Diavoli e Casa di Carta. Quando il racconto di finzione insegna parte della Storia contemporanea

317

Esistono due serie che dialogano tra loro. 

Due serie che sebbene siano nate da ispirazioni e luoghi differenti, condividono un respiro che si fa strada quando, dalle azioni messe in atto dalla seconda, si coglie il sentimento di rivolta che (insieme ad altri fattori) ha decretato il successo della prima.

Stiamo parlando de La Casa di Carta, prodotto spagnolo del 2017, ideato da Álex Pina, e di Diavoli, serie italo-francese del 2020, tratta dall’omonimo romanzo di Guido Maria Brera. La prima è un successo internazionale da ormai quattro anni, e racconta di una rapina clamorosa alla Zecca di Stato (e poi alla Banca di Spagna) che ha tra le sue regole quella di non uccidere nessuno. È capeggiata da un intellettuale a disagio nella società dei consumi, e raccoglie tra le sue fila personaggi riuscitissimi: uomini e donne ai margini del mondo, che di umano conservano ogni tratto, dalla sensibilità all’amore, dalla fiducia piena all’amicizia. Personaggi stretti in un’intesa (talvolta problematica) che condivide un orizzonte di gran lunga più alto di qualunque rapinatore che rubi solo a fini personali. 

Criminali o paladini? Allo spettatore la scelta.

Fatto sta che questo loro orizzonte condiviso viene immediatamente riconosciuto come proprio anche dallo spettatore. Un orizzonte che suggerisce militanza politica, resistenza, tanto da scegliere la ormai popolarissima canzone dei partigiani “Bella ciao” come suo inno ispiratore. 

La Casa di Carta, nelle sue due prime parti, ha saputo leggere il presente internazionale, sociale e politico: un aspetto che nelle ultime due stagioni si è gradualmente perduto. Giacché nel dirigibile che lanciava bigliettoni sulla piazza di Madrid, e poi nella folla mascherata che inneggiava senza sorprese (né profondità evocativa) ai rapinatori, si è perso un aspetto narrativo imbevuto di realtà, tanto inquietante quanto plausibile.  

Gli autori strizzavano l’occhio alla rabbia sociale di Podemos, mentre sullo schermo scorrevano scene di una Spagna aggredita da una crisi economica senza precedenti. 

Nel 2017 fu una scoperta vedere che una serie di finzione, con il ritmo rapido e incalzante tipico dei prodotti americani, custodisse in seno un cuore talmente rivoluzionario da consentirci una lettura vibrante del presente. Una serie che sembrava prendere posizione mentre ci appassionava con una storia di invenzione.  E che amava le folle: quei popoli messi in ginocchio dalle banche. 

La canzone “Bella ciao” legittimava il richiamo storico alla resistenza e dava la sensazione che si stesse facendo sul serio: si parlava di scontro con il potere proprio mentre alcuni sostenevano che la Germania non era affatto cambiata, e che le sue ambizioni restavano le stesse degli anni 40. Il dominio europeo che non le era riuscito con le armi nella seconda guerra mondiale, le stava riuscendo ora, grazie alla durezza di una finanza internazionale incomprensibile alla gente comune.

Esther Acebo, Jaime Lorente, “Money Heist” Part 4 (2020) Credit: Tamara Arranz Ramos / Netflix / The Hollywood Archive

Il populismo dunque. La militanza, la resistenza, i canti di rivolta. La “Casa di Carta” è stata una bandiera per unire le genti. Non solo una rapina immaginaria in una serie europea fatta assai meglio di alcune americane. C’era di mezzo anche la politica. E sembrava annunciare che la rivoluzione sarebbe cominciata da una tuta rossa e da una grottesca maschera di Salvator Dalì. 

Voler collegare una serie televisiva ad un moto di ribellione è stata un’operazione riuscita, tanto che molte persone nel mondo hanno imparato il nostro vecchio canto dei partigiani per le loro battaglie, le manifestazioni, i raduni, per tutte le volte in cui volevano sentirsi animati da un glorioso spirito comune: quello della resistenza, la cui parola nuova, Resilienza, continua ad essere declinata in infinite salse.

Passare dal canto di protesta “Bella ciao” al “Ti amo” di Umberto Tozzi è solo uno degli elementi da cui si coglie che della lotta di classe, “La casa de Papel” ha un po’ smesso di interessarsi, tenendosela buona solo come si fa con uno sfondo fisso che funzioni.

Dalla Zecca di Stato spagnola al colosso bancario American New York, London Bank, il passo è breve. Da un lato un gruppo di paladini, acclamati dal popolo vessato, che ruba ad uno Stato ladro, protetto da una polizia corrotta, dall’altro banchieri senza scrupoli, che dallo splendore dei loro uffici e con un autocontrollo che è proprio dei più forti, giocano con le sorti del mondo, derubando la gente e sognando il fallimento della loro moneta unica, per riempire a dismisura le loro tasche e quelle dei governi loro amici.

