Dalla strada allo studio. Il successo mainstream di Pio e Amedeo

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Ci si sente fuori luogo nel recensire la prima puntata di “Felicissima sera”, il nuovo prodotto di Canale 5 con Pio e Amedeo. E ci si sente fuori luogo perché nei primi minuti (i migliori!) sono loro stessi a mostrare consapevolezza riguardo il canale (non di qualità) in cui stanno per esibirsi, e il pubblico (non colto) a cui si rivolgono. Ci preparano. Sembrano recensirsi già da soli. Appare quindi sciocco ricorrere a categorie più o meno alte di comico per definire un format di cui i conduttori, per primi, sembrano voler abbassare il livello.

Eppure in quei minuti iniziali, che definiamo i migliori, i mattatori foggiani dicono cose interessanti riguardo il ruolo della “cattiva maestra” televisione. Ricordano i luoghi virtuali (social e play station) in cui si sono spostati quei giovani della cui educazione la critica sembrava preoccupata, ai tempi dello scorrettissimo “Emigratis”. E irridono trasmissioni generaliste a cui l’opinione pubblica sembra invece abituata.

Diseducativi noi? Ripetono con frequenza, mostrando esempi di differenza tra forma e sostanza.

Diseducativi loro? Ci domandiamo noi, ricordando quanto Pio e Amedeo, negli anni scorsi, abbiano diviso l’opinione pubblica di casa nostra, che vedeva da una parte i divertiti, dall’altra gli sdegnati, che rifiutavano di essere associati ad un prototipo di foggiano così tanto imbarazzante. Due comici fuori dalle righe da risultare a tratti geniali, a tratti fastidiosi, che hanno gridato contro la Merkel e prosciugato le tasche di vip più o meno consenzienti.

CHI SIAMO

Nei primi minuti di Felicissima sera Pio e Amedeo chiariscono dunque chi sono, in quale luogo si stanno esibendo e di fronte a chi. Sollecitano qualche riflessione intelligente e, così facendo, si tolgono dalle spalle quella polvere sottile che in passato li aveva un po’ sporcati. Volgari noi? Cafoni, diseducativi? Perché preoccuparsene? Guardatevi intorno. Il peggio è altrove. 

Non sono sciocchi e lo sanno.

Foggia oggi li applaude con un’omogeneità che in passato non c’era. 

Dalla strada sono approdati allo studio. Sono alla conduzione, a Canale 5, in prima serata. 

Restano ancora comici, ma soprattutto presentatori di un grande show preorganizzato, molto diverso dalle boutade imbarazzanti a cui avevano abituato il pubblico italiano. 

Hanno smoking eleganti, il dialetto è smussato, è svanita la Foggia verace. Ne resta giusto quel poco che serve per provocare un sorriso. Sono consacrati al centro di un grande circo. Hanno vinto.

Ne siamo felici. Ma in questo processo di epurazione, molto del carattere originale è andato perduto, stretto nella consumata macchina Mediaset di cui Maria De Filippi resta una delle regine.

A CHI OBBEDIAMO

Il pezzo con la De Filippi è noioso e interminabile. Maria solo apparentemente è un’ospite, in realtà è la padrona di casa che defilippizza tutto. 

Finisce che Pio e Amedeo vengono stretti in un linguaggio televisivo uguale a sé stesso, di gran lunga inferiore rispetto alle loro potenzialità.

La dinamica narrativa della coppia si palesa già dalla scena che segue il prologo. Pio in abito elegante, portatore di formalità, Amedeo in vestaglia che rompe di continuo gli schemi. L’uno che tenta (ovviamente fingendo) il percorso di presentatore televisivo, l’altro ancorato alle vecchie logiche di strada, corrosivo e insolente: una sorta di grillo parlante che nella intervista al principe di Savoia fa il verso alla Littizzetto. 

Dicono sia stato un successo, anche se nel passaggio dalla strada allo studio, buona parte della vis comica originaria è stata fagocitata dalle dinamiche di Canale 5. Dinamiche stantie che trovano nel play back di Tommaso Paradiso l’espressione finale.

LE LACRIME. LA MAMMA. L’ITALIA.

Luminosa la loro sintonia, divertenti le smorfie, buono l’utilizzo dei corpi, piacevole l’autenticità della vita in comune. Prevedibili e banali, invece, le lacrime sull’Italia e sulla mamma, figlie della sempre uguale scuola di Maria De Filippi. 

Pio e Amedeo risultano forse sprecati, per quelli di noi che hanno colto qualcosa di sperimentale (per quanto volutamente rozzo) nel loro lavoro iniziale.

Fatto sta che oggi la città di Foggia non si vergogna più di due dei suoi figli migliori.  Figli che avevano partorito una maschera, quella del foggiano medio, su cui molti di noi hanno faticato a ridere. Una maschera su cui si potrebbe ancora lavorare, proprio come altri comici hanno fatto con la loro, senza che i concittadini se ne siano offesi.

Riprendere il lavoro su quella identità territoriale che ne ha determinato la fortuna potrebbe essere un compito utile. A patto che gli interessi.

Gli autori sono cambiati. E si vede. Ma ora Pio e Amedeo sono sulla cresta dell’onda e le rudezze di Capitana non servono più a bucare lo schermo.

Un vantaggio? Forse. Dipende dalla strada che vorranno seguire.

Un fatto è certo: a Foggia di loro non si vergogna più nessuno.