasformavo in te, con il cervello che mi si bloccava e gli stimoli che si riducevano in polvere.

Mi accorgevo che se non ero io a parlare, tu potevi stare zitta per lunghissime ore. Così ripensavo a babbo, al male che dovevi avergli fatto con il tuo sconfinato mutismo.

Quando io finivo l’entusiasmo e gli argomenti, la tua casa d’improvviso si trasformava in un luogo spettrale, un luogo in cui il Vuoto la faceva da padrone, e noi venivamo inghiottite dalla sua potenza, perdendo gradualmente forze ed energia vitale, desideri.

Percepivo a fondo quello che stava accadendo a te e ne venivo contagiata. Smarrivo il piacere e la voglia di uscire, e stavo zitta al tuo fianco, in uno spazio sgombro, sovrastato dall’incomunicabilità.

In quei momenti temevo per me stessa e la mia mente. Temevo per la mia vita e la mia depressione che, senza mai lasciarmi, rimaneva quotidianamente accucciata al mio fianco.

Seduta anch’io per ore, rispondevo rassegnata alle tue infinite domande, e riconsideravo quei minuscoli argomenti, sviscerati milioni di volte. Argomenti che riguardavano la strada, i suoi abitanti, i suoi animali, i parenti superstiti e poco altro.

Le nostre parole consumate si trasformavano in un suono materno, che mi coccolava e uccideva la mia mente e la mia vita.

Sentivo quello che sentivi tu e non avevo più bisogno di staccare, poiché ad un tratto anche ai miei occhi bastava via Perrone, la tv, la poltrona verde di babbo, posta da sempre accanto alla tua.

Non erano poi così male le tue trasmissioni preferite, la banalità delle nostre conversazioni, i discorsi semplici: sapevano costruire una protezione tra noi e il mondo, che restava così distante ed innocuo, disarmato, privato della possibilità di farci del male: inoffensivo.

Era come se con te potessi vivere in una bolla fatata, che mi riportava al sentire dell’infanzia, ai momenti in cui eri giovane e forte, gigantesca ai miei occhi, protettiva. Potevo essere fiduciosa come una bambina, rinunciare ai bilanci sui miei percorsi sbagliati, alle domande, alle frustrazioni di un’adulta.

Accanto a te perdevo ambizioni, reattività, adesione al mio mondo. Facevo anch’io lunghi passi indietro rispetto al reale: è un’attitudine che mi è rimasta, tanto che a volte mi domando quanto mi piacciano le cose, le persone, i traguardi condivisi, le competizioni. Poco o nulla, forse.

Ti ho amata così tanto che a volte penso mi abbia fatto del male il mio aderire a te.

Ma non ho mai voluto rinunciarci a guardarti così, con la fede immensa che una bambina ripone nella propria mamma. Non ci ho rinunciato neanche gli ultimi mesi, quando tutti sapevano che la tua mente stava crollando.

La protezione di cui parlo, quella bolla fatata, a ben pensarci, l’ho sempre avvertita accanto a voi, nonostante la vostra fosse una casa senza allarme, in cui si apriva il portone a chiunque suonasse al citofono. Una casa in cui si lasciava aperta la porta che dava sulle scale, senza controllare chi stesse arrivando, con quella fiducia nel prossimo che noi, figli, generi e nuore, abbiamo sempre cercato di demolire. 

Descrivevamo fattacci accaduti agli anziani, vi pregavamo di guardare dallo spioncino prima di aprire, sostenevamo che questo mondo non era affatto come il vostro e che bisognava stare in guardia, essere diffidenti verso l’esterno.

Ma è una bugia. Il mondo è sempre lo stesso. E il vostro, a tratti, deve essere stato di gran lunga peggiore del nostro, con le sue guerre, i bombardamenti e tutto il resto.

È l’apertura, non la chiusura, la migliore delle difese.

Quel Vuoto che sentivo da te mi faceva dunque compagnia, e chiamava in causa il mio stesso Vuoto. Quello che mi stroncava la vita e la pace, e che invece con te trovava un rifugio ed un luogo amico.

Stavo tutta la giornata così, e riposavo me stessa, la mia esistenza, le mie incertezze, le mie delusioni. Fino a quando verso sera, d’improvviso, mi spaventavo, temevo di soffocare. Allora ti salutavo ed uscivo di casa, cercavo la gente, i locali, il frastuono della vita che mi era necessario.

Vita e morte. Inizio e fine. Percorsi che si incrociano e possono frantumarsi se un operatore, dall’esterno, non inverte i binari.

I miei binari, io, li ho invertiti da sola, rispondendo al richiamo della festa e della la gioia, dopo le lunghe ore trascorse con te e la tua disaffezione alla vita.

I semi talvolta trovano terra fertile, anche se il vento leggero li trasporta con sé soltanto per pochi istanti.

Così il tuo disamore per la vita è anche il mio.

Lo so e devo dimenticarmene, perché non mi sembri troppo dolce l’idea di raggiungerti.

Dopo avere trascorso quei pomeriggi estivi nella tua casa, in preda al silenzio più robusto che io abbia mai sentito, sentivo dunque il bisogno di uscire.

Bastava un po’ di vita in strada a risollevarmi.

I rumori, i clacson, le auto in seconda e terza fila, le grida di chi si chiama e si saluta, protesta; i toni alti di chi discute, conversa, scambia opinioni.

La mia città è così. Reclama attenzione.

La si ama o la si odia, ma dai suoi rumori non si può prescindere.

Sono destabili, ma anche un deterrente alla più sofisticata e creativa delle solitudini.

Foggia è urticante, disturba i pensieri, mette tensione, reclama reazioni, produce nervosismo: una parolaccia, un gestaccio in auto, una risata, un saluto ad un amico, una passeggiata dalle continue soste, per dare spazio agli incontri e alle chiacchiere.

Che poi le nostre sono chiacchiere diverse da quelle di altri luoghi, perché vanno rapidamente al sodo, spesso dicono la verità, scendono velocemente in ambiti intimi e personali, si confidano l’una nell’altra.

Io ne avevo bisogno. Così Foggia mi scuoteva e mi faceva compagnia.

Le sere d’estate piene di gente in strada. Due minuti sotto al portone, talvolta seduta sulle scale del mio androne, come facevo da ragazza, una pizza, un giro: rincasavo serena, sapendo che il giorno seguente sarei stata di nuovo al tuo fianco.

Le giornate successive alle prime (quelle in cui avevo argomenti freschi di cui parlare), erano dunque silenziose, e da quel silenzio prendevano corpo nuovi fantasmi.

Stavo seduta accanto a te per ore. Poi, a inizio serata, mi alzavo dalla seconda sedia di plastica sul balcone, quella che un tempo era stata di babbo, e percorrevo le stanze della tua casa, in silenzio.

Cominciavo a sentire il frastuono della morte e la sua presenza, così forte e viva in quell’appartamento che lui ha amato quanto e più della sua stessa vita. L’anticamera del paradiso, lo chiamava.

Muovevo i passi nel corridoio, contemplavo dall’esterno la sua stanza, il suo letto, quel luogo da cui pochi giorni prima, aveva reso l’anima a Dio, da solo, con noi che ci eravamo allontanati, sicuri come eravamo che il mattino successivo ci saremmo rivisti, come sempre.

In quelle sere con te, fissavo la sua camera, che anni prima era stata la mia, e molti anni addietro la nostra, e mi sembrava di vederlo, di sentire la sua voce, la sua anima, il suo respiro.

Poi ritornavo da te, sul balcone, ad osservare la strada che con l’approssimarsi della sera cambiava volto.

Tu eri immersa nel silenzio.

E io mi alzavo di nuovo, ritornando nel corridoio, in attesa dei suoni che aspettavo di sentire dalla sua camera.

La morte faceva un rumore così forte che mi sembrava di perdermi in luoghi mai visitati.

È forse la prossimità a questa porzione di finito, infinito ed eterno la cosa che mi ha angosciato di più. Mi ha spaventato, ha accresciuto il peso del mio cuore, che ha preso a trascinarmi verso il basso. Mi ha dato accesso a una grandezza in cui vi ho percepiti minuscoli, insignificanti, inconsistenti, deboli, ammalati, vecchi, inutili, scalcagnati. Ho guardato alla fine di un percorso che rinsecchisce e mortifica, abbassa di statura il migliore degli uomini, la più splendida delle donne.

Non c’è scampo.

La vostra casa, in quelle caldissime sere d’estate in cui tu sedevi silenziosa per delle ore, incapace di riconoscere i sentimenti che ti attraversavano, si trasformava in un luogo sinistro, in una porta d’accesso al buio, al dolore e al suo mistero. Il corridoio scuro, i fantasmi buoni, le voci che sentivo, i nostri momenti belli e brutti che ricordavo ad ogni passo, su ogni parete, dietro ogni porta. Quella del bagno, in cui rivedevo me bambina, con il muso e le mani schiacciate contro il vetro da cui potevo intravedere solo l’ombra del tuo corpo. Mi mancavi immensamente in quei pochi minuti della doccia. Capita a tutti. Capita anche ai miei figli. Quando siamo grandi trattiamo la mancanza di pochi attimi come una sciocchezza, per i bambini invece è un fatto gigantesco.

Te lo dissi.

Ti riferii che certo era strano, che ad andare in giro nelle stanze in cui lui, fino a pochi giorni prima, aveva camminato, sembrava proprio di vederlo, babbo. Sembrava che da un momento all’altro sarebbe arrivato dalla sua camera da letto, con il suo deambulatore e il suo viso imbronciato o sorridente, a seconda di come andava la giornata.

E tu rispondesti seria che si. Era proprio così.

Mi guardasti come a una che aveva capito un tuo sentire profondo, che non rivelavi ad alcuno. Che non elaboravi neanche. Un sentire che ti stava accanto e a cui soggiacevi, come facevi con ogni cosa, ormai.

Avevo visto te e incontrato le tue stesse ombre, quelle con cui vivevi ogni giorno. Toccavo la tua anima e il suo dolore, l’ambiente infermo in cui vivevi e i pensieri profondi che non potevamo scorgere, se passavamo per una visita veloce.

Accanto ai malati e agli anziani bisogna stazionare ore, per comprendere il dolore e le paure nascoste negli angoli delle stanze.

È solo respirando la lentezza con cui scorrono i loro minuti, l’esiguo orizzonte a cui sono esposti ogni giorno, che si capisce meglio tutto. Non solo il Tutto che riguarda loro, ma anche noi, la nostra vita e il nostro tempo, la nostra fretta, la distrazione che accompagna ogni risata.

Accanto a te capivo di più.

Mentre tu invece rispondevi: “Non lo so”, se ti si chiedeva come stessi o cosa provassi di fronte alla morte del tuo compagno.

“Come stai mamma?”.

“Non lo so”.

“Come stai mamma?”.

“Non lo so, Modesta. È inutile che me lo chiedi. Non lo so”.

In quelle sere d’estate toccavo la differenza tra la luce ed il buio.

Il buio di quel corridoio in cui vivevano le mie paure infantili, quando di notte non riuscivo a dormire e dovevo andare in bagno, era lo stesso buio in cui ora immaginavo di rivedere lui, morto da pochi giorni.

Da bambina, di notte, uscendo dal bagno, sostavo qualche attimo sulla porta. Mi vedo ancora mentre sbircio a destra, poi a sinistra, poi di nuovo a destra, poi di nuovo a sinistra, come mi aveva insegnato mamma sul marciapiede di via Bari, nel punto esatto in cui oggi sorge il Banco di Napoli.

Era un comando che di giorno mi serviva per andare a scuola da sola.

Di notte, invece, mi era utile a schivare gli elefanti che abitavano nella mia immaginazione, e che ero certa risedessero tutti insieme in fondo alle mie stanze. Cercavo di cavarmela svignando via veloce, mentre prendevo in un attimo la strada del letto.

Ognuno ha i suoi metri quadri personali, in cui la fantasia ha costruito mondi inediti.

I centoventi metri quadri di via Perrone sono i miei.

Vedo chiacchiere, risa e giochi in ogni angolo. Pianti chiusi dietro le porte, muri che ospitano liti di ragazzi, cattivi umori che governano ogni spigolo. Sento il tintinnare delle vostre chiavi al rientro, il suono dei tegami, i “Volete favorire?”, le cuginette che inzuppano il pane nella vostra cena, le signore di sopra che prendono e riportano tegami, le volte in cui tornavo tardi e quelle in cui non uscivo affatto. Io e te sedute in una sola poltrona. Io ragazzina che mi raggomitolo per terra, in cerca di punti neutri per non farmi sentire mentre telefono. E poi, da adulta, il telefono che squilla di notte per qualche amore sbagliato. Io stesa sul letto che guardo la tv. Io che studio e odio studiare. Io che studio e amo studiare. Io che torno dall’università e non mi sento a mio agio. Tu che prendi il caffè, i pranzi in famiglia, gli ospiti, le zie, le chiacchiere sul pianerottolo. Le scale su cui ho giocato inventando bande e storie fantastiche. La lunga infanzia meravigliosa di cui ho goduto, grazie alla dedizione del vostro amore. Alla libertà di cui mi avete fatto disporre.

La fiducia verso il prossimo che noi abbiamo cercato di farvi perdere, è la stessa con cui amo vivere. È un habitat illusorio e insieme veritiero, che guarda verso il Bene.

Dicevo del buio e della luce.

Nei giorni che facevano seguito alla tua morte, sentivo la profondità della tua persona.

Lo chiamo Buio, ma se fossimo stati educati diversamente, potrei chiamarlo Luce.

Oggi forse no, ma immediatamente dopo la morte, tu eri ancora là, in quei centoventi metri quadri di via Perrone. Stavi per alzarti, stavi per uscire, stavi per dire qualcosa, stavi per raggiungere il divano. Il tuo corpo respirava ancora e aveva consistenza.

Prendevi il deambulatore e mi raggiungevi.

Sentivo tutto così vivo venire fuori dal buio della tua stanza, che avevo bisogno della luce.

Il buio è una porta spalancata sul dolore, addormenta il corpo e la mente, conduce in luoghi immaginari e inesplorati.

Un viaggio scuro lungo un attimo e poi sbucavo alla banalità della luce.

La strada, i locali, la mia casa, i miei figli.

Riemergevo da quegli istanti misteriosi.

Soffocavo.

Ti baciai e me ne andai, lasciandoti li da sola, in compagnia di fantasmi e ombre, la cui compagnia preferivi alla vita stessa.

8

È stato dopo quelle giornate di luglio che hai deciso di venire al mare insieme a me. 

È stata una scelta improvvisa, figlia dello spavento che provasti quando era arrivato agosto, e i momenti sola in città, alternati a quelli in cui saremmo arrivati noi (così come avevamo fatto nelle ultime due settimane di luglio) devono esserti sembrati troppo spaventosi per riuscire a starci dentro, con le tue insufficienze e i tuoi ricordi.

“Mi è venuto il panico”, dicesti quando venimmo a prenderti, gettando nella costernazione la povera Costanza, che fu costretta a fare velocemente le valigie, laddove contava di avere trovato una casa in cui risiedere stabilmente per i mesi a seguire.

Eravamo state insieme fino alla sera precedente e avevi risposto sempre No quando ti invitavo a raggiungerci al mare.

Ad un certo punto avevo smesso di insistere e mi limitavo a ricordarti questa possibilità, di tanto in tanto.

In realtà avevo lottato con tutte le mie forze per non farti restare da sola in città, ma i fatti non permettevano che io facessi altro, e così mi ero rassegnata a quella che vivevo come una delle opzioni più dolorose della mia vita.

Tu sola in città con i 40 gradi di agosto, nella casa in cui poche settimane prima era morto lui.

Fu un’angoscia che si sommò alle altre e mi tolse il sonno. Furono giorni di riorganizzazione, tormentati come pochi altri. Ascoltavo i consigli, e non avevo scelta. 

Così quando tu chiamasti, dicendo che avevi deciso e che saresti venuta con noi, mi sembrò la migliore delle notizie e insieme a Gigi ci mettemmo all’opera, per modificare quella che era una partenza predisposta diversamente.

Avevamo la panda, così chiedemmo ad amici e parenti di aiutarci con il trasporto di oggetti e valigie.

Si avvicinava il week end e molti raggiungevano la nostra stessa spiaggia, così fu facile piazzare cose e supporti, indispensabili alla tua vita, così come accade per un neonato, che riempie le auto di carrozzine, pappe, giochi e pannolini.

Rimandammo di alcune ore la partenza, il tempo che era necessario a voi per organizzarvi. E quando venimmo a prendervi eravamo felici, sebbene consapevoli di quanto fossimo buffi con quell’automobile minuscola, piena di prodotti antagonisti tra loro: la vecchia tavola da surf legata sul tettuccio, la sedia a rotelle infilata stretta stretta nel portabagagli, le casse per ascoltare la musica per noi, la televisione per voi, le buste della spesa, una mamma, una figlia, un marito, una badante.

Non paghi delle difficoltà, optammo per la strada più lunga, quella piena di curve che costeggia il Gargano, da cui si vede il mare. Volevamo offrire a te e Costanza la bellezza del paesaggio, ma in realtà eravamo più entusiasti noi che voi, di fronte alla bellezza della natura.

Quando ero ragazza e io e te andavamo a pranzo al mare (insieme alla stessa zia Gilda con cui un giorno cercammo qualche segno, per riconoscere la vostra vecchia campagna di Scazzamurillo), ci fermavamo sempre al villaggio dei pescatori di Siponto, per guardare le anatre che popolavano la riva. 

È stata una consuetudine durata anni. E ho continuato a farlo per un po’ anche con i miei figli: solo con il primogenito in verità, tanto che ho ancora delle immagini poetiche di lui, stagliato contro l’orizzonte insieme al padre, mentre osservano tra gli scogli minuscoli oggetti, che catturano la loro dolce attenzione.

Era la nostra abitudine post ristorante quella di guardare le anatre sugli scogli. A mamma piaceva ed anche io lo apprezzavo parecchio.

Con zia Gilda parcheggiavamo nei pressi del muretto e sceglievamo sempre quei pochi metri per contemplare il mare. Trascorrevamo lì almeno una mezzora e la giornata non poteva dirsi conclusa senza quello sguardo sull’acqua e sul filo dell’orizzonte. Era un’acqua ogni volta diversa: grigia, celeste, blu, verde, azzurra, calma, sfavillante, burrascosa. 

Il mare era un tuo vecchio amico, di cui sin da bambina ti interessava parlare e chiedere notizie. 

Per te ammirare la costa era fonte di grande nutrimento, così come per babbo lo era ammirare la terra e la campagna. Acqua e grano sono stati i vostri paesaggi preferiti. Lo dicevate ogni volta che ci passavamo davanti. Babbo era perfino noioso con quelle lodi al tavoliere che non smetteva di enunciare tutte le domeniche in cui, bambini, ci portavano a Manfredonia. 

E così quel giorno di inizio agosto, io e Gigi pensammo fosse un’ottima idea mostrarti il tuo mare, che negli anni della malattia di babbo avevi dimenticato del tutto.

A differenza del passato, però, il tuo sguardo sulle onde non generò alcun entusiasmo. Fu solo nostra la voglia di immaginarti un pochino felice. Infatti i soli ad essere contenti eravamo noi. 

Tu non stavi andando in vacanza: stavi solo scappando dai tuoi fantasmi, dalla solitudine, e il mondo ti era già irrimediabilmente distante. 

Forse non provavi niente, o magari eri solo dispiaciuta di aver lasciato la tua casa. 

Il paesaggio, il mare, la tua terra, erano stati ormai sommersi da strati e strati di dolori ed amarezze, che ne avevano nascosto la bellezza. Dolori e amarezze da cui erano nati da tempo altri semi: erba cattiva che lentamente aveva preso il posto di quella buona, fino a collocarti in un luogo in cui tu non riuscivi a trovare più te stessa.

Quel viaggio verso le vacanze, però, fu bello, allegro e divertente, almeno per noi.

Bellissimo direi.

In auto chiacchieravamo, vi dicevamo continuamente di guardare dal finestrino, di ricordare quanto meraviglioso fosse il mondo.

Arrivammo all’appartamento al mare e tu prendesti posto su quella sedia a sdraio grigia su cui trascorresti poi la maggior parte del tempo, e che avrebbe dovuto sostituite la vecchia carissima poltrona verde.

“Quanto sono belli gli alberi!” esclamasti guardando il vialetto su cui si affacciava la nostra veranda. In realtà, da seduta, riuscivi a vederne solo la parte superiore, la chioma, e quegli alberi non erano poi niente di speciale. Tu però stavi rimodulando la tua attenzione sullo spazio che sapevi avresti guardato per la maggior parte del tempo a venire. Quello spazio che dai piccioni della vecchia Dc e dal barboncino di zia Emma, doveva trovare ora nuovi interpreti. 

Ti accontentavi di pochissimo. Quegli alberi, di cui potevi vedere solo la cima, sarebbero bastati a farti compagnia?

L’esiguità delle esigenze era un altro degli aspetti che condividevi con babbo.

Ricordo ancora l’ultima volta in cui lui uscì in auto con me, quando lo portai dall’oculista. Non smise un attimo di elogiare le strade e i palazzi.

“Quant’è bella Foggia!”, ripeteva felice guardando fuori dal finestrino della mia auto.

“Quanto sono belli gli alberi!”, ripetevi tu guardando il vialetto da una posizione che limitava la tua vista.

Vi siete sempre accontentati di pochissimo. E ci sto ancora pensando a se questo sia stato per me un bene o un male.

9

Il modo in cui era morto babbo, tre settimane prima, aveva colto tutti di sorpresa, nonostante fosse malato un anno e mezzo.

Non era informato del particolare del nome che aveva il suo male. Avevamo scelto di non dirgli tutto, e lui aveva retto il gioco, perché gli faceva comodo pensare a sé stesso come ad uno che ce l’avrebbe fatta. Questa amorosa bugia serviva a non demolire la sua idea di futuro, su cui continuava a scorgere una porta aperta sul tempo a disposizione.  

Era bravo nel raccontarsi storie, e personalmente credo sia morto senza aver mai capito a fondo chi fosse veramente. 

Chi fosse per me, almeno! per gli altri, per la società.

Ma a ben pensarci nessuno di noi lo sa. Soprattutto quelli come me, che si sfiniscono con continui lavorii su un’interiorità molesta, che bruciano l’azione nel pensiero (come diceva un amico numerosi anni fa) che indagano, leggono, fanno accostamenti e paragoni tra sé e il resto del mondo.

La severità dello sguardo non è indice di scoperte migliori.

Ho sempre criticato la mancanza di consapevolezza di mio padre, la sua scarsa attitudine all’auto coscienza, la generosità con cui leggeva gli sbagli della sua vita, la miopia con cui se ne dimenticava, le costanti autoassoluzioni. In realtà si trattava di un dispositivo collaudato che gli consentiva di vivere (parzialmente) sereno: un antidoto alla verità che io continuamente ricerco e che magari non serve, se si pensa alla vita come ad una serie di anni in fila, da utilizzare e far scorrere via nel migliore dei modi.

A cosa serve conoscere tutto e capire chi siamo dal momento che, nel migliore dei casi, si tratta solo di un anelito?

Nel corso degli ottantacinque anni in cui lui ha vissuto, ho sempre considerato che la scarsa propensione a riconoscersi per ciò che era veramente, fosse un grave limite, un segno di presunzione ed ignoranza. E se fosse ancora vivo di certo continuerei a pensarlo, così come farei lo stesso con tutte le persone simili a lui, perché troppo diverse sono le ambizioni della nostra mente. 

La morte però mi dà la possibile di chiudere il cerchio e pensare a lui differentemente. 

Negli istanti successivi alla morte il mio sguardo ha mutato prospettiva, interessi, direzione.

Ora che non indago più gli errori e i limiti delle sue scelte, valuto tutto come un meccanismo perfetto, un virtuosismo che gli ha impedito di cadere, tenendo ogni cosa in equilibrio per un tempo lunghissimo.

La maschera ottimista che narrava di sé e della sua vita presente e passata, una maschera che a dispetto di ogni evidenza ha scelto di indossare, potrei adottarla anch’io, di tanto in tanto. Io che mi sento obbiettiva e considero che la padronanza dei propri imiti, sia un ottimo sistema per non cadere nel ridicolo.

Ma chissà se ho ragione. A dirla tutta, oggi, non lo credo proprio

Credo che i limiti si inventano e si consolidano a furia di crederci, accettarli e riferirli al mondo.

Così alla fine siamo pari.

Sbaglio io e sbaglia lui.

Siamo solo uomini che provano a costruirsi un itinerario, a farsi un varco più o meno comodo e funzionale.

Si, sbaglio anche io. Forse perfino di più.

La conoscenza piena non esiste. 

Del resto, la sua immaginazione gli ha sempre elargito dolci carezze. 

La mia, al contrario, solo ceffoni e pugni in pieno viso.

10

Nei primi giorni del ricovero, dall’undici al venti di agosto (domenica in cui mi sono trasferita da lei), le mie visite in ospedale da mamma sono state soltanto due. 

La prima, quella di cui ho parlato, è stata il giorno di ferragosto, che cadeva di martedì.

La seconda il 19, che cadeva di sabato.

Dei primi tre giorni, di me in vacanza e di lei alloggiata a San Giovanni Rotondo, ho già detto. 

Degli altri, quelli tra il 16 e il 18, ricordo che sono stati vissuti come in un limbo: sulla spiaggia come tutti i giorni, con Costanza che mi informava dicendo che ogni mattina sarebbe potuto essere quella buona per le dimissioni. Almeno così dicevano i medici. Mamma non aveva niente di speciale, solo una forte disidratazione causata dal caldo e dalla tendenza, propria degli anziani, a bere pochissima acqua.

Provavo vergogna a starmene lì al mare, con mamma in un letto di ospedale. Ma la strada era lunga e impossibile da percorrere da sola. I ragazzi non sarebbero mai potuti venire in un reparto così duro come geriatria. Due ore ad andare, due per tornare. Inoltre la possibilità che la dimettessero da un momento all’altro, come avevano fatto con babbo un anno e mezzo prima, quando la caporeparto mi aveva telefonato la mattina dell’ultimo dell’anno, per riferirmi che mio padre era da portare a casa quel giorno stesso, con tanto di nutrizione parenterale, catetere, ossigeno e piaghe da decubito, quella possibilità mi teneva sull’attenti.

Se mi fossi trovata lì avrebbero preteso che la portassi a casa in auto, senza alcuna organizzazione.

E se fossi stata in visita, non avrei potuto predisporre la casa per l’accoglienza, trovare un infermiere per le flebo, organizzare le cose. 

Con babbo sono servite ventiquattro ore frenetiche per allestire il tutto. Ore che il reparto ci concesse eccezionalmente solo grazie a qualche conoscenza. 

Commisi degli errori, trascorsi momenti difficili: pensieri, decisioni, scelte. Perché in quelle circostanze (ormai lo so bene) ogni azione si trasforma in gesto un memorabile, che sarà riesaminato per un tempo molto lungo. Almeno per me e per caratteri come il mio, caratteri per cui, accettare le cose come sono, è solo il risultato finale di un lungo laborioso lavoro di colpevolizzazione e autocoscienza.

Una colpevolizzazione e un’autocoscienza a cui sto ancora ripensando ancora e che forse mi spingono a scrivere, per fermare pochi attimi e far si che queste vite e queste morti restino per sempre nella mia personale storia familiare.

Con mamma, dunque, cosa avrei dovuto fare quando sarebbe arrivata la telefonata che informava delle dimissioni, considerato che si era in una settimana festiva con tanto di città deserta?

Visto che non riusciva più muovere un passo, forse le occorreva la riabilitazione; anche per il linguaggio le sarebbe servita, tenuto conto che aveva iniziato a parlare in modo incomprensibile.

Dove farla? A San Giovanni mi parlavano di un buon centro, ma anche Foggia ne aveva di discreti. E se invece le fosse bastata la sua casa, le sue cose di ogni giorno? Se le sue vecchie care abitudini, da sole, sarebbero state sufficienti a rimetterla in sesto? Alcuni dicevano di si.

Forse aveva bisogno soltanto delle sue pareti domestiche per guarire. O magari era il caso di trasferirla in un altro ospedale, nel nostro ad esempio, dove sarebbe stato semplice garantirle sostegno costante, con la famiglia incollata al suo fianco. Oltre alla nostra, al Riuniti di Foggia, ci sarebbe stata la visita di qualche zia che le avrebbe fatto buona compagnia. 

Nell’indecisione ero ferma. Aspettavo, vivevo, mi vergognavo. Talvolta sentivo il giudizio nei pensieri degli altri.

Stavo con le persone, facevo il bagno, sgridavo i figli, preparavo il pranzo e la cena.

Del resto il fatto che i medici parlassero di dimissioni, mi tranquillizzava. Ero preoccupata soprattutto per l’organizzazione del dopo, dei giorni a venire, quelli in cui l’ospedale se ne sarebbe liberato mandandola a casa, qualunque fossero le sue condizioni di salute e non appena le fosse passata la febbre, proprio come era accaduto con babbo.

La seconda volta in cui andai a trovarla fu dunque sabato 19 agosto.

Non ricordo molto come andarono le cose. Fu una giornata media: qualche chiacchiera, la ricerca del dottore che anche questa volta era impreparato a rispondere, essendo il secondo sostituto di passaggio.

Ricordo bene però quando, a fine giornata, mi allontanai di qualche passo dal suo letto e mi appoggiai al muro accanto la porta del bagno. Non smettevo di guardarla mentre chiacchieravo con Nella e notai che cominciò a comportarsi in modo strano.

Penso avesse delle allucinazioni e, muovendo di poco le labbra, senza emettere suono, partecipava ad una conversazione con personaggi immaginari, che probabilmente stavano intorno a lei. 

Il capo andava da destra a sinistra, a volte faceva gesti di assenso, altri era stupita, in ascolto, attenta, meditativa sulle frasi che credeva di sentire. Un dito poggiato sul mento a simulare qualche attimo riflessione, pensava. 

Credo vagheggiasse di essere a casa, seduta sulla sua poltrona verde, con babbo alla sua destra e un ospite alla sua sinistra. Forse l’ospite ero io, o forse era la badante, oppure chissà. Magari ragionavano del pranzo, o forse l’argomento era un altro. 

La fissavo sgomenta, allibita, inquieta per quel comportamento.

Nella invece era tranquilla. Mi disse che si, voi malati a volte facevate così. Era evidente che l’atteggiamento di mamma le sembrava una cosa normale, forse perché aveva visto altri anziani comportarsi similmente, o magari perché non era la prima volta che glielo vedeva fare.

La trasformazione innestata dalla degenza in ospedale era compiuta, aveva preso un punto di svolta. 

Quella sua chiacchierata con il nulla durò a lungo.   

La rotta dei miei pensieri in un istante mutò direzione. Smisi di angosciarmi sulla maniera giusta per organizzare il suo rientro a casa e presi a preoccuparmi del presente. Di quel presente. Di quel momento preciso. Cosa ti stava accadendo?

Ecco. Il tempo passa e ho già perso attimi preziosi.

Non ricordo cosa dissi a Gigi, né di cosa parlammo mentre rientravamo in auto. 

Lui era accanto a me in ospedale mentre ti guardavo? 

Non rammento il mio stato d’animo, né dove andava il mio sguardo quando uscivo dal reparto. 

Non ho però dimenticato l’arrivo in spiaggia per recuperare i figli.

Io che rispondo alle domande di chi mi chiede notizie, io che trattengo l’emozione, io che siedo sul lettino di Delfina, che prende il sole a riva, e guardando l’acqua cerco di spiegarle senza piangere. Lei che si solleva a sedere, mi accarezza e mi invita a parlare. Io che non ci riesco. Voglio essere normale, sono in pubblico, c’è gente, ci sono i ragazzi. Sento l’impellenza di fingere il niente.

La sera preparo una valigia con qualcosa dentro, il necessario per i momenti di bisogno. Due o tre magliette e pantaloncini bianchi che ho indossato per i giorni a seguire, un pigiama, uno scialle, lo spazzolino, una felpa: ciò che serviva per restare al tuo fianco.

Il mattino successivo partiamo. 

Arrivata a San Giovanni corro da te, mentre Gigi prenota un albergo vicino.

Non ricordo già molto di quei giorni.

Vedo la nostra auto che parcheggia e io che scendo al volo. Io che ti spiego che da quel momento avrei dormito lì, vicino a te, e tu che non sono sicura se comprendi. Te lo spiego molte volte e forse ne sei contenta. Ma non ne sono poi così sicura. La tua mente ha preso un treno che viaggia dolcemente e tu ci stai comoda in quel vagone lì.

Dormi e mi cerchi di continuo non appena apri gli occhi, sono la tua bussola in quel nulla che ti porta.

Mi guardi e ti pacifichi. Ci sono. Puoi continuare a dormire.

La sera dò il cambio a Costanza e tu non resti un minuto sola.

C’è una porta che dal reparto conduce rapidamente al bar e io la percorro a ora di pranzo, tra la folla che non sta mai ferma. 

I corridoi sono colmi di gente in transito, la settimana calda delle vacanze sta finendo e così qualcosa torna alla normalità. 

Torna perfino un medico che si rivela competente e gentile.

“Abbiamo preso a cuore il caso di sua madre e ora lo aggrediamo affrontandolo di petto”, mi dice.

“La signora ha buoni valori, solo questi globuli bianchi alti non vanno: c’è un’infezione e dobbiamo capire da dove arriva”.

Provo a dirgli del fumo, delle tue condizioni di salute, ma sembra che per lui la tua storia debba cominciare da quel momento. Ai medici interessano poco o niente le mie informazioni supplementari, i resoconti di ciò che hai sofferto.

Nei giorni successivi, quotidianamente mi reco nella sua stanza e ogni volta si mostra gentile. 

Ripete che hai buoni valori, ma che il tuo è un caso assai strano. Per quelle che sono le carte dovresti stare meglio di come appari.

Iniziano a farti moltissime analisi, anche se forse è ormai tardi. In una delle trasferte nei laboratori ti rompono un bracciale con un piccolo crocefisso, che ti avevo regalato mesi prima. In un’altra ti riportano in stanza con un arto gonfio e viola: ti avevano lasciato stretto intorno al braccio un guanto monouso utilizzato come fosse un laccio emostatico, e dopo il prelievo e lo avevano dimenticato lì. Alla fine di un’altra giornata mi accorgo che la sacca delle urine è schiacciata da ore sotto la tua schiena. Te l’avevano messa lì per spingere la barella e al ritorno avevano dimenticato di toglierla.

Ogni volta chiedono scusa ma, oltre alle analisi e alle carte, continuano a dare scarsa attenzione alla tua persona, al contrario di quel che accade alla vicina piena di parentele buone, che gode di una corte celeste che tu nemmeno ti immagini.

Una volta ti hanno tenuta storta per tempo lunghissimo, mentre chiacchieravano amabilmente con lei e la sua famiglia. Tu sembravi volerti alzare, e io da sola non potevo farcela, così eri rimasta curva: né seduta, né stesa, mentre aspettavamo qualcuno che venisse a darci una mano.

Nessuno ti ha aiutato a muovere due passi. Nessuno ha valutato la tua capacità di attenzione.

È stato in una mancanza di coscienza e conoscenza che, due giorni prima della morte, ti hanno fatto la tac col liquido di contrasto. Tu non rispondevi già da ore e io col capo chino sulla barella, fuori dalla porta del laboratorio, cercavo invano di parlarti. 

In seguito all’esame, dedussero che l’infezione arrivava dai polmoni.

Finalmente la diagnosi. 

Avevi proprio una bella polmonite. Ora sapevano quale sarebbe stato il migliore antibiotico da somministrarti.

Il giorno in cui hai cominciato a dormire ininterrottamente dalle 6 del mattino alle 18 del pomeriggio, ho atteso un’ora l’opinione di un medico che, scoprendo le coperte, guardandoti bene e sondando i tuoi riflessi mi ha rassicurata dicendomi che non eri in coma.

Non ti hanno condotta nella stanza accanto dove c’era la terapia di emergenza, non ti hanno parlato per valutare i cambiamenti del tuo stato. Non so quando, e neanche se, il tuo sonno è diventato coma. Per quello che ne so, sei morta in un momento.

11

Quando eri ancora con me.

Julia, notte.

Non so bene chi sono perché non so definire il mio stato d’animo ora che tu sei malata.

Il modo in cui ti sto accanto mi definisce, mi insegna chi sono. 

Ciò che faccio mi dona una quiete che saprà poi mescolarsi al dolore, al vuoto che di certo arriverà, perché ora non capisco nulla.

Sono andata via dal tuo ospedale.

Ho fatto una gran fatica a lasciarti. I tuoi occhi sono imploranti eppure perduti. Dentro un universo domestico e infantile.

Chiami tuo fratello, muovi le mani come se mangiassi cose piccolossime per cui non servono le posate. Forse è il ricordo di caramelle regalate da bambina, oppure delle mollichine di pane, che hai portato via con te, che ti sei messa da parte, lontana da tutti. Un cibo rubato, mangiato da sola, con la punta delle dita. 

Poi gli avanzi li doni a me. Con le mani fai come per restituirmi qualcosa. “Butta”, sembri voler dire.

Non sai più bere.  Quando ti do la cannuccia la mordi, invece di succhiare. Per ogni goccio d’acqua un colpo di tosse. 

Rispondi con gli occhi se una domanda viene fatta ad un’altra persona, a pochi metri dal tuo letto. Non riconosci più la direzione e la distanza da cui arriva una voce. Ne a chi si rivolge.

Sei tenera e straziante, sola, disperata. Eppure bellissima.

Lo spettacolo di te che svanisci mi congela il cuore. Così non so cosa provo, tento di freddare tutto. 

Ma sento che quello che provo mi definisce, mi insegnerà chi sono, così mi perdo, insieme a te.

Ti rivedrò? O il mio di oggi è un saluto per sempre?

Ho negli occhi i tuoi occhi, pieni di smarrimento e bisogni.

Ti amo tanto, immensamente.

Ma non so se ci sei.

Sei in un altro piccolo mondo. Quello che abitavamo insieme fino a pochi giorni fa non lo riconosci più, non sai starci dentro, non ti interessa.

Sembra migliore il sonno che ti sta rapendo, lo preferisci a tutto, anche a me.

Non voglio dimenticare niente del tuo corpo adorato.

Le dita che tengono la pinzetta e che tirano le sopracciglia, la tua mano che mi incoraggia, le carezze sui capelli, la pace ,la sicurezza, la spinta all’esterno. Fuori da casa, fuori da noi, lontano da quella vita in cui tu, lentamente, hai trovato un angolo in disparte, e che lentamente ti ha fatto ammalare. 

Mi indichi la felicità come stella polare, la leggerezza, il lavoro, la scrittura.

Il vento fresco di questo confortante paese che asciuga le mie lacrime.

12

Al contrario della tua indole, sei stata una malata irrequieta.

Ti scoprivi, ti agitavi, non stavi mai ferma con le mani, rischiavi continuamente di far uscire l’ago della flebo. 

Gli ultimi giorni, invece, hai cominciato a dormire e non ti svegliavi più se ti chiamavo. C’era solo il tuo petto che si alzava e si abbassava, impegnato nella lotta furibonda tra la vita e la morte.

I medici ci hanno visto la polmonite e la conseguente difficoltà a respirare. 

Io ho riconosciuto chiaramente la lotta tra due forze: la tua anima che combatteva per andare e il tuo corpo che faticava per trattenerla.

Ho immaginato che questo soffio vitale sarebbe evaso dalla bocca che tenevi aperta, quasi una via di fuga a quel respiro che sarebbe stato l’ultimo.

Ti ho fissato a lungo e questo mi è servito.

Mi ha dato la sensazione di seguirti e di comprendere, intuire quali fossero le tue intenzioni.

“Mamma, parliamo, ti insegno di nuovo l’alfabeto”.

Sorridevi e ti prestavi, non riuscendo oltre le vocali. 

“Quanto sei scocciante!”, scherzavi. 

“Stai ferma, sennò ti si sfila l’ago”.

I primi giorni obbedivi e io ti accarezzavo la mano. 

I secondi mi lasciavi bruscamente, non volevi ostacoli al tuo cammino.

“Lasciami in pace, sto cucinando”, farfugliavi.

“Mamma, mi senti? Mamma, svegliati! Mi senti!”, insistevo quando hai cominciato a addormentarti di continuo.

“Lasciami stare!”, brontolavi nervosamente. 

Così ti ho lasciata stare. Ho capito che andartene via, per te, non era poi così male.

Il ricordo della tua volontà, nel dolore, mi ha dato calma. Non ci tenevi alla vita, non ci tenevi da tempo. Te ne sei andata in pace. Nel silenzio della natura e delle cose. Come solo i santi sanno fare.

In quegli ultimi giorni accanto a te ho imparato tanto. Ho creduto nelle morti che si incontrano e nella fede che si trasferisce da un cuore all’altro.

Ho immaginato di sentire un mondo nuovo in cui chi si ama può incontrarsi.

Mi hai regalato una porzione della tua fede, non so in che modo, né in che istante sia passata da te a me. 

Se valuto il tuo corpo e la possibilità di non vederti più, cado. Ma già posso vederti, se ti penso, e questo mi conforta.

Mi hai sempre reso visibile l’invisibile, e andandotene questa cosa l’ho avvertita ancora più forte.

Anche nell’affetto che ho ricevuto in quei giorni, ho percepito una vecchia frase che, ancora una volta, tu volevi ripetermi.

“Sei speciale Modesta. Non vedi quanta gente ti vuole bene! Sei speciale. Non dimenticartene mai”.

Mi domandavo se quelli sarebbero stati giorni fissati per sempre nella mia memoria. Giorni di quelli in cui per tutta la vita si cerca di ricordare ogni particolare, per rendersi conto di ciò che stava succedendo e di quanto e cosa si stesse davvero capendo.
No, speravo che quelli non fossero giorni così.

Ero sola, in un piccolo albergo sotto l’ospedale. Di fronte a me, al secondo piano, mamma, peggiorava di giorno in giorno. Al ristorante da sola, era anche bello, mi alleviava dal dolore e dal freddo del reparto, dalla mente che cercava risposte, concause, esiti.

Il neon della sala soprattutto mi confortava. Le voci dei turisti che ridono, i loro gruppi coesi e contenti di stare insieme.Mi ricordavano altri viaggi, la gioventù, anni in cui c’era mamma a casa ad aspettarmi e a preoccuparsi per me. Mamma giovane e forte, sempre pronta ad ascoltarmi, a darmi un consiglio, ad adorarmi così com’ero.
Mamma che mi aspetta sul balcone, mi accompagna alla porta, l’attesa dei suoi passi che rientrano dalla messa alla mattina e che davano il via alla mia giornata.

Mamma che mi indica la strada senza farmelo capire, mamma che crede che i figli siano come i cavalli, che vanno riportati nel recinto stando nascosti di lato, senza farsi vedere, mentre scalpitano ancora. Mamma che è il mio stesso cuore, la mia vita, le mie risate, la mia casa. La sua ironia, che piace tanto anche ai miei figli, il suo invito costante alla pace, alla benevolenza, all’accettazione delle cose come sono; il suo fatalismo, la sua bellezza, tutti quegli aspetti che lentamente mi avevano già lasciato perché da tempo lei non era più quella di prima.Capivo. Ma non capivo cosa stesse succedendo perché era una cosa troppo grande per me. Speravo solo che lei, la mia meravigliosa, e ormai smemorata mamma, sarebbe guarita.E che questi sarebbero stati giorni come tanti altri.

Vedo me con i pantaloncini bianchi che sento freddo quando rientro la sera. C’è un vento del tutto diverso dal nostro, che mi fa compagnia e asciuga le mie lacrime.

La strada verso l’albergo ha un percorso protetto e io mi sento tranquilla, col foulard sulle spalle e l’orecchio incollato al telefono.

Rientro in albergo pregustando un pasto caldo e quella normalità tranquilla che l’ambiente sa darmi.

San Giovanni è bella e io non me ne ero mai accorta.

Il suo misticismo, che mi era sempre sembrato dentro una deriva commerciale da cui non aveva alcuna intenzione di uscire, sembrava ora riempire ogni istante di sé. La falsa idea che mi ero fatta, lasciava posto ad un grande cuore e ad una tranquillità che ogni passante sapeva darmi. Una pace che mi ha sostenuto e fatto buona compagnia in quei giorni che altrimenti sarebbero stati strazianti.

L’aria fresca ed estiva, lo straniamento che avvertivo come se fossi distante da tutto, non ero in Puglia, non sul Gargano, ma in un posto altro, senza confini né stato: un posto più alto degli altri, fatto di implorazioni e cure, anziani, genitori, bambini, gente che piange e gente che nasce, sorride, guarisce, si aggrava, prega, muore; gente che percorre centinaia di chilometri per inginocchiarsi davanti ad una croce che parla al suo animo più delle altre.

Un posto che era solo chiesa e ospedale, cure e preghiera.

Le panchine di pietra fredda dove di mattina i parenti mangiano un panino, il paesaggio notturno che ricorda quello di una grande città. Dietro alle montagne, lì in fondo nel buio, proprio di fronte all’uscita principale, un filare di luci talmente scintillanti che mi domandavo se non le avessero create all‘uopo per parenti come me. Del resto, quali sono i paesi lì sotto illuminati così tanto?

La piazza grande della chiesa vecchia, le suorine all’alba che seguono il rintocco di una campana che invita alla messa: io che scendo per stendermi in camera e riposare dopo una notte insonne, loro sveglie da poco che salgono, per raggiungere il loro Dio. 

Volti buoni di gente semplice che cammina nelle mie stesse strade. Mi ha fatto bene avere vicino persone così. Credo che se tutto questo fosse accaduto altrove, sarebbe stato diverso. Il paesaggio è importante per la nostra anima.

A sera tarda, un uomo seduto alla base di un lampione, guarda il suo bambino che gioca solo, godendo della piazza che, dopo il via vai della giornata, ora finalmente è solitaria. 

Gli albergatori che mi sorridono entrando. L’ascensore per la mia piccola stanza. Il bisogno di silenzio che non ammette intrusioni. Non ho voglia di parlare, sono tutta dentro le cose, dentro il tuo viaggio che non voglio smettere di accompagnare.

Un’uscita, un’entrata, pochi metri tra me e te.

Una strada in salita e poi in discesa che è impressa nel mio cuore, legata per sempre alla mia storia personale.

Quanti individuano nel mio stesso tragitto un luogo di cambiamenti irreversibili?

Io che ti faccio bere con una siringa senza ago, come mi avevi insegnato tu, anni prima, per nutrire un cucciolo di gatto.

Io che ci credo che bevendo di più ti sentirai meglio.

Io che ti porto un gelato al caffè e tu che finalmente mangi qualcosa. È l’ultimo cibo che sono riuscita a dare a babbo. L’ultimo che ho dato anche a te.

Giorni magici e dolenti, pieni di mistero e tenerezza.

Non li ricordo con orrore, anzi li accarezzo. Sono le ultime ore in cui ti ho avuta con me.

Il tuo corpo nel letto. 

I tuoi occhi che mi guardano sgomenti, smarriti, poi infossati. 

Tu che smetti di guardarmi. 

È stato allora, quando non mi rispondevi e non mi vedevi, che sono andata via mentre dormivi. 

Il 26 di agosto ho raggiunto la mia famiglia. Pensavo di poter rientrare e ritrovarti lì. Ma non sapevo nulla. Non capivo quali fossero le cose più importanti. So solo che ho sbagliato.

La domenica del 27 agosto ho lasciato tutti a letto e sono scesa di buon mattino.

