Charlie Hebdo spiegato a un bambino

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Mi è venuto un nodo in gola mentre spiegavo al piccolo cosa significasse quella scritta sul cartello che tutti tenevano in mano: “Je suis Charlie”.
“Scusami”, ho detto mettendomi le mani sugli occhi per nascondere la commozione. “Mamma è una stupida”.

In genere questo modo di prendere posizione sugli avvenimenti non mi trova partecipe. Questa volta invece, senza che me lo aspettassi, la potenza di quelle tre semplici parole mi toccava profondamente. 

“Dire che tutti siamo Charlie Hebdo vuol dire identificarsi”, ho detto. “Farsi carico del dolore di chi in quella redazione ci lavorava, sentirlo vivo sulla propria pelle, diventarne parte, sentirlo. Io sono lui, tu hai ferito anche me, io sono un testimone, un sopravvissuto. Condivido il suo impegno e lo porterò avanti, se posso. Perché i tuoi valori sono anche i miei”.
Il piccolo ha ascoltato e capito.

Gli spiego sempre ogni cosa di ciò che accade nel mondo e lui è abituato e comprende. Questo fa di lui un bambino un po’ diverso dagli altri, con una sensibilità particolare, più attenta e matura, potrei dire. 
“Mamma in fila oggi nessuno sapeva nulla di ciò che è accaduto a Parigi, tranne Mario, che però non sapeva il motivo delle uccisioni. Secondo te, perché nessuno lo sapeva?”.

Già. Perché in classe nessun bambino lo sapeva? 

Dire ogni cosa ai bambini a me viene spontaneo. La realtà la riduco, la porto alla loro misura, faccio si che le emozioni provate siano sostenibili. Però li informo, e credo che questo sia un esercizio importante per diventare discreti adolescenti. I semini che alimentano la coscienza e formano l’esercizio di critica vanno messi a terra ogni giorno. E credo questo possa essere importante.
La storia della riunione di redazione interrotta dalle sparatorie, i nomi dei giornalisti urlati prima delle esecuzioni, i colleghi che scappano sui tetti e riprendono la scena, il civico sbagliato, la giornalista sotto minaccia che inserisce il codice e consente l’accesso ai terroristi. E poi quel “Io sono Charlie”, “Io sono ferito”, “Io mi faccio carico della tua morte, la testimonio, ne porto i segni”.

Due popoli che sembrano così diversi con la stessa nazionalità. Le loro storie che in vita non sono mai riuscite ad intrecciarsi. Quella che sembra diventata una guerra civile tra genie dissimili. Il potere della matita. La sua potenza. Tutto quello che si può dire con un solo disegno.

Non condivido i discorsi sulla leggerezza che merita rispetto in quanto parte della nostra cultura sociale. La satira, seppur frutto di meri disegni sul foglio, non ha nulla di leggero. Anzi, è potente. Potentissima.Lo diceva Dario Fo tanti anni fa. 

Una cosa è fare il giullare che piace al sovrano, lo intrattiene e compare nel libro paga della sua corte. Altra cosa è fare della satira, che irrompe, deride, distrugge le certezze fin nel profondo, demolisce gli scenari di senso condivisi e ne immette di nuovi. Nulla è più potente della risata per ridurre porzioni di umanità e di senso.

Ne ha parlato anche Umberto Eco ne “Il nome della rosa”, in cui la lunga sequela di morti misteriose è legata alla volontà di dissimulazione di un testo sul Comico. Perché la risata disturba, distrugge, azzera con potenza liberatoria lunghi lavori sul senso della vita e dell’impegno personale.Tanto più grande è l’ego tanto maggiore è lo sberleffo che segue alla caduta, spiegava Pirandello. 

Così l’eco di quella risata deve essere parsa intollerabile a chi ha fatto della estrema serietà in una causa, il senso della propria esistenza.
Gli intellettuali del giornale parigino, idealisti e sicuri, avevano, ed hanno ancora, una potenza intollerabile. Questo fa tremare e commuove: la simbologia della matita spezzata è penetrante. Mi fa pensare che questa censura islamica possa diventare un nuovo potere forte in Europa. 
Mi spaventa. Mi sento anche io Charlie Hebdo.Ma pensare a quel cartello, guardarlo, leggerlo, mi fa sentire davvero il dolore delle vittime: mi sento una testimone spaventata che si fa carico di un dolore grande. E di un grande preoccupazione: quella che vede l’Europa seduta su una bomba, senza esserne pienamente cosciente. 

Il timore di sentirci razzisti, quella voglia di progresso e illuminismo sