Lo scrittore Marsullo alla Ubik di Foggia

428
Lo scrittore Marco Marsullo con Chiara Gentile

Sembra proprio dedicato a sé stesso l’ultimo lavoro di Marco Marsullo, napoletano, classe 1985. Poiché in Niccolò, protagonista del suo ultimo romanzo “L’anno in cui imparai a leggere” (e uno dei padri a tempo determinato a cui è dedicato il libro), è davvero impossibile non riconoscere l’autore e la sua dichiarata voglia di avere un bambino. Giacché “non ci sono solo le donne, ma anche gli uomini che non vedono l’ora di prendersi cura di qualcuno”.

La libreria Ubik di Foggia lo ha ospitato nella serata di ieri 7 novembre. Ed è stato in quella sede che hanno preso vita e respiro dalle pagine del libro i protagonisti che Marsullo ha definito ragazzi, nonostante la considerevole differenza di età tra loro: Niccolò giovane scrittore disoccupato 25enne, in crisi dopo il successo del suo primo libro; Lorenzo, bambino di 4 anni temporaneamente distante dalla madre, e Andrèas, errabondo padre naturale, a casa del piccolo per una visita che da breve diventa lunghissima. E infine lei, la grande assente, Simona, la sola figura femminile che, per un centinaio di pagine, abdica al suo ruolo materno per inseguire sé stessa ed il suo sogno di fare l’attrice. «Credo nella quantità del tempo trascorso con i figli, e non nella qualità», racconta Marsullo. «Ma ugualmente non giudico il personaggio di Simona perché in ogni madre c’è una persona, con i propri sogni e le proprie speranze, una persona a volte giovane, come nel caso del mio testo, che non riesce ad aderire con costanza ai dettami sociali di accudimento materno. Ho scritto la prima pagina 7 anni fa», continua l’autore. «Ma ho aspettato a buttare giù il libro perché trattava una parte molto importante di me. Volevo raccontare il mondo dei bambini senza orpelli; un mondo complesso, difficile da ridurre nell’idea comune per cui tutto si capirà quando si sarà più grandi».

“L’anno in cui imparai a leggere” è un testo che esplora una modalità contemporanea e consapevole di essere maschi, impensabile solo qualche decennio fa, e che vede al centro uomini sentimentali e maldestri, che inciampano di continuo nei trabocchetti della vita. 

«Mi piaceva che i tre protagonisti fossero maschi alle prese con una convivenza fuori programma e la cura inaspettata di un bambino, senza averne la minima esperienza», spiega Marsullo. «In fondo sono tutti e tre figli abbandonati, che si trovano insieme in una sorta di strana famiglia. Mi è piaciuto metterli lì e fare in modo che se la dovessero cavare».

Le famiglie rappresentano una zona di interesse di Marsullo. «Famiglie che sono teatri pieni di voragini mascherate da prati fioriti, zone abitate da predatori invisibili, in cui si paga tutto, anche quello che non si fa». Spazi sociali collaudati e riconosciuti come fondanti, che sono oggi investiti da una vera e propria rivoluzione che ne trasforma i contorni, mantenendo intatto lo spessore sentimentale ed emotivo di aggregazioni umane che non sempre sanno riconoscersi in modelli precostituiti ed ereditati con una formula da mantenere intatta.

Quella di Marsullo è una scrittura facile e leggera, abitata da una costante profondità, come ha spiegato Chiara Gentile, moderatrice dell’incontro.

«Pur avendo solo 34 anni, ho già scritto diversi libri», ha concluso Marsullo. «Sono però particolarmente legato a questo, perché mi ha restituito quello stupore che era andato perso nel tempo, in una creatività che si era fatta lavoro, catena di montaggio».

Marsullo dedica il suo testo Einaudi a chi si è preso cura di bambini di altri, con il dolore di sapere che si tratterà di una esperienza a tempo determinato; ed anche a quelle coppie che fanno fatica ad avere figli, perché la paternità e la maternità sono doni meravigliosi, ma non sempre così scontati come appaiono.

L’incontro si è concluso con una riflessione di Chiara Gentile sull’impunità della famiglia tradizionale, al cui interno raramente si getta uno sguardo vigile. Una riflessione che ha esplicitato la posizione dell’autore sulle coppie di fatto e ha fatto tornare alla mente la scena finale del film “La bestia nel cuore” della Comencini, quando un’infermiera impedisce ad un amico di famiglia di prendere in braccio un bambino appena nato, con la scusante normativa che “Solo i genitori possono toccare i figli”. E lo fa dopo che sullo schermo è stata appena narrata una storia di abusi e violenze paterne con il complice silenzio materno.

Nel film, dunque, una disposizione legale che si fa sentenza e che illumina di una luce sinistra quelle famiglie tradizionali sulla cui impunità ha riferito la Gentile.

Mentre i tre protagonisti dello scrittore Marsullo, in una paternità per caso e in una convivenza involontaria, trovano il modo per diventare adulti e persone migliori. Perché un succedaneo prezioso di famiglia può essere anche un solo anno insieme, che modifica per sempre le vite di chi lo attraversa tenendosi per mano. E nel farlo si fa sostegno senza giudizio ad una giovane madre alla ricerca della propria strada.