A casa non potevo piangere, la sola volta che non ho saputo trattenermi, Edoardo non riusciva più a fermare le sue lacrime ed era pieno di angoscia.

“Quando i bambini stanno bene con i genitori, tutti gli altri sono solo ombre”, dicevi. “Ombre di passaggio che restano sullo sfondo”.

Hai sempre sminuito te stessa e il tuo ruolo. Ti sei fatta piccola per fare piccolo il nostro dolore quando te ne saresti andata. Per fare grandi noi, le nostre famiglie e i nostri legami. Una sottrazione nella costante presenza, che passo dopo passo ci ha preparato alla tua mancanza?

Tu sembravi non voler c’entrare niente.  

Eri un’ombra. Volevi esserlo.

Ma sei stata un’ombra per loro, per i miei figli?

Al loro dolore per la scomparsa di babbo, mi ha straziato aggiungere quello per la tua.

“Dopo la perdita di mia madre, se non avessi avuto voi, mi sarei uccisa. Il dolore è stato troppo forte: insopportabile”. 

Qualcosa mi dice che i tuoi minuscoli passi indietro, siano stati funzionali alla nostra minor pena.

Il 27 mattina, sono andata in spiaggia e ho camminato sola. C’era poca gente, per lo più sportivi.

Poi, sulla parte vicino al Grottone preistorico di Mannacora, mi sono seduta su un vecchio tronco e ho guardato il mare, calmo come l’olio. Ci ho visto dentro me e te insieme che facevamo il bagno. Io ero una bambina e tu una donna giovane e forte. Poi mi hai lasciato la mano e mi ha detto: “Vai Modesta, su. Ora impara a nuotare”. E ti sei allontanata. Ma solo di poco. Continuavi a tenermi d’occhio.

Il mare eri tu.

Ed oltre questa, erano tante le cose che lui voleva dirmi.

Tu eri dappertutto. In ogni onda, in ogni riflesso del sole, nella sabbia umida o calda di tutta la baia, nei mille istanti trascorsi insieme, nei bagni da bambina, nelle volte in cui mi portavi al largo e, in piena confidenza con l’elemento, mi insegnavi a nuotare. 

“Hai una bellissima acquaticità”, mi dicono talvolta. 

Non è la mia, è la tua, che si è formata in me.

Ricordi quando, così come facevi sempre, ti avventuravi in mare per il tuo solito bagno al largo? 

“Io non capisco quelli che prendono solo il sole”, dicevi. “E al mare, che ci vanno a fare?”.

Ti alzavi dall’ombrellone e bagnavi i piedi in acqua. Poi a passi sicuri volevi andare verso il largo. Ma tutti i bambini, non appena ti scorgevano, ti si attaccavano dietro. Tu eri la nave che li avrebbe portati lontano.

Così ti limitavi e al largo non ci andavi più.

La sicurezza che era tutt’uno con te quando ero bambina, ti aveva già abbandonato quando eri nonna.

La tenerezza più grande la riservavi a babbo, che aveva bisogno della tua mano anche per un semplice tuffo. Tu lo aiutavi e uscivate dall’acqua insieme. Tu che lo tenevi perché non sapeva camminare nemmeno sui sassi.

Io, che di voi, un po’ mi vergognavo.

13

Poi sono andata via.

Nelle tue ultime ore di vita in ospedale, io ero in spiaggia ed ho fatto il bagno. Assecondavo chi cercava di distrarmi, di darmi una mano. Così ho vissuto quella data, che sarebbe diventata storica per il mio stesso inizio e la mia fine, come se fosse una data qualunque. 

Il 27 agosto, giorno in cui hai restituito la tua meravigliosa anima al Dio che hai tanto amato, in quell’ultimo bagno dell’estate (sebbene il percorso sia stato identico a quello dei giorni in cui tu eri con me) ogni traccia di magia era scomparsa.

Tutto era uguale a prima: le onde placide, il nostro vecchio surf, il gabbiano che ci guardava dal suo scoglio, ma io lavoravo sodo per trattenere le lacrime.

Ciò che prima era luminoso, ora si era spento, e ciò che un tempo era liberatorio e promettente, aveva ora accorciato la profondità del suo orizzonte: il cielo un tantino più basso, la bellezza intorno messaggera di dolore. Al confronto con la natura, preferivo la banalità delle convenzioni sociali. Un metodo che mi è rimasto e che consiglio, come strategia per spingere altrove gli affanni.

Obbedire. Credere e accettare. Sospendere il giudizio critico, il pensiero. Fidarsi.

Mi fidavo del mondo che mi stava accanto. E sapevo che dovevo essere forte.

Tu c’eri. 

L’acqua ancora mi parlava di te, ma la ricordo scura, opaca, privata della possibilità di rivelare il suo fondo. 

Dondolavo con i piedi penzolanti giù dalla tavola, sfioravo il mare, stavo bella dritta. Mi guardavo vicino, guardavo in alto e poi in basso. Gli scogli, il cielo e l’acqua. Ti cercavo e ti trovavo, a volte ti scacciavo, inseguivo la verità e l’interpretazione di ciò che stava accadendo. La trovavo e la negavo. Poi la verità diventava un’altra. Tu avresti resistito, saresti tornata a casa.

Non so cosa pensassi, né in quale posto fosse davvero il mio cuore. Avevo deciso di farmi guidare da chi sapeva meglio, ed ero svuotata, socialmente addestrata, efficace.

Mi accorgevo se le risposte che davo alla gente erano troppo tristi, guastavano l’atmosfera, e così mi correggevo. Stavo nel mondo, non moribonda al tuo fianco, come avrei desiderato.

Poi.

Poi nel pomeriggio decisi che quello era il momento esatto in cui dovevamo andare.

Misi fretta a tutti e raccogliemmo rapidamente pezzi di famiglia sparsi sotto l’ombrellone. Salimmo in quella casa in cui tu eri stata con me, e infilammo molte delle nostre cose in valigia.

Lo facemmo male, freneticamente, presi dalla fretta che potesse fare buio.

Io non so guidare al buio.

Partimmo con due auto, in modo da essere liberi, il giorno successivo, di venire da te e di andare a lavorare.

Avevamo fatto un’organizzazione sommaria a cui non so dire se davvero credessi.

Era buio quando mi arrivò la prima telefonata.

Eravamo sulle strade strette del Gargano, le curve, gli alberi, il mare ancora alla nostra destra.

Era una cugina che non vedevo da tempo.

Si trovava a San Giovanni per caso e mi chiedeva il reparto e il tuo numero di stanza. Avrebbe voluto salutarti, se non era disturbo.

La ringraziai con affetto e la informai di tutto. 

Così a passo lesto si incamminò da te.

Dopo pochi minuti, il telefono squillò di nuovo, e la stessa cugina, turbata dall’essere proprio lei, da te, lì e in quel momento, mi disse che forse te ne eri andata via.

“Modesta, qui è successo qualcosa. L’infermiera le ha toccato la giugulare e forse mamma è morta. Forse. Lo stanno verificando”.

Le nostre due auto si accostarono. 

Ero ancora lì, al principio della strettissima scorciatoia che porta a Vico del Gargano, quando il medico mi chiamò per la conferma.

Decidemmo di salire da te, per quel Bosco Quarto che all’inizio di questa storia mi faceva paura, e che quella notte invece ho attraversato, con la sicurezza di chi lo conosca da sempre.

A metà strada, due grandi macchie bianchi sfiorarono il nostro percorso: erano due mucche, che pascolavano liberamente. Al contrario di altri momenti, non mi spaventai affatto.

Edoardo e Gigi nella macchina davanti.

Io e Alfredo in quella di dietro.

Comunicai il fatto sulla chat di famiglia, per essere repentina e non trattenermi al telefono. Cominciarono ad arrivare telefonate, e io, lucida e padrona di ogni minuscola parte di me, rispondevo tranquilla. Alfredo mi teneva il cellulare all’orecchio. Piangeva. È stata una delle pochissime volte in cui ha pianto. Piangeva e moriva di fame. Così ha rosicchiato fino alla crosta un pezzo di parmigiano che teneva nella borsa frigo, ai suoi piedi.

Quella nostra andata apparentemente a San Giovanni non servì a nulla.

Lacamera mortuaria era chiusa e naturalmente non mi fecero entrare.

Salii nella tua camera, quella in cui avevi dormito fino a poche ore prima e da cui ti avevano poi portato all’obitorio, che scoprii essere poco distante.

Al neon dei corridoi si alternavano le luci basse delle stanze.

Dalla tua provenivano delle urla selvagge. Accanto a te, nelle ore che hanno preceduto la morte, hai avuto una donna forsennata, che gridava e accusava chiunque, avvinghiandosi al letto.

Tu invece te ne sei andata in silenzio, così come hai vissuto.

Ho preso le cose nel tuo armadietto, chiesto informazioni alle infermiere di turno. Mi sono guardata intorno, ma senza di te, lì, non c’era più niente da fare. Quello era diventato un luogo estraneo, in cui la mia presenza era superflua e non gradita.

Il permesso che avevo firmato per starti accanto a qualunque ora del giorno e della notte, non serviva più a niente.

Ho salutato il luogo e sono discesa, portando sottobraccio la sdraio verde acquistata due giorni prima per far dormire più comoda Costanza.

Con Gigi e i bambini ci siamo seduti su quella panchina di pietra, su cui di giorno i parenti mangiano un panino. Siamo stati vicini, di fronte all’ingresso del tuo ospedale.

Ci siamo trattenuti un’oretta, senza che ci fosse nulla da fare.

Salutavamo te, l’obitorio alla nostra destra e il tuo letto estraneo alla nostra sinistra.

C’era il vento, c’era la pace, il silenzio. 

Stemmo lì e fu utile a tutti.

Ce ne andammo via abbracciati, parlando di te che ci avevi lasciati.

Vedo i nostri corpi stagliati contro la stradina che sale verso i parcheggi. Li vedo come io fossi un osservatore in lontananza. E mi domando quanta percentuale di me fosse dentro quell’istante.

Non ci siamo mai tutti per intero nelle cose.

In quelle importanti, poi, ci entriamo piano piano.

Anche il nostro animo non smette di esistere di colpo. 

Si allontana lentamente. 

Così come la tua voce, che mi è stata accanto nelle prime settimane, si sta ora gradualmente incamminando. A giorni ti chiamo, altri ti lascio dove sei. È un bene per entrambe abitare adeguatamente il nostro presente.

Il dolore deve cessare perché tu possa riposare in pace.

Il dolore deve cessare perché io possa ricordarmi ogni giorno di vivere.

Non possiamo più stare insieme. Ora sto cominciando a comprenderlo.

In quei passi verso le automobili proteggevamo i figli, e ancora una volta, cercavamo l’equilibrio.

Ci infilammo in macchina e rientrammo a casa. 

Non ho mai guidato con tanta sicurezza come quella notte.

Il giorno successivo saremmo rientrati da te.

E basta. È finita.

Cosa dire di te sul tavolo di marmo e del tuo volto, devastato dalla fatica del respiro, che lentamente riprende serenità e bellezza?

Su quel volto era chiaro che la lotta tra la tua anima che voleva andare e il tuo corpo che voleva trattenerla, quella lotta di cui fino al giorno prima alla tua morte ero stata testimone, nelle ultime ore si era fatta più violenta.

Ti ho portato gli abiti, ti hanno pettinata, messa in ordine, inserita dentro la bara, e sembrava che fossi diventata di nuovo la donna alta che eri stata un tempo. La curvatura della schiena, che negli ultimi anni ti aveva rimpicciolita, facendoti arrivare quasi a me, sembrava ora svanita. Ti eri come allungata, distesa nella pace della morte, ed assomigliavi alla persona di un tempo.

Anche a babbo era accaduto così.

Lo scheletro con poca pelle addosso che era ormai il suo corpo, appariva di nuovo forte, dopo che se ne era andato.

Mi è sembrato che la morte ci trasformi, facendoci diventare migliori di quelli che eravamo gli ultimi tempi.

Ho trascorso un giorno intero all’obitorio a vegliare su di te.

Il giorno del 28.

Ti ho studiata accuratamente, con ostinazione, come si farebbe a scuola con un disegno, prima di riprodurlo tale e quale a come è.  

Mi sono proposta di non dimenticare nulla. Le tue mani, le tue braccia, il modo in cui ti tiri indietro i capelli, le dita, le carezze, lo sguardo buono e sapiente, che ha sempre restituito obbiettività alla mia vita.

È il tuo sguardo sui miei figli quello che oggi mi manca di più.

Di tanto in tanto lo ritrovo, lo avverto al mio fianco, quando sono arrabbiata e sento te che li osservi, li difendi, li ammiri, come si farebbe di fronte a sentimenti vergini, intatti. 

Sei ancora dalla loro parte, lo sei sempre stata.

Li scruti con la tranquillità di chi ha familiarità con la sorgente da cui provengono le nostre parti migliori. Riconoscevi allo stesso modo le nostre, di parti, e grazie a te anche noi potevamo vederle. 

Il tuo sguardo ci serviva per tornare sui nostri passi o fare passi in avanti. Serviva a me per dipanare le nebbie e leggere meglio la mia vita e ciò che ero.

Guardare pulito come tu mi hai insegnato a fare.

Ci sono io, in montagna, con un dolore che mi rende impossibile il respiro quieto. E ci sei tu che non ti spaventi, non ti impressioni neanche. Mi dai il braccio e cammini. Sai che sta per passare, e io mi rassicuro. Non credi a quel genere di profondità oscure. Non sono da visitare, e io ne sto per uscire. Non ricorderò niente e tutto ritornerà come prima.

Io mi inoltro e tu mi aspetti.

Non conta quello che ho visto, quello che vedo, quello che le ombre stanno costruendo. Non ci sono ombre, solo la luce e la pace, la tranquillità semplice da cui mi aspetti per rientrare.

I mostri perdono potenza. Tu sei tutto. La verità è la tua.

Devo perderlo questo vizio di smarrirmi.

Il giorno successivo all’obitorio, abbiamo seguito il tuo feretro. 

Il carro funebre avanzava lentamente, e noi gli stavamo dietro, con lo stesso amore che avremmo usato per te.

Era splendido il paesaggio che ci teneva compagnia. Splendido come quella giornata di sole.

Era lo stesso paesaggio delle tue foto da ragazza, quando con babbo e una manciata di amici, prendevate la Topolino e vi spingevate lontano da Manfredonia, su quelle vie che oggi sono messe da parte dai turisti e da noi residenti che andiamo al mare, considerato che c’è una lunga galleria da cui arrivare prima.

Erano le stesse strade in cui vi eravate innamorati.

E noi ora scendevamo, tra gli ulivi e la terra brulla. Dopo un poco anche il litorale.

Io e Gigi in auto e tu davanti, fino ad arrivare in chiesa.

Durante la messa, la tua foto sulla bara mi parlava. 

Il parroco ti celebrava e tu, da lì, mi sorridevi.

Mi dicevi di non piangere. La tua foto era eloquente. Riusciva a disturbare i miei pensieri tristi e mi strappava sorrisi.

“In ogni altare vi auguro di trovare lei”.

Ci ha detto il prete durante la messa.

Lo ha ripetuto più volte, insistendo a lungo su questo punto.

Io ci ho creduto e così ti ritrovo. 

Tu, lui, insieme a molte parole, mi rendono più facile la vita senza di te.

Il mondo è poco, la vita è niente, solo una tappa di un cammino più lungo.

Sono più attigua a te che alla mia nascita. Non è un dato piccolo per chi ha voglia di ritrovarti.

14

Nel ricordarti vorrei conservare lo sguardo alla tua stessa altezza che ho avuto per tutta la tua vita. 

Lo sguardo normale e quotidiano tra persone, corto, limitato.

Ma la morte sposta quello sguardo e così, ora che non ci sei più, colloco l’immagine di te alla sedia, dietro ai vetri, limitato nei movimenti, mentre guardi il passeggio della tua strada, in un luogo distante e denso di commozione. 

Provo una tenerezza infinita per i tuoi limiti, accarezzo la tua immagine di uomo malato come se fosse stagliata in un luogo lontano e infinito, che riempie ogni cosa di un senso nuovo. 

Un luogo da cui vedo tutto, e meglio, e troppo.

La morte trasforma. Trasforma tutto. I ricordi e noi stessi. La morte svela e sorprende, fa male al corpo e ci fa sentire lontani, come se fluttuassimo in un luogo perduto, un luogo in cui il volto di chi abbiamo perso, appare mille volte più vero, reale, crudo, sincero.
Non ho molto tempo per piangere, ed è forse meglio.
Però vorrei ritrovare il modo quotidiano con cui ti guardavo. Quando non vedevo tutto quello che vedo ora.

Vorrei vederti ancora li. Seduto tra le tue carte o prendere la parola per non lasciarla più. Vorrei tu fossi di nuovo li. Evivere diversamente gli ultimi giorni. Per pregare e darti meglio la mano, salutarti, dare commiato, salutare il padre e la figlia distanti e vicini che siamo stati. 

Vorrei lo sguardo corto. Perché guardare la tua esistenza nel modo in cui la guardo ora, ha germi di eternità e spazi immensi che fanno male.

Meglio lo sguardo corto.  

Meglio ricordare i difetti, le incomprensioni, i limiti. Essere semplicemente uomini, carne e sangue, noia e ripetizione. 

Essere poco è meglio.

Essere poco è facile.

Guardare meno è facile.

Ricordarti come ti ho sempre visto. E non collocarti nello spazio etern come faccio ora.

È tutto troppo grande.

La tua presenza, la voce, le paure, i limiti. Se solo potessi pensarti guardandoti alla stessa altezza di quando eri con noi. 

Quando eravamo solo un padre ed una figlia che non si capivano.

15

Il modo in cui era morto babbo, cinquantacinque giorni prima di te, aveva colto tutti di sorpresa, nonostante fosse malato da un anno e mezzo.

Non era informato nel dettaglio del nome che aveva il suo male. Avevamo preso la decisione di non dirgli tutto il giorno stesso della sua diagnosi, e lui aveva retto il gioco, perché gli faceva comodo pensare a sé stesso come ad uno che ce la poteva fare. Questa amorosa bugia serviva a non demolire la sua idea di futuro prossimo, su cui continuava ad inventare una strada aperta sul suo tempo a disposizione.  

Era bravo nel raccontarsi storie, e personalmente credo sia morto senza aver mai capito a fondo chi fosse veramente. Ho sempre criticato la sua mancanza di consapevolezza, la scarsa attitudine all’auto coscienza. In realtà si trattava di un dispositivo collaudato, che gli ha consentito di vivere (parzialmente) sereno: un antidoto a quella Verità che io, al contrario, continuamente ricerco e che forse non serve, se si pensa alla vita come ad una fila di anni da far scorrere via nel migliore dei modi.

A cosa serve conoscere tutto e capire chi siamo, dal momento che si tratta di un mero anelito?

Nel corso degli ottantacinque anni in cui ha vissuto, ho sempre pensato che la scarsa attitudine a riconoscersi per ciò che era, fosse un grave limite, un segno di presunzione ed ignoranza. E se fosse ancora vivo di certo continuerei a pensarlo, così come spontaneamente penserei lo stesso di ogni persona simile a lui, perché troppo diverse sono le ambizioni della nostra mente. 

La morte però mi dà la possibilità di chiudere il cerchio e pensare a lui differentemente. 

Ora che non può più indagare gli errori e i limiti delle sue scelte, considero tutto come un meccanismo perfetto, un virtuosismo che gli ha impedito di cadere, tenendo ogni cosa in equilibrio per un tempo lunghissimo.

La maschera ottimista nel narrare di sé e della sua vita, presente e passata, una maschera che a dispetto di ogni evidenza ha scelto di indossare, potrei adottarla anche io, di tanto in tanto. Io che mi sento violentemente obbiettiva e che non riesco a non supporre che la padronanza dei propri imiti, sia un ottimo sistema per non cadere nel ridicolo.

Ma chissà se ho ragione….

Anzi…in realtà non credo proprio.

I limiti si inventano, si consolidano a furia di crederci, accettarli e riferirli al mondo.

Così alla fine siamo pari.

Sbaglio io e sbaglia lui.

Siamo uomini che ci provano a costruirsi un cammino, a farsi una strada più o meno comoda e funzionale.

Sbaglio anche io. Forse perfino di più.

La conoscenza piena non esiste. Nessuno la possiede.

Del resto, la sua immaginazione gli ha sempre elargito dolci carezze. 

La mia, al contrario, solo ceffoni in pieno viso.

La malattia di babbo, dunque, non è mai stata nominata.

La parola cancro, non l’ha mai usata nessuno. Nemmeno lui, che accettava di buon grado le visite dell’oncologo, fingendo di non sapere di che specializzazione medica si trattasse, lui che viveva consultando e approfondendo ogni parola nuova sulla sua cara, vecchia enciclopedia.

I due anni, dalla scoperta del male, fino alla fine, sono stati lunghi, pieni di dolori e di allegria.

La malattia lo ha trasformato, innestando elementi di novità positivi anche nel nostro rapporto, il cui legame si è come rivelato.

Ne parlerò, ma per ora voglio fare un percorso a ritroso dei 50 giorni che vi hanno portato via da noi. Comincerò dunque dalla tua ultima settimana di vita, quella su cui ho avuto bisogno di prendere appunti, per capire cosa fosse successo.

Babbo,

i giorni precedenti agli ultimi eri nervoso. Il giochetto mentale del futuro a disposizione evidentemente non reggeva più, e così eri diventato antipatico e ingrato nei confronti della tua famiglia, che ti accudiva e ti obbediva senza stancarsi mai.

Difendevi ed elogiavi ogni estraneo di passaggio, mentre sminuivi noi. Il tuo sguardo si era incattivito e le tue non erano più parole gentili. Rinnegavi ogni esigenza del tuo povero corpo, inventando servigi che la donna che ti accudiva, di fatto, non aveva mai eseguito.

Io toglievo il velo alle tue bugie, non per farti del male, ma per invitarti a prenderti cura di te, per cambiare la situazione che si era fatta difficile. Ma non ci siamo mai compresi, e solo ora intendo che quello che ti occorreva era una complicità muta e affettuosa al paesaggio umano che stavi inventando per sopravvivere.

Era un paesaggio miserrimo e malandato, e avresti voluto che io, come te, ne sapessi riconoscere la bellezza.

Io volevo aggiustare le cose, senza concessioni alla fantasia.

Tu volevi solo accettare quelle stesse cose, così come erano. 

Forse non eri in grado di fare nulla e così inventavi: sublimavi il passato, nobilitavi il presente, credevi meno nel futuro. 

Non potevi mangiare, dormire, respirare, camminare. Ma chi ti ascoltava non si accorgeva di niente, nonostante l’evidenza della tua condizione.

Perfino al medico che ti curava l’hai data a bere, tanto che le sue visite si sono interrotte senza che tu ne capissi il motivo.

La tua parabola vitale è discesa, poi è salita, poi è discesa di nuovo. 

Dal letto di ospedale a quello della tua casa. Dal letto della tua casa alla sedia a rotelle, poi alla poltrona, al deambulatore, al bastone, alla camminata libera, senza supporto. 

E poi il secondo deambulatore più comodo, per guardare la vita scorrere dalla finestra, il divano della sala da pranzo, su cui ti stendevi il pomeriggio per restarci poi l’intera serata; la poltrona della cucina, il tuo letto su cui talvolta hai indugiato, solo quando noi non potevamo vederti.

A un certo punto, diversi mesi dopo la tua miracolosa ripresa, ogni cosa diceva che stavi malissimo.

Il primo sguardo su di te, restituiva l’immagine di un uomo malato, di una magrezza molto oltre la norma. 

Stavi seduto in poltrona con le mani incrociate sull’addome, per confortare il dolore di cui pure non ti lamentavi. Il capo chino sulle gambe incrociate, lo sguardo socchiuso, in attesa del tempo che passa e di noi che arriviamo a fare visita.

Fino ad alcune settimane prima che arrivassero gli ultimi giorni, la nostra visita ti rianimava completamente. Sollevavi il capo e ci salutavi, prendendo la parola per non lasciarla più.

Se però qualcun altro, oltre te, cominciava a parlare, fingevi di dormire, abbassavi lo sguardo, chiudevi gli occhi su cui poggiavi il braccio piegato. Hai sempre avuto un linguaggio non verbale efficacissimo per ostentare il tuo disappunto. 

In pochi minuti, quindi, tacevamo tutti e ti restituivamo la parola. Solo così sapevi stare bene: chiacchierando senza interruzione per tutto il tempo a disposizione.

La tua mente è stata solida e forte fino all’ultimo istante. E così, in un attimo, chiunque entrava nella tua casa, dimenticava ciò che aveva visto entrando: un uomo anziano e malato alla fine della sua vita.

Di fronte ad un ospite ti rianimavi del tutto. Raccontavi storielle, facevi battute, riferivi i particolari del pranzo, trovavi una moltitudine di argomenti che non so dove andassi a pescare, considerata l’esiguità di spunti a cui si era ridotta la tua vita.

“Benissimo!”, rispondevi a chiunque ti chiedeva come stessi.

Ti mostravi forte, imperioso, decisivo, come sempre. Sei andato via continuando a dettare ordini. La tua mente, al contrario di quella di mamma, non ti ha abbandonato un solo istante.

Hai quindi capito che stava finendo. 

Ma lo hai riferito solo a lei, che me lo ha raccontato decine di volte.

“Io qua ho finito!”, avevi detto un pomeriggio mentre eravate seduti, come sempre, nelle vostre poltrone verdi. La mano destra che mostrava il pollice e l’indice, come a significare che non ce ne era più.

“Beh oh! E io che faccio?”, aveva risposto lei arrabbiata.

“Stanno i figli”, le avevi detto tu. “Starai con loro”.

Lei ha pianto poco dopo la tua morte, ma ogni volta che mi riferiva questo, lo faceva tra le lacrime.

Io invece non ho capito. E neanche mamma, nonostante tu glielo avessi detto.

Il primo luglio, sabato precedente alla tua morte avvenuta lunedì 3, io e lei eravamo in ascensore: stavamo uscendo per venire a trovarti in ospedale.

“Ma no! Babbo ce la fa sempre. Vedrai che si riprenderà anche stavolta”, disse lei sicura, convincendo così anche me.

Ci hai preso in giro tutti con la storia dei tuoi super poteri. 

Del resto, se ce l’avevi fatta una volta a venir fuori dall’inferno, significava che ce l’avresti fatta sempre. Ti abbiamo sopravvalutato e tu ce lo ha lasciato fare.

Deve esserti piaciuto.

Abbiamo pensato che fossi un toro fino al minuto precedente a quello in cui hai chiuso gli occhi per sempre.

A dire il vero io ho sentito il battito anche di fronte all’evidenza del tuo corpo morto.

“Non è morto, cosa dite? Il battito c’è ancora. Sentite!”, esclamavo con la mano poggiata sul tuo petto.

“Ma cosa dici?”, intervenne allarmata la badante che era con noi quella sera. Mi guardò e gli tocco il polso. “Senti!”, disse sollevandoti il braccio nella mia direzione, “non c’è più il battito! Guarda!”.

Così mi arresi all’evidenza della tua morte. Ma il battito sono sicura di averlo sentito ancora sotto il palmo della mia mano sul tuo cuore. 

Di certo mi sbagliavo, o forse no. Forse passano alcuni minuti prima che il cuore cessi il suo lavoro per sempre.

“Benissimo”, rispondevi a chiunque ti chiedeva come ti sentissi. E così, chi ascoltava solo la tua voce al telefono faticò a credere alla tua scomparsa.

Ordinavi l’acqua, segnavi la spesa, facevi i conti: sei stato preciso fino alla fine. Solo del giorno precedente al ricovero non hai segnato le uscite sul tuo quadernino infantile, come facevi di solito. Non dicevi nulla, ma lo sentivi che stavi male.

Una mattina mamma mi ha chiamato dicendomi che tu, da solo nella notte, te ne eri andato in ospedale.

Ti eri sentito male anche una o due notti precedenti, e una di queste mamma era stata con te, aiutandoti in bagno, con il rischio che entrambi cadeste rovinosamente a terra.

Così la notte del 27 giugno hai composto il numero del 118, e questi sono venuti a prenderti.

“Babbo è in ospedale”, mi disse mamma al telefono. “Devi andare a cercare in quale reparto si trova”.

Borbottammo e ridemmo di fronte a quell’indole che, da sempre, ti faceva marciare molti passi davanti ai nostri, vivendo come se non ci fosse nessuno a cui stare accanto quando si trattava di camminare.

Volevi essere libero e fare come credevi, sicuro com’eri della tua intelligenza. Così Riconoscesti da solo il momento in cui chiedere aiuto.

“Non voglio disturbare le ragazze di notte”, devi avere pensato mentre te ne andavi con l’ambulanza.

Così il mattino successivo inforcai la bicicletta e pedalai in direzione del primo ospedale, di cui visitai tutti i piani, nel tentativo di capire dove fossi.

Ti trovai al Pronto Soccorso degli Ospedali riuniti. Eri solo in una grande stanza, vuota di persone e piena di letti, circondato da infermieri che si prendevano curadi te.

“Ehi Modesta, sono qua, vieni, vieni vicino”, gesticolasti vedendomi. “Qui sto benissimo, il personale è solerte e si prende cura di me”.

Fui rassicurata da quel manipolo di infermieri che operava al tuo fianco. 

Sembravi sereno e felice di non essere solo.

Elogiasti la struttura e chi ci lavorava, come facevi ogni volta per ingraziarti il prossimo e raccontarti storie. 

Il medico mi guardava così gli chiesi notizie. 

“Questi casi, in genere, vengono ospedalizzati, mi disse sereno. “Ma ora vada, che le visite in Pronto Soccorso non si possono fare”.

“Vai vai, state tranquille”, gli fece eco babbo. “Io sto benissimo. Diglielo a mamma”.

Lo salutai e uscii, recuperando quella tenerezza a cui nei giorni precedenti si era sottratto.

Provo un senso di colpa per avere ripreso la mia bicicletta ed essermene andata via sollevata, invece che trattenermi dietro la porta per aspettare che tutti uscissero e sgaiattolare al tuo fianco, cosi come avevo fatto per due mesi nel tuo ricovero precedente.

Ma faceva un gran caldo e io dovevo e volevo andare. Anche ad assistere alla fine ci si stanca. Così raggiunsi mamma e la raccontai tutto.

Poi non ricordo come trascorse quella mattina lì.

Ho solo in mente mamma seduta nella sua cucina senza alcun punto di riferimento.

La casa che si era fatta più grande, vuota e silenziosa senza di te.

L’estate maestosa e calda che faceva il suo ingresso, con quelle giornate troppo lunghe per chi non sa che farsene della vita.

Mamma ancora a letto, mamma in cucina, mamma inerte di fronte a un immenso tempo vuoto che deve passare. Mamma isolata nonostante io fossi con lei. Mamma che desidera stare sola e non vuole cambiare casa. Mamma che ha perso il filo ed assomiglia un uccellino smarrito. Mamma che non sa cosa provare, che sogna di cambiare, immagina di poterlo avere ancora a disposizione un momento così. 

I ritmi delle giornate sospesi in attesa del tuo ritorno. Un grande spazio vuoto abitato da sogni irrealizzati e ceneri sparse di ciò che si era stati. Mamma che arrivava alla fine come se non avesse nessuno al mondo a cui aggrapparsi. Mamma che abbraccio e stringo di continuo, “non troppo forte però”, che basta un soffio per farla cadere. Mamma che non aveva più nessuno con cui litigare, mentre una ragazza delle pulizie riempiva di chiacchiere la sua povera mente che un tempo era stata meravigliosa.

Il pomeriggio ti avevano trasferito dal Pronto Soccorso in reparto e io venni a trovarti.

Ti rianimasti vedendomi: “Che bello che sei venuta!”, dicesti.

Cercasti la mia mano ma io non ricambiai l’affetto.

Eri stato duro e antipatico nei giorni precedenti. Te la volevi cavare così? Con due paroline dolci ora che avevi bisogno?

Noi vivi siamo così. Non sappiamo sentire la fine che si avvicina. Non sappiamo smettere di essere noi stessi, con i nostri spigoli e i nostri rancori, le amarezze accumulate e il bisogno di riconoscimento.

Oggi che so, avrei voluto abbracciarti e dirti che ti volevo un gran bene. Era la seconda volta che venivo in ospedale nella giornata. A governare tutte le incomprensioni, c’era un amore che comandava le mie azioni, non chiedendomi di indagare oltre la sua segreta natura.

Se lo avessi fatto avresti provato imbarazzo e riso di gusto. 

Non dovevo dire niente. Solo ricambiare il desiderio con cui mi stringevi la mano.

Lo stesso 28 giugno del tuo ricovero, ricorreva il mio quindicesimo anniversario di matrimonio. Così la sera io e Gigi andammo a cena per festeggiare. Chi poteva immaginare che sarebbe andata così? Il mio obbiettivo della giornata era fare in modo che le nostre date importanti non scorressero via insignificanti. Volevo sottolineare la bellezza della nostra vita e celebrare quel giorno, che mi sembrava importante.

Il giorno dopo, 29 giugno, ricominciai con la ricerca di una badante all’altezza della situazione. Faceva un gran caldo e io uscii alle due del pomeriggio, per incontrare l’ennesima donna a cui della nostra famiglia non importava un bel niente.

Al bar dell’ospedale ne incontrai una, ma non andava bene. Era vecchia e tu gente malandata non ne volevi al tuo fianco. Non accettavi nulla che ti facesse pensare al dolore.

Mi hai fatto cercare un’infinità di badanti e non ne hai approvata nessuna. Le uniche che sono riuscita ad importi, sono state quelle approdate quando stavi troppo male per decidere.

Nel secondo pomeriggio della stessa giornata ne ho incontrata un’altra.

Sono andata a prenderla molto lontana da casa e l’ho portata in ospedale da te, per poi riaccompagnarla di nuovo a casa.

Tu le hai detto che eri un tipo scherzoso e che sareste stati bene insieme.

Quando siamo rimasti soli, hai continuato a ripetere la vecchia litania che ribadivi spesso, quando eri in ospedale dopo il tuo brutto intervento, che ti ha regalato però altri venti mesi di vita. “Voglio una santa morte”, quella frase di nuovo sulle tue labbra.

“E babbo! smettila con questa storia! Quando torni a casa troverai qualche signora capace che ti aiuterà, ci saremo noi. Vedrai che ti riprendi, come hai fatto la prima volta”.

“Si, è vero”, ci pensasti. “Quando torno a casa magari mi riprendo”. Sul tuo volto si riaccese la speranza e l’ottimismo fece capolino. Credesti di nuovo che poteva andare bene. In un solo istante ricacciasti indietro l’idea della morte e ti unisti nuovamente alla vita.

Del resto, ci credevo anche io che sarebbe andata così. 

E invece no.

16

Il ricovero di babbo è durato sei giorni. Sei giorni in cui è peggiorato in maniera repentina.

Ricordo le sue mani che tremano mentre tenta di consumare un pasto, io che cerco di tenergli il piatto mentre lui non vuol farsi aiutare.

È stata quella l’ultima volta in cui l’ho visto seduto.

Ricordo il suo odore che si faceva sempre più intollerabile e io che non sapevo fosse a causa della morte che si avvicinava. Pensavo dipendesse dalla caparbietà con cui non aveva voluto accettare neanche una, tra le decine di badanti che gli avevo portato: una sola, disposta ad aiutarlo nell’igiene personale.

Ricordo che non mi avvicinavo più del tutto al suo corpo disteso, restavo qualche passo indietro. 

So che facevo fatica a fargli visita, a scrutare quel muro alto, senza orizzonte, che era diventata la sua vita. Non mi aveva dato spazio nei continui tentativi di soccorrerlo e così ce l’avevo con lui: “Era anche un po’ colpa sua se si è ridotto così”, pensavo.

Ricordo che, più di una volta, nelle ultime settimane, ho ragionato che i miei genitori sembravano due anziani senza famiglia, nonostante noi fossimo sempre lì. Lo sembravano perché lui voleva gestire tutto da solo e, sebbene ne fosse certo, in realtà non organizzava le cose in modo giusto per loro.

Ricordo il giorno in cui gli portai il rosario, il suo rosario, quello che teneva sempre tra le dita e che oggi è con lui nella bara. “Eccolo! Dammelo dammelo! Cosa più bella non la potevi fare! Tra tutte, è questa la cosa più importante”, esclamò prendendolo e facendolo dondolare rapidamente sotto i miei occhi.

Ricordo quel sabato primo luglio in cui condussi mamma in ospedale da lui. I suoi passi lentissimi per raggiungere la palazzina, il reparto, infine il suo letto. Ho chiaro in mente l’istantanea di loro due che si tengono per mano. 

Lei seduta al suo fianco sinistro, con il braccio poggiato sulla sbarra del letto antidecubito che lui, il giorno dopo, disse di detestare. Lui con gli occhi chiusi, ma non chiusi come lo erano stati fino a poco prima. I suoi erano ora gli occhi chiusi di un uomo tranquillo, che può finalmente addormentarsi, ora che tutte le cose preziose gli sono vicine.

Ricordo loro due, accanto, in silenzio, accompagnare l’uno la morte dell’altra: stretti, uniti, mani nelle mani, indivisibili nonostante i continui bisticci, i rancori, le incomprensioni.

Voi due lì, insieme senza parlare. 

Una visita profonda e muta, meravigliosa, intima come niente al mondo.

Babbo pacificato con la sua mano nella tua: lui che detestava essere toccato.

Voi due, una cosa sola: compagni, innamorati, fratelli, genitori, amici, nemici.

Voi due. 

Ce l’ho fatta a portartela per un saluto. 

Ma poi con Gigi siamo andati fuori dalla stanza.

Intorno al suo letto l’odore era insopportabile e così siamo usciti entrambi. Ci siamo seduti a distanza, addirittura nelle poltroncine all’ingresso del reparto, a molti metri da voi. Ci siamo seduti come se niente fosse, come se tu avessi solo bisogno di una doccia e quella fosse una giornata di malattia come tutte le numerosissime altre.

Gigi controllava il cellulare per non smettere un istante di lavorare. Io non facevo niente.

So che ero congelata e stupida. Non sapevo riconoscere i semi di eternità racchiusi in quelle ore. Stavi morendo, e io non me ne sono accorta.

In questa storia che riguarda i loro ultimi giorni, salta agli occhi la stessa mancanza di personale: un dottore che ci informi della gravità della situazione.

“Mio padre dorme troppo e stamattina ha detto alcune sciocchezze, lui che fino a pochi giorni fa portava la contabilità della famiglia”, riferivo a medici e infermieri. “Gli avete forse dato qualche sonnifero?”.

Si certo, glielo avevano dato. Solo uno, il giorno prima. Nessuno quel giorno. 

Non ci credetti. 

Annotai il nome del sedativo e lessi attentamente gli effetti collaterali. Corrispondevano. Così interpretai come una mera reazione farmacologica il suo sonno e le sue poche frasi non inerenti alla realtà. Frasi che non gli appartenevano, considerato che il senno non lo aveva perso un solo istante.

“Dai Modesta, aiutami a mettermi a letto”, aveva detto mentre era già a letto.

“Forza dai, che dobbiamo andare a casa”.

Del resto, allo zio di Gigi era accaduto così. Era un anziano ed era stato sedato per lunghe settimane senza che ve ne fosse davvero bisogno.

“I vecchi in ospedale li trattano così”, commentavamo tra noi.

A volte commettiamo l’errore di accumunare le cose. 

Pensiamo erroneamente che le morti possano assomigliarsi.

Ti hanno ricoverato nella notte tra il 27 e il 28 giugno, tra martedì e mercoledì.

Il venerdì mi telefonasti, di mattina.

“Mi hanno messo nel letto di contenzione”, dicesti. 

L’ultima telefonata invece me l’hai fatta il giorno della tua stessa morte: lunedì.

Mi hai chiamato verso le dieci, mentre ero nell’ufficio che si era offerto di aiutarmi nella ricerca della badante. Erano due anni che ci combattevo e risolsi di iscriverti ad un’associazione che mi avrebbe reso la vita più semplice.

Il mio telefono squillò: eri tu.

“Modesta io qua non ci voglio più stare”, disse la tua voce dall’altro capo del filo. “Voglio tornare a casa, oggi. Ora”. 

La tua voce, che nei giorni precedenti era peggiorata, rendendo difficile comprendere cosa tu volessi dire, si era fatta d’improvviso chiara e imperiosa. 

“Voglio tornare a casa. Ora!”, ripetesti, mentre di fronte a me l’impiegata stava per presentarmi la terza candidata.

“Certo, babbo, stiamo facendo il possibile. Il tempo di trovare una badante, l’ossigeno, le medicine e ti veniamo a prendere”.

“Ora!”, ordinasti. 

Del nostro trapasso dunque ci possiamo accorgere? Sentiamo quando arriva il momento? Riusciamo a rimandarlo di qualche ora? Ci è dato un margine di scelta?

Ho compreso dopo, che in quella telefonata tu già presagivi della tua fine e manifestavi il desiderio prepotente e lucido di morire nella tua adorata casa, che chiamavi l’anticamera del paradiso.

Ma io non lo sapevo, così ho continuato con le commissioni necessarie a garantirti una buona degenza tra le mura del tuo appartamento, non appena fossimo riusciti a sistemare ogni cosa. Ho portato da mamma una badante che, nel pomeriggio, mi ha sgridata e si è offesa perché mi ero fatta sentire con venti minuti di ritardo. Ne ho trovata urgentemente un’altra. Abbiamo trafficato senza sosta tutto il giorno e siamo riusciti a riportarti a casa che non era ancora buio.

Rivedo me e mamma sul balcone ad aspettare la tua ambulanza che tarda.

Zia Emma che la scorge in lontananza e se ne va.

Rivedo l’atmosfera laboriosa e serena di chi sta vivendo il capitolo di una storia, che crede sia ancora lunga. 

Quel giorno avemmo la certezza di essere diventati un team perfetto. Uno in ospedale, uno in farmacia, uno da mamma, uno da babbo. Eravamo svelti ed efficaci: bravissimi. “È molto diverso dalla prima dimissione, hai visto? Abbiamo fatto tutto in fretta e bene. Ci siamo specializzati finalmente. Diventiamo sempre più ferrati nell’assistenza”.

Quello stesso lunedì mattina della sua morte, dopo avere lasciato l’associazione in cui stavo cercando una badante, ero andata da mamma. E in seguito ero andata a fare la spesa. Da lì avevo chiamato un amico che faceva il medico proprio nel reparto in cui eri ricoverato tu.

Cercò di allarmarmi riguardo le tue condizioni di salute.

“Tuo padre sta per prendere una brutta china. Si è instradato in una brutta via”.

“Che significa?”.

“Significa che sta male. Molto male”.

“Ma in che senso male?”.

“Non lo vedo bene. Ha preso una brutta via”.

“Ma vuoi dire che sta morendo?”.

“Si. Voglio dire questo”.

“Naaaaa…”, pensai.

Chiusi il telefono certa che si stava sbagliando. Non conosceva mio padre. Non sapeva che lui aveva “la strategia” per sopravvivere all’ospedale. Consisteva in un sonno continuo che “annullandolo” (come lui stesso raccontava) lo aiutava ad andare avanti, a resistere.

Nel male era stato fortissimo, un leone, uno che combatte e risorge da tutte le burrasche.

“Sono l’ultimo di dieci figli!”, diceva. “A me non mi ha mai pensato nessuno: solo botte ho avuto dalla vita! Dall…dall a Tonino!”. 

Il segreto era tutto qui, in questo concetto sulla Resistenza che ripeteva di frequente, soprattutto quando invitava i miei figli a diventare più forti, iniziando dal mangiare quello che capitava, ad esempio.

Chiusi il telefono sicura che il medico non capiva. 

Cosa ne sapeva lui di cosa eri capace tu?

Poi finalmente dal balcone vidi arrivare l’ambulanza. Era una splendida serata di luglio, con le sue tipiche giornate interminabili e calde.

Il fermento nella tua strada era lo stesso di sempre e l’auto su cui eri, avanzava molto lentamente, a causa del traffico. 

Seguii il percorso dell’ambulanza, fino a quando si fermò sotto casa.

Qualcuno dal basso mi fece cenno di aprire rapidamente il portone, così rientrai per raggiungere il citofono e non conservo memoria di te che vieni trasportato dentro.

Aspettai dietro l’ascensore e qui si, qui ti ricordo.

Aprii la porta e ti vidi, in quella barella che era diventata una sedia e tu ci stavi accartocciato dentro, malandato e magro, da qualche parte di te felice di essere arrivato.

Tenni la porta aperta per facilitarti l’ingresso e, una volta in camera, la sedia divenne di nuovo una barella; gli uomini presero i lembi del lenzuolo per metterti a letto. Fu la donna rumena che era arrivata qualche minuto prima ad aiutare. Ci conoscevamo da un attimo, eppure capì molte cose e ci fu di grande aiuto.

Dopo poco pagammo e i due uomini forti, che ti avevano condotto in casa, andarono via.

Dopo averti messo nel tuo letto, ci sembrò di avere fatto tutto il necessario.

Sistemammo l’ossigeno, che oggi guarderei con sospetto ma che allora mi sembrò un ausilio innocuo, alla pari di un comune analgesico. Non so perché: forse in confronto agli arnesi che ti avevano messo addosso anni prima, l’ossigeno era davvero poca cosa.

Una volta nel tuo letto, tu dicesti qualcosa riferendoti a “…un amico mio”. Non capimmo con chi ce l’avevi, ma sorridemmo contenti.

Poi la badante Lily ti cambiò e io uscii dalla stanza.

Ti guardavo da fuori, qualche passo più in là.

Ricordo Gigi al tuo fianco che traffica con l’ossigeno e tu, girato di lato, che ti fai lavare come fossi un bambino.

Non sei più l’uomo di un tempo. Sei solo un malato che ha bisogno di aiuto, non più il mio babbo forte e irascibile che mi faceva tanto arrabbiare.

Poi ti rimisero il pigiama e noi rientrammo.

Parlavi. Dicesti un paio di cose.

Ci sedemmo tutti al tuo fianco. 

Eravamo tranquilli, con gli animi sereni, felici di aver realizzato il tuo desiderio di rientrare a casa.

D’un tratto apristi gli occhi, guardando verso di noi.

Le tue braccia si mossero in un atteggiamento deciso che conoscevamo alla perfezione, e i tuoi pollici toccarono gli indici, con i palmi delle mani aperte, per mettere le cose bene in chiaro.

“Io, voglio essere libero!”, esclamasti risoluto e un po’ arrabbiato, scandendo bene le sillabe. Che nessuno ti facesse mai più trovare in una situazione che non avevi scelto personalmente. 

Credo ti riferissi all’ospedale, in cui pure eri andato di tua volontà, senza consultare nessuno, come sempre. Forse pensavi alle ore che avevi dovuto aspettare perché fosse tutto a posto e arrivasse l’ambulanza.

Fu così buffa quella frase, forte e decisa, che veniva fuori dal tuo corpo indebolito, che scoppiamo tutti a ridere.

“E chi ti tocca babbo! Sei tanto libero! Sei sempre stato libero e lo sarai sempre, non ti preoccupare” gli risposi ridendo. 

Ero felice che stesse meglio e che si sentisse fuori da quel letto d’ospedale che aveva preso a chiamare “di contenzione”.

Ma era tardi ed era ora di andare.

I figli aspettavano per la cena ed erano stati soli in casa tutto il giorno.

“Io vado, mamma. Ci vediamo domattina. Ciao babbo, ci vediamo domani, dormi bene”.

