Parasite. La puzza che i poveri non possono togliersi di dosso

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    A poco meno di metà della visione della pellicola Parasite, film del 2019 di Bong Joon-ho, non ancora si riesce a comprendere il perché dei suoi numerosi riconoscimenti. Palma d’oro al 72° Festival di Cannes, oltre a quattro premi Oscar, tra cui quello come miglior film.

    Sullo schermo scorrono le vicende di una famiglia coreana povera ma unita, che combatte con i minuscoli e miserabili incidenti di ogni giornata: dalla pessima abitudine di un ragazzo che urina proprio davanti (e addosso) alla finestra della loro abitazione, alle cattive maniere di un giovanissimo capo che nega alla madre i pochi centesimi per un gretto lavoro di inscatolamento pizze.

    La storia si snoda, la vicenda prende un suo ritmo moderato, ed ecco che da provare empatia nei confronti di una povera famiglia disgraziata, il nostro cuore vorrebbe quasi convertirsi in direzione di una pigra indignazione.

    Imbrogliano i genitori, imbrogliano i figli, prendono in giro una ricchissima famiglia di un quartiere cittadino, li raggirano; con l’inganno e senza scrupolo rubano il lavoro a semplici impiegati a cui si sostituiscono, impiegati che solo apparentemente sembrano più fortunati di loro.

    E sono proprio lì che brindano, a casa degli ingenui miliardari che incautamente hanno lasciato loro addirittura le redini del loro appartamento, quando il destino si inverte e la vita vera prende il sopravvento.

    La realtà piomba in scena e ricorda il vento di rivolta che raggiunse gli orchestrali confusi e spaventati in “Prova d’orchestra” di Fellini. La verità pretende il suo doloroso tributo perfino nelle favole, figurarsi in un film che racconta la vita dei più poveri dei poveri.

    Ecco che la governante esiliata torna in scena, mostrandosi attrice di una miseria ancora più nera di quella che ogni spettatore avrebbe mai potuto immaginare.

    La realtà si impone in quella che appare una divertente commedia domestica; la guerra tra poveri si fa violenta, mentre ogni sotterfugio si rivela parzialmente, e ognuno dei disgraziati in scena diventa, oltre che povero, anche ricattabile.

    Ognuno viene messo di fronte a un bivio, in un raggiro che lentamente diventa omicidio, occultamento di cadavere, vendetta.

    La verità di Bong Joon-ho si palesa nella seconda parte del film, quando al centro si impone il vero tema del racconto: la crudeltà della differenza tra classi sociali. Una differenza che nonostante sia enorme, viene riconosciuta dai ricchi soltanto dalla puzza che i bisognosi emanano, costretti come sono a vivere in buchi umidi.

    Non so quanto la Corea abbia la possibilità di denunciare il suo stato di cose, quanta e quale censura (ammesso che ci sia), impedisce alla realtà vera di farsi protesta e poi rivendicazione, infine lotta.

    Potrei facilmente saperlo, documentandomi su Google. Ma preferisco di no. Preferisco restare ingenua e dubbiosa, e immaginare “Parasite” come un canto di protesta sommessa, che mentre racconta diverte.

    È un film che denuncia la disperante differenza tra classi sociali, senza acrimonia e senza rabbia. In una storia che più che l’amaro in bocca, ci lascia il dubbio riguardo quanto e cosa abbiamo capito di una pellicola che non sappiamo se definire tragica o divertente.

    Dei poveri, i ricchi, sentono soltanto la puzza.

    Non vedono i loro corpi agonizzanti, le loro membra stanche, le condizioni disumane e ignobili in cui sono costretti a vivere.

    Ed è dal sentirsi riconosciuti e ridotti nella loro singolarità di uomini soltanto da quella puzza, che il grido di rivolta può nascere. Un grido che nel film porta i coreani ad una schiavitù peggiore, in una vita buia e solitaria, senza più la possibilità di vedere neanche la luce del sole.

    La salvezza della redenzione arriva da un familiare geniale, illuso e affezionato, che cerca di regalare utopie irrealizzabili, con la sola speranza di condividere un sogno e (grazie alla potenza di questo) invitare a sopravvivere.

    Guardo lo scorrere dei titoli di coda con dentro questa idea di puzza come qualità umana propria ad un’intera categoria di persone. Ripenso a questa come a una metafora del fastidio che molti di noi sperimentano nell’approssimarsi ad un bisognoso. Una puzza che, se oltrepassata, permetterebbe forse di scorgere anche altro, ma che fino a quando gli uomini e le donne non avranno una suddivisione egualitaria delle risorse del pianeta, nessun povero potrà togliersi di dosso.

    La ragione del premio alla fine l’ho capita. Sta nella assoluta leggerezza con cui descrive la crudeltà, talvolta sanguinaria, della disparità tra classi sociali.