Da una parte le folle disperate che impulsivamente gridano e si uniscono, dall’altro uomini insaziabili che perdono la loro anima, e giocano una partita collettiva e solitaria, in un lavoro che se li riempie a dismisura di denaro, gli toglie però molte delle parti che rendono preziosa la vita umana, dai figli, agli amori, all’amicizia: legami impensabili laddove il potere assoggetti a sé ogni spazio. 

La serie sembra dire che nulla è più divisivo del denaro, nulla impedisce la conversione delle anime come il denaro, e nulla rende soli e falsamente appagati come il denaro. Un denaro che accorcia lo sguardo e impedisce di valutare realisticamente le conseguenze delle azioni. Sarà solo fuori dai palazzi, nell’incontro con altre vite e nuove storie, che un barlume di consapevolezza potrà affacciarsi. Precisamente quando il diavolo Massimo Ruggero si svestirà del suo funzionale cinismo e si avvierà riluttante ad un incontro con sé stesso nei luoghi dell’infanzia, in un viaggio di fatto che (come spesso accade) è viaggio anche interiore. Come se per ritrovare l’anima fosse necessario tornare indietro, ai luoghi che ci hanno formati e macchiati, sporcati e castigati, lasciandoci poi così, avidi di rivendicazione e di vendetta, alla ricerca di un posto buono nel mondo che può essere prestigioso se la fame di autodeterminazione, con la sofferenza, è diventata grande e prepotente.  Proprio come accaduto a Massimo.

Nella biografia personale dell’altro, su cui si è poggiato uno sguardo che riesce ad andare oltre i numeri, è custodita la possibilità del cambiamento. Il sangue ritorna caldo e il cuore si commuove. La colpa sta in agguato. Ma giocando su più tavoli, spendendo il capitale di furbizia e il portafogli di relazioni, le grandi cose possono perfino cambiare.

Forse. 

Diavoli” non ci dice se quella consapevolezza delle vite reali sconquassate dalla finanza, sarà solo un breve segmento nell’esistenza di uno squalo, che non può essere altri che indifferente e cinica. Non sappiamo se esista un sistema più grande (un potere forte) che fa da sfondo e lavora perché gli Heand of Trading della finanza restino estranei da legami scomodi e commozione, prigionieri di un’invisibile macchina che li vuole freddi fabbricatori di denaro. 

Certo, lo sguardo finale di Massimo Ruggero alla sua guardia del corpo, che ha servito altri Dominic Morganprima di lui, e che potrebbe forse essere avvezza a metodi ancora sconosciuti al nuovo Ceo, la dice lunga, e lascia aperta una porta alla seconda stagione. Una porta invisibile e sofisticata, ben diversa da quelle ormai prevedibilissime della serialità cinematografica.

La morte di una delle eroine è stata casuale? O si è trattato di un omicidio del tutto simile a quelli delle vecchie dittature e delle mafie, che fingono un incidente la cui origine resterà indimostrata?

Nella Zecca spagnola i ladri-paladini stampano il denaro, negli uffici della finanza gli speculatori lo mandano in fumo. Tutto intorno la gente soffre e si ribella. Mentre al caldo delle loro postazioni i fan delle serie assorbono la Storia, creano legami e rileggono il presente.

Diavoli racconta le stanze dei bottoni (che oggi sono diventati clic) in cui la finanza si macchia di gravi colpe; descrive la Londra del 2011, gli scandali, gli omicidi, gli hacker, le trame nascoste e i “diversivi” dolorosi, atti a distrarre le menti più intelligenti.

Casa de Papel narra le reazioni del popolo a quelle colpe della finanza, la beffa di una moneta che si stampa in solitaria, come se d’un tratto i poteri e gli Stati potessero sparire dalla Storia; descrive la mente geniale di un outsider che gareggia per acume con quelle di chi muove le sorti del mondo.

Massimo Ruggero e il Professore sono accumunati dall’intelligenza. Storicamente avversi, l’uno nemico dell’altro, alle due sponde opposte di quelle ideali società. 

Noi da casa guardiamo, e comprendiamo il vento di passione che anima gli spagnoli della bistrattata Europa del sud, spingendoli ad indossare la ormai iconica maschera di Dalì. Quegli stessi spagnoli che, come noi italiani, sono stati chiamati PIIGS: maiali. Maiali spendaccioni e indebitati sulle cui sorti siamo ancora qui a discutere.

Pur essendo tutto, il denaro non è nulla. È mera convenzione. Qualcosa che si stampa o si manda in fumo, si accumula e si reclama, qualcosa che organizza i bisogni e disperde le vite. Un denaro che nutre ambizioni e dà lavoro ai Diavoli, consente il necessario e incarna il male. Seguendo la strada del denaro, si legge anche la Storia, quella storia che Guido Maria Brera e Álex Pina, pur ricorrendo all’invenzione, hanno raccontato così bene..