Del ritorno a casa ricordo la mia bicicletta che corre spedita e l’aria della sera che profuma di buono.

Vado. 

E quanto più mi avvicino al mio appartamento, tanto più spingo forte sui pedali.

Inizio a ripensare all’andatura della giovinezza e voglio vedere se ne sono ancora capace. 

I piedi giù, il sedere in alto lontano dal sellino, le ginocchia che salgono e scendono: ce la faccio ancora ad andare veloce. 

Sono capace, sono giovane, sono felice. 

Gigi mi segue con la sua auto e in poco tempo lo semino.

All’altezza di via Selicato lo scorgo di nuovo alle mie spalle.

Il quartiere è pieno di alberi e quella sera sembrò profumassero tutti.

“Che strano, mi sento felice!”.

Apro il cancello del giardino per riporvi dentro la bici. 

“Mi sento bene”, il respiro un po’ affannato dopo la corsa.

“Non so da quanto tempo è che non mi sento così. Sono sempre tesa, angosciata, stasera invece… stasera sto bene. Boh!! Forse perché siamo riusciti a fare tutto quello che ci eravamo proposti? Lo abbiamo portato a casa, trovato la badante, sistemato l’ossigeno. Siamo stati bravi, forse è per questo? Che dici? Forse è perché abbiamo fatto tutto bene che mi sento così?”.

Ricordo le mie mani che trafficano con il lucchetto e Gigi che mi guarda e non risponde.

Ricordo il benessere inaspettato che mi riempie interamente il cuore e la gioia di respirare tutta l’aria di quella bellissima notte d’inizio estate.

Quella corsa verso casa è un ricordo chiaro.

La gioia, il benessere, la pace che immotivatamente vengono a visitarmi.

Il profumo della sera, i colori e gli odori che riconosco, e che so attribuire a ogni mese dell’anno. Quel cielo pugliese che amo più di molte cose che mi appartengono e che posso toccare.

Io che pedalo e lui che si aggrava.

Io che sono felice e la sua anima che intravede la Luce.

Lui che si prepara a lasciare il mondo e io che divento libera, leggera, gioiosa, contenta.

Il cuore colmo di un bene incomprensibile di cui non trovo l’origine. Un bene che si fa largo in me e per me, nonostante la mia lunga giornata difficile.

È da quella sera che non respiro quel tipo di gioia.

Una felicità invisibile e improvvisa, eppure concreta, palpabile, viva, profonda. Una letizia che schiude i sensi e mi fa godere di ogni dettaglio: il verde delle foglie, il cielo con le stelle, il profumo degli alberi, il silenzio delle strade, il suono perfetto delle mie ruote che solcano l’asfalto, il mio corpo che non trattiene l’urgenza di correre e arrivare, seminando tutti, come in ascolto di un segreto. 

La casa, la strada, i figli, i genitori al sicuro.

Sono felice.

Mi sbaglio?

L’arrivo a casa è dei più normali.

I ragazzi che hanno fame, io che metto tavola, noi che ci sediamo e il telefono che squilla tre volte.

La prima.

“Tuo padre si è tolto la flebo e si è gonfiato il braccio”.

La seconda.

 “Vieni che tuo padre se ne va”.

“Cosa?”.

“Vieni, se fai presto ce la fai a salutarlo”.

“Ma che dici?”.

“Se ne va. Vieni, corri che lo saluti”.

Riferisco e guardo Gigi.

“Ma questa che dice? Capisce secondo te?”

“Si, capisce. Andiamo”.

Come se fosse un giorno normale, nei due minuti che precedono l’uscita, borbotto perché nessuno sparecchia.

In auto di nuovo il telefono.

La terza.

“Inutile che corri. Tuo padre se n’è andato. È morto”.

Quando diceva di voler essere libero, forse si riferiva a questo. 

17

Le ore immediatamente successive alla sua morte ho dormito con lei. Ho trascorso la notte nel suo letto, chiudendo la porta di lui, perché la badante Lily ne aveva paura. Io no. Io non avevo timore del corpo di mio padre steso in un letto in cui lo avevo visto riposare per anni.

Mamma respirava rumorosamente, come al solito, e io, nella mia insonnia, mi muovevo piano, facendo il possibile per non svegliarla.

Col giorno nuovo sono andata a casa, il tempo necessario a una doccia, e sono rientrata. 

Alle sette di mattina, sotto al portone, c’erano già alcuni parenti: un paio di cugine.

Ho salutato veloce e sono salita, per stare accanto a lei in quel momento difficile.

Venti mesi prima, quando babbo era in ospedale in condizioni che i medici chiamavano terminali, lei raccontava che non avrebbe saputo sopravvivere alla visione della sua bara nella nostra casa.

Ce n’era già stata una di bara, cinquant’anni prima, quella di suo suocero, che aveva esalato l’ultimo respiro nella nostra vecchia cara via Perrone.

Venti mesi prima, quando babbo era in ospedale, in condizioni che i medici chiamavano terminali, lei me lo aveva anche indicato il punto in cui avevano messo il suo feretro, e mi aveva detto che, allora, aveva saputo dimenticarla una scena così. Cinquant’anni prima era giovane e splendida e volava nelle vie della città. Ma ora no. Ora che la sua potenza era esigua e limitata, quella stessa scena non avrebbe saputo sostenerla. 

“Come potrei scordare mio marito che muore qui, nella casa in cui poi io dovrei continuare a vivere?”, disse. “A cosa potrei fare ricorso per dimenticare?”.

A pensarci ora, le verità le aveva riferite tutte.

Lo aveva già detto che non ce l’avrebbe fatta.

Con l’arrivo degli uomini delle pompe funebri, la nostra casa in pochi istanti mutò aspetto, e in un certo senso si neutralizzò.

Ci furono le luci più forti, i condizionatori accesi al massimo per riuscire ad arrivare all’ora del funerale, senza che quell’insopportabile caldo estivo guastasse anzitempo il suo corpo, e ci furono quei grandi lenzuoli bianchi stesi con cura a coprire ogni specchio nella sala da pranzo in cui era stata riposta la sua bara. Fu un fatto che non conoscevo e che colpì la mia attenzione. Gli specchi andavano dunque coperti di fronte alla morte, forse ad impedire che il dolore vedesse sé stesso, si moltiplicasse, mettesse radici in uno spazio che voleva restare sereno. 

Non guardare, non riflettere, non duplicare, concentrarsi su una morte alla volta. Di fronte all’eterno dobbiamo restare poveri e decentrati, impediti nella contemplazione narcisistica di noi stessi e di ciò che è stato. 

Privare della sua funzione lo specchio è una scaramanzia, un bisogno, la consacrazione di un tabù, è il dovere di guardare poco alla volta, guardare solo al vero e a ciò che accade. C’entra anche qui Perseo e il potere pietrificante della Medusa Gorgone? Era il corpo di mio padre la Medusa che avrebbe potuto pietrificarci? Andava coperto il suo riflesso. Avevano ragione?

Ma cosa copriamo davvero e innanzitutto? 

La nostra casa, in poco tempo, si lasciò alle spalle le brume della notte, trasformandosi in un luogo diverso, direi bello, se non temessi di insultare il dolore. 

Ci fu un andirivieni continuo di parenti, amici, condòmini, commercianti che lavoravano da decenni nella stessa strada in cui i miei avevano vissuto. La stessa per oltre cinquant’anni, senza che nulla si muovesse di una virgola, così come era stato per la loro vita semplice, che aveva conosciuto pochissimi luoghi del mondo oltre i loro di residenza, e qualche dintorno.

Oltre al dolore prese posto l’affetto, grande e minuscolo, l’amicizia, il rispetto, il ricordo, e anche un poco di allegria. Molti parlavano di lui come di un uomo di abbondante tempra, un leone nel fronteggiare il male. Qualche amica sorrideva descrivendo quella volta in cui, quindicenni, lui ci aveva fatto ridere con l’una o l’altra cosa. Altri raccontavano di averlo incontrato in strada, quando ancora usciva con la sua sedia a rotelle. Lui aveva detto una battuta, dato un consiglio, lasciato tutti di stucco. Possibile che avesse voglia di scherzare più di loro, che stavano bene, un uomo che versava in quelle condizioni lì? Possibile, che si entusiasmasse per cose così minuscole?

Mamma sedeva ora nella sua cucina sulla poltrona verde, ora sul divano grande, a pochi passi da lui. Sedeva e ci guardava tutti. Sembrava non aspettarsela una partecipazione così, ed era contenta.

Qualcuno portò del cibo e lei mangiò qualcosa, bevendo quella coca cola che per tutta l’infanzia mi era stata inibita, e che lei, una volta abbandonata ogni regola educativa, sembrava di gran lunga preferire all’acqua, rivelando la sua parte bambina che aveva sempre tenuto mortificata in un angolo.

Anche babbo era diventato più bello qualche ora dopo che il suo cuore aveva cessato di battere. Gli abiti ben coprivano la magrezza eccessiva, ed anche il volto aveva perso la maschera di dolore con cui lo avevo visto rientrare in casa con l’ambulanza, mentre lo aspettavo dietro la porta dell’ascensore. 

La morte gli aveva restituito dignità e rispetto. 

Non sembrava per nulla un vecchio malato da tempo. Anzi. Era così bello che la sua unica sorella, superstite tra dieci figli, arrivata da Bari per l’ultimo saluto, non smetteva di accarezzarlo, ripetendo che non poteva essersene andato per davvero, un uomo con quell’aspetto lì.

In quella casa, nei metri quadri in cui lui aveva vissuto e che aveva amato così tanto da rinunciare a molte cose, pur di restare sempre incollato alla sua poltrona verde, decine e decine di persone lo salutavano. Sarebbe stato davvero fiero se ci avesse potuto vedere.

I miei figli sarebbero dovuti venire, per comprendere che oltre alla morte ed al suo inevitabile dolore, ci sono anche gli amici di una vita, c’è il passato remoto che ritorna e sorride, felice di sé stesso e di ciò che è stato. È uno dei pochi giorni in cui si combatte contro il buio, che a breve inghiottirà le persone ed ogni cosa. 

Il giorno della morte, intorno al genitore che ci lascia, c’è il sostegno dei cari, una nuova simpatia che non vedeva l’ora di dichiararsi, c’è la gratitudine per un gesto ricevuto, la gratuità di nuovi gesti. C’è una porzione di giovinezza che sventola come una bandiera, e le risa di noi bambine del palazzo che ci inseguiamo nelle stanze e litighiamo mentre ci chiudiamo in faccia il telefono. 

C’eravamo io e le mie compagne di giochi che sedevamo nella scalinata, perché le mamme stavano pulendo e negli appartamenti non ci potevamo stare. C’eravamo sempre noi che inventavamo bande di cui stabilivamo minuziosamente nomi e gerarchie, e progetti che perdevamo pomeriggi interi ad inventare. C’erano piani che si disfacevano e nuovi giochi che prendevano forma. C’erano le mie feste di compleanno, celebrate proprio lì, in quella stessa sala da pranzo in cui ora eravamo riuniti in tanti. I piatti del servizio buono, i bicchieri di cristallo, le mamme eleganti in nero, con i capelli fatti e le collane di perle, i volti felici mentre si occupano di noi. 

C’era tutta la nostra infanzia che ormai aveva facce nuove, dialoghi differenti e posizioni sociali che si erano infilate in mezzo a modificare chi eravamo. C’era il portone che bruciava e babbo che per primo dava il suo allarme nella notte, e noi bambini che ridevamo come matti scendendo e salendo per vedere il volto e le mani che diventavano color fuliggine. 

C’erano i fili comunicanti fatti di raffia, che avevamo inventato per dirci la nostra, litigare e confidare segreti ad ogni orario, con bigliettini di carta fermati dalle mollette che salivano a scendevano verso i differenti indirizzi. Il balcone di fronte di Francesca, quello a destra di Roberta e Sandra, quello più alto di Anna Maria, e l’ultimo, verticale, con Maria Antonietta e Lucio. 

C’era la campana, i pattini, i riti scaramantici con le dita incrociate per far cadere l’avversario. C’erano fiori così belli che li avevamo chiamati “di Cristo”, nel verde che circondava la pompa di benzina. C’era il palazzo decadente su cui oggi sorge il banco di Napoli, che per noi era la Casa delle streghe ed era una grande prova di coraggio spingersi dentro o giocare a palla muro sui suoi tramezzi. C’erano i giardini dell’industriale che erano ancora una campagna, che i maschietti avevano da tempo battezzato Il Fortino: luogo pericolosissimo e impervio a cui noi femminucce era impedito l’accesso. E c’era la Girata, dove oggi hanno aperto la Dok, punto massimo in cui potevamo spingerci, sfuggendo all’occhio vigile delle mamme che ci scrutavano dai balconi. 

C’erano le biciclette, le prime domeniche di Austerity in cui via Bari era meravigliosamente solo nostra, e potevamo correre velocissime su quell’asfalto fatto di fresco, ripetendo strofe di Tony Santagata, che di quell’inquinamento lì, aveva saputo intercettare il senso ironico, con la proposta di un simpatico motivetto che ci piaceva tanto canticchiare.

E poi c’erano le feste del ginnasio, le sedie ai lati della stanza, mamma con un vestito verde e i miei compagni di scuola che fanno continuamente finta di avere fame e sete, per andare da lei e ripetere poi all’infinito quanto è bella.

C’erano le canzoni di Mina e dei Cugini di Campagna che ci apparivano sconce e proibite, come l’apertura di un varco nuovo verso un mondo adulto, sconveniente e osceno. E c’era l’allarme dell’auto dei Maestri che facevamo scattare quando, per scherzo, sedevamo di scatto sul cofano. C’erano i quattro cantoni giocati nel garage di Salvatore, che già allora ci cacciava. E c’era il Tempo, tantissimo lungo e meraviglioso Tempo, vissuto tutti insieme, talvolta vestiti uguali, perché le mamme avevano trovato un negozio nuovo o un affare.

In quelle ore di lutto, in quella sala da pranzo, in quel palazzo e in quella via Emilio Perrone, il nostro giocoso Tempo e il suo passato, prossimo e remoto, ricomparvero del tutto. E tutto insieme. Il passato fece capolino, restituendo amplificate condivisioni e affetti, semi buoni che erano cresciuti bene, e sapevano raccontare chi eravamo stati: una famiglia aperta e resistente agli urti della vita, che sapeva farsi amare. Qualcuno su cui contare, che invece che allo specchio, preferiva guardarsi intorno. 

Molti, in seguito, mi domandarono cosa avesse compreso mamma di quella lunga e infelice giornata. Lei, col suo volto quieto e sorridente, intento ad ascoltare chi le sedeva accanto e raccontava cose della vita fuori che a lei, ormai, era preclusa.

Forse per altri, quel suo volto quieto e sorridente, si era tradotto in una parziale inconsapevolezza degli eventi. 

Deve essere sembrata stordita, distante, sottratta da quella vigilanza che le avrebbe permesso di abbracciare tutto per intero un fatto così grande.

A me no.

Io sapevo che lei presagiva da tempo, e che questa scena se l’era già figurata moltissime volte, nei suoi incubi e nella realtà.

“Io non mi illudo. Questa malattia non perdona”, mi ripeteva spesso, lei che aveva assistito fino all’ultimo respiro tutti i familiari che glielo avevano consentito. Lei che conosceva l’atmosfera, i gesti e le parole necessarie alle ultime ore. “Cosa dicono i medici? A che punto è la malattia di babbo?”.

Anche babbo, un paio di volte, mi aveva riferito un sogno della sua casa piena di gente e di lui che, incomprensibilmente senza voce, non riesce a rispondere ai saluti.

Era proprio quella sala da pranzo, con la bara al centro, la stanza che lui sognava? 

La gente numerosa, il commiato, la sua impossibilità a partecipare ad una celebrazione che, se fosse stato ancora vivo, lo avrebbe appagato per settimane, lui cosi desideroso di ricevere visite e sentire a lungo parlare di sé.

