IL CORAGGIO DI FAR FUORI IL PERSONAGGIO MIGLIORE

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Di fronte al coraggio di autori che scelgono di far sparire di scena personaggi con grandissima presa sul pubblico ed un immenso potenziale narrativo, non del tutto espresso, non si può non restare ammirati.

E si resta ammirati per 2 motivi. 

Primo. Il fattore sorpresa, tipico delle serie tv, segna così il sorpasso al cinema nella sua tendenza a spolpare, fino all’agognato finale, un’idea di successo. E pensiamo al tormentone “Mamma ho perso l’aereo”, e a numerosi altri, sia di genere comico che drammatico. Tormentoni che hanno bene imparato a buttare lì una facile conclusione aperta, uguale per quasi tutti i film destinati a diventare seriali: una manciata di indizi da cui il pubblico intuisce che non è chiusa lì, e che quella storia, che potrebbe dirsi terminata, replicherà sé stessa fino a quando dal botteghino non verranno fuori gli spiccioli.

Quella di replicare sé stessa e le sue scarse idee, è l’inchino della settima arte alla sua economia, prima che una vocazione cinematografica degli ultimi decenni. 

La conseguenza è la perdita di prestigio di uno straordinario mestiere, quello dello sceneggiatore, il quale, riducendo il suo talento ad un percorso senza ostacoli tra cliché, si trasforma in un creativo sostituibile, perde carisma e singolarità.

Secondo. La morte di qualcuno dei personaggi migliori, implica una sfida e la fatica di doverne inventare altri, impedisce che gli autori si accomodino sugli allori, pungola la loro inventiva, dilata l’immaginazione e raffina i gusti dello spettatore, proteggendo la dignità del genere.

Il pubblico televisivo non si muove più in un percorso scontato e contrassegnato dal lieto fine, né in quei finali aperti che talvolta semplificano le cose ai cineasti ma lasciano confusi gli spettatori; al contrario aumenta la soglia di attenzione e vitalità interiore della gente a casa, che sperimenta autentiche affezioni e sinceri rimpianti.

Nel secolo scorso, un immenso pensatore, autore, filosofo e critico letterario come Walter Benjamin, scrisse di ciò che stava perdendo l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. E quindi (semplificando) del rapporto tra società di massa, fruizione dell’opera autentica e sue riproduzioni false, quali ad esempio i poster. Insomma, Benjamin discusse del consumo quotidiano di ciò che, prima dell’industrializzazione del mercato dell’arte, incarnava l’unicum, il genio, l’eterno e la sua creazione.

Oggi potremmo sostituire l’opera d’arte di Benjamin al mestiere di autore, e domandarci quanto e come esso perda nella piatta serialità di un certo prodotto cinematografico, e in seguito, quanto e come esso cambi nella scrittura di prodotti di qualità per la tv on-demand.

Chi vince, la scrittura o la tecnica? Che miglioramento deve mettere in conto un documento che le inglobi entrambe? Quanta trasversalità di pubblico riesce a condurre a sé?

E infine, il cinema può ancora definirsi la settima arte? E le serie tv? Nelle catalogazioni di prodotti artistici, quale posto occuperebbero? E perché?