Anche mamma lo aveva immaginato molte volte. Lei sapeva e capiva. Era proprio in visione di questa comprensione, che aveva attivato, già molto prima di noi, una strategia difensiva che le consentiva di risiedere altrove, in un luogo intorpidito e sonnacchioso, in cui il Vero giungeva senza suoni.

Nei giorni successivi a quello, non smise di parlare di quanto era stato bello il funerale. 

Mi pareva talmente assurda questa piccola contentezza.

Dopo cinquanta giorni, invece, la stessa frase la ripetevo io, quando domandavo a Gigi se anche il suo, di funerale, non fosse stato bellissimo, con tutta quella gente intorno, quei baci e gli abbracci, e la sua foto serena che mi sorride dalla bara, a pochi centimetri da me.

La sua foto che disturbava i miei pensieri tristi e mi strappava sorrisi, dicendomi di non piangere, perché lei, con me, ci sarebbe stata lo stesso. E la vita non avrebbe smesso di essere meravigliosa e interessante.

In seguito, ci fu la chiusura della bara, la bara che scende, io che volo giù veloce. Mamma che per arrivare in chiesa siede nel carro funebre, perché i suoi passi lenti avrebbero richiesto troppo tempo, mentre la gente e la strada, in cui erano state fermate le auto, non potevano aspettare.

Nello spiazzo di quella parrocchia dell’Immacolata, in cui lei, da Ministro della fede, aveva dato la comunione, pregato intensamente per noi e la nostra pace, e costruito una piccola rete di relazioni sociali che avrebbe dovuto sostituire la sua vita felice di Manfredonia, io l’aspettavo. Le presi il braccio e lentamente la portai su.

La lasciai seduta al banco di un parente, perché era il più vicino, e il suo corpo stanco preferiva fermarsi al più presto.

Io ero a pochi metri da lei, e di quella funzione non compresi nulla.

Dondolavo piano con le braccia incrociate come a tenere fermo lo stomaco. E dopo, quando tutto finì, la ripresi sottobraccio, per portarla fuori e poi in auto, mentre in fila, accompagnavamo babbo verso il cimitero.

Il cerchio magico degli amici e dei parenti, subito dopo la funzione, si allontanò già di alcuni metri. Una sottrazione di affetto e di sguardo che, per contrasto e lasciandoci sole, illuminò con maggior forza il focus stesso del dolore.

Il pomeriggio estivo finiva, e di quelle liti infantili nei corridoi delle case, di quelle voci bambine, delle telefonate segrete, degli abbracci, gli amori e le feste di compleanno, non udii più nulla. Ogni cosa tacque.  Il passato, prossimo e remoto, smise di parlare di sé.

Ma non fu per sempre. Quel tempo rumoroso e vitale, pieno di pensieri astrusi, ripiegamenti e speranze, ritorna a farsi sentire ogni volta che vado lì, in quei 120 metri quadri vissuti insieme. Noi, le signore di sopra, le amiche, le zie e compagni per cui talvolta perdevamo la testa.

Ritorna mamma che si appoggia allo stipite dell’ingresso per salutarci quando andiamo via, in attesa di un bacio; ritorna babbo che si rianima al nostro arrivo e io che siedo sulla sedia marrone, sapendo che dovrò ascoltarlo per ore; ritornano le angosce e le tristezze, mamma che guarda fuori e vorrebbe tornare indietro per vivere di nuovo e diversamente, mamma che poi desidera la morte e mi fulmina con gli occhi quando le dico che deve smettere di fumare, se ha voglia di vedere i suoi nipoti crescere.

Ritorna l’infanzia, l’adolescenza, l’età matura e la vecchiaia, la malattia ed il dolore, le nuove nascite e le morti. La radiolina accesa all’ora del pranzo e babbo, arrabbiato, che non vuole essere disturbato mentre riposa. Mamma che serve a tavola e le sue mani che accarezzano le nostre, i suoi occhi adoranti sui bambini, e quel punto perfetto e centrale di equilibrio tra le cose della vita che lei riconosce ad ogni primo sguardo.

Le mie in via Perrone, ora, sono visite che possono durare solo minuti. L’accesso al dolore ed al mistero, della vita e della morte, mi chiamano così forte che rischierei a restarci oltre.

Eppure, sono stati così buoni. Non è dei loro volti. Né dei miei ricordi. E allora di cosa, davvero, abbiamo paura?

18 

Io sono la bambina con gli occhi grandi e i capelli corti. 

Io cerco di strapparmi via la gonna e le calze, perché pizzicano.

Io cerco il tuo consenso, ti guardo fisso. 

Tu mi osservi ma sei irremovibile, serena.

Devo essere ben vestita nelle occasioni importanti.

Una mamma e la sua bambina in chiesa. 

Vedo noi.

Io sono la mamma.

Io sono la bambina.

Io sono la cecità. 

Io sono la veggenza.

Io sono lo sguardo che si allontana dal mondo e scruta l’orizzonte infinito.

Io sono l’attimo immenso in cui trovo te. 

Io sono la ragione che mi spacca il cuore.

Ti trovo in ogni preghiera, in ogni canto, in alcuni volti e in molti luoghi. 

Tu mi dici: “Non piangere dai. Stai tranquilla. Sono proprio qui accanto a te. Mi senti?”.

Io sono gli abbracci di mio figlio che ti assomiglia e ha il cuore grande come il tuo.

Io sono qui e tu sei qui, accanto a me.

Io sono il vuoto di quando i parenti se ne vanno.

Io sono ciò che vedo accanto alla zia che era come una sorella.

Oggi con noi c’eri anche tu.

Io stasera in chiesa ci ho visto.

Ho visto noi.

Quella bambina e la sua mamma.

Il loro incroci di sguardi dal piccolo al grande.

Ho visto noi e ho visto la vita. Ho compreso la morte.

Ho visto noi e la nostra storia, il nostro amore.

Vorrei abbracciarti ancora e tenetti stretta, ma non troppo sennò perdi l’equilibrio.

Oggi mancavi tu. 

Se ci fossi stata ci sarebbe stato tutto. Il mondo sarebbe stato perfetto. Come quando eravamo cinque.

Il mio universo in pochi metri quadri.

Il mio cuore tutto stretto intorno a me.

Ora la mia mente si srotola e arrivano gli anni precedenti a questi.

Ti vedo che mi guardi e stai tranquilla.

Sono fortunata ad averti avuta.

La tua anima si è solo trasferita in me.

Ti voglio un bene immenso mamma. 

Guardami ancora e sempre. 

In ogni altare ti trovo e in molti luoghi, in molti volti.

Io guardo da lontano e da vicino.

E il dolore guarda me ogni giorno. 

Da lontano e da vicino. Devo solo interpretarlo e dargli un nome.

19

Sono sempre quella bambina. Quella che veniva sgridata e su cui ricadeva la colpa.

Non sostengo gli sguardi, la fiducia, la stima.

Farò pasticci. Il suo sguardo finale non cessa di inseguirmi. Mi abita saldamente.

Non ce l’hai fatta da sola, mamma, a farmi sentire migliore.

Servono due a costruire il mondo. Servono due, che comunque sbagliano. Lo so adesso che sono mamma e che ogni notte mi addormento giurando che domani sarò migliore, che ce la farò ad usare parole nuove ed infondere fiducia. 

Invece cado ancora e ancora.

La madre modella, costruisce, devasta, innalza.

Vanno moltiplicati gli sguardi. Due non bastano. E due, da soli, sono troppi. Occorre aprire le finestre, liberare i sentimenti, diventare politica. E comunque non basterà.

La mamma incarna una porzione di eterno, che sopravviverà fino a quando gli ultimi non l’avranno scordata. Poi il buio inghiottirà ogni cosa, come accade con le vecchie foto che diventano carta straccia. 

La parola può dare tempo e corpo.

20

In seguito, è finito tutto. Ho smesso di sentirvi. È successo velocemente, come se il tempo avesse subito una brusca accelerazione.

A cinque mesi dalla morte di lui, e tre dalla morte di lei, la mia vita interiore si è congelata, e io non ho cercato pretesti per rimetterla in vita.

Mi sono sentita cattiva, così talvolta ho rimestato nel dolore, l’ho cercato, ma non l’ho fatto veramente, tanto che voi due, insieme ad una parte del mio cuore, siete rimasti addormentati, sepolti. Perché la parola seppellire non ha a che fare solo con il corpo, ma anche con la necessità prepotente di mettere tutto da parte, scordare, prendere aria buona e nuova per tenersi in equilibrio.

Il mio dinamismo interiore si è involuto, ha fatto dei passi all’indietro, come se quello dello stare fermo fosse solo un’apparenza, poiché ciò che accadeva, in realtà, era un progressivo lavorio di demolizione di tutta quella che era la mia conoscenza, passata e presente. 

Ho dimenticato gli autori dei libri che ho letto, i titoli dei film, i nomi della gente che parlava, le frasi che mi venivano dette. Mi sono persa nelle strade, incapace di ricordare le vie che succedevano a quella che stavo percorrendo. Non ho saputo collegare il territorio in cui vivo, ancor più di quanto mi capiti abitualmente. Ed ho confuso orari, dati, mettendo da parte la vita e le sue battaglie, le conquiste, i risultati.

Forse l’ho fatto per assomigliarti, per stare nella tua scia, in quello che eri stata negli ultimi tempi.

Ho smesso di partecipare, accogliendo con sollievo quella incrementata inabilità sociale che fino a poco prima, mi faceva tanto soffrire.

È un’inettitudine che mi sono sentita e mi sento addosso e che mi tiene al riparo, perché la vita e la morte non sono poi così incompatibili tra loro, a ben guardare. Basta scegliere e si può stare in entrambe. La morte è dolce, è armistizio, ninna nanna, riposo.

Chi sono io? Nessuno. 

Continuo a rispondermi e mi sento serena. La vita, a dirla tutta, non mi interessa.

Dicono che con voi due non ci vedremo più. Ma io chiudo gli occhi e vi vedo, così non conta. Non credo a queste banalità.

Il portàle che conduce a dimensioni inesplorate, si apre solo dietro grossa infusione di energia. Io non ne ho. Ho una solida rinuncia che mi fa guardare a distanza. E ho confidenza col portàle. Ci danzo intorno. Ci sbircio dentro. Mi piace. Voglio restarci nei pressi.

In fondo, molto lontano, c’è la vita, con il suo fuoco e il suo livore, le sue amarezze, i suoi muscoli, il saperci fare, il volerlo fare, la propaganda che sostituisce la comunicazione, l’immedesimazione, l’empatia, la gente che mi manca, le amicizie, un luogo da occupare, lo stare ai margini, il silenzio della mia casa al pomeriggio, la cena da preparare, i ragazzi da accompagnare, la luce che illumina il giardino, il disordine che mi rende nervosa.

Io abito altrove, cerco di farlo, manca poco perché sia tutto finito anche per me, non servono la lotta e i passi in avanti.

Riguardo al Tempo, ai giorni ed alle ore, che scortano i mesi che seguono i lutti, c’è qualcosa da dire.

Il Tempo è una protezione, una sponda che impedisce la caduta. E il Tempo altera la sua natura e la percezione di sé stesso, che fornisce alla nostra mente.

Dopo un solo giorno dalla morte di babbo, mi sembrava trascorso un intero anno. E oggi, dopo cinque mesi, al contrario, avverto lo stesso stupore che avrebbe caratterizzato il giorno successivo alla scomparsa.

È un ondeggiare misterioso nella percezione delle cose, che gradualmente toglie strati alla verità, fino a che essa non rimanga nuda, assoluta e sola. Un dato di fatto imprescindibile, che deve attraversare tutte le cellule della nostra coscienza, pancia e razionalità, per farsi totale.

È per questo che la morte non può essere un tabù solitario. La morte va vissuta insieme, condivisa, c’è bisogno di chi, insieme a noi, ne porti ogni giorno un pezzettino. Io se non avessi avuto quest’amore e questa apertura, per me rappresentata dalla scrittura, avrei fatto fatica a rialzarmi.

Ho cominciato a scrivere perché dapprima, non avrei voluto parlare d’altro.

Avrei voluto che fossero per sempre i primi giorni, quando la gente ti abbraccia e ti chiede, ti chiama, e tu ti sfinisci tra spiegazioni e saluti, cronaca calda dei fatti.

Ma basta poco perché questo cerchio magico si allontani, indietreggi, ognuno nei pressi della sua stessa vita.

Ho cominciato a scrivere per non diventare noiosa, per smettere di parlarne, di cercare interlocutori, orecchie disposte ad ascoltare. Scrivo per custodire per me sola un luogo magico, in cui ripensare, elaborare, raccontare mille volte tutto quello che è accaduto.

Il dovere di ragionare e quello di scordare si alternano di continuo, e più passano i giorni meno di scrivere sento il bisogno. Ma è un modo per osservarvi di nuovo, immortalare gli istanti, riguardare alla nostra vita nei 120 metri quadri della nostra casa.

Il Tempo mi ha aiutato e mi aiuta.

Anche ora. Anche per altro.

Riapro gli occhi dopo il sonno e mi sembra di non riconoscere i luoghi della mia casa. Un affanno solleva la mia pancia e il mio petto. Mi abita. Si fa esso stesso respiro.

Metto i piedi a terra, muovo dei passi, guardo le lancette che rimettono in ordine il mio mondo, il paesaggio che mi circonda.

Il Tempo è necessario per sfuggire ai piccoli baratri quotidiani. Sono le cinque di pomeriggio, le sei di mattina, le tre di notte: scruto l’ora e mi calmo, tocco le cose, ritorno me stessa.

Il Tempo scorta il dolore, si muove diversamente, per venirci incontro e darci una mano. Allontana e avvicina i dolori, eppure lui sta sempre lì, per ricordarci chi siamo.

Il Tempo è un alleato, un amico.

Senza guardare le sue lancette, perderei l’orientamento e la sicurezza del mio istante sulla terra.

21

Guardo le tue foto ogni giorno, mamma, molte volte. Ma te ne sei andata. Torni solo di rado a dirmi qualcosa. Torni quando c’è un piccolo cuore che ti piace, torni con il tuo sorriso benevole e il tuo sguardo limpido. Torni quando i cori cantano in chiesa, e riempi i miei occhi di lacrime. Torni quando serve un consiglio e la tua voce parla al mio orecchio.

Sei tornata ieri, quando un ragazzino autistico sul palcoscenico di un teatro, non toglieva gli occhi di dosso al direttore d’orchestra, mentre le sue mani facevano dondolare l’archetto su un gigantesco contrabasso. Il ragazzino era impegnato e solerte ed è stato bravissimo. A cogliere le scintille di quel cuore puro e di quella buona volontà, ti sei messa accanto a me. Eravamo in due a guardarlo. 

Il sacro che sta nell’umanità più fragile è irresistibile per te, e quando la guardo tu torni, e io la guardo con te. La guardo per te. Siamo insieme. Lì c’è tutto quello che mi hai insegnato, ci sono tutti i semi gettati nel mio cuore, che talvolta crescono come arbusti, altre volte bruciano come erba secca. I tuoi frutti, la mia cenere, la tua cenere. Io che riduco me stessa e tu che metti il broncio. Giri il volto dall’altra parte quando mi trovi così. Non perdi tempo con i cattivi pensieri, non ci metti il lievito, aspetti che muoiano come campi senza pioggia.

Cosa diresti di me, ora?

Non serve la rinuncia. L’hai già fatta tu per tutti. E non vuoi essere un modello. 

Ma io invece sto bene così.

Cerco in ogni angolo il calore dello stesso tipo che mi hai dato tu. Quel calore che mi fa amare ogni finestra dietro cui ci sia una luce e una famiglia che si riunisce per le piccole e meravigliose cose quotidiane.La luce delle case sei tu, e quel piccolo minuscolo centro che continua ad essere la rotta del mio cuore.

Che diresti di me ora? Cosa diresti a me?

“Tu non sai di cosa parli? Guarda alla bellezza di tutto quello che hai! Ringrazia. Sei così fortunata. E Dio ti vuol bene. Non disprezzare i suoi doni”.

Torna a trovarmi amore. Cercherò i cuori migliori su cui posare gli occhi, per sentirti al mio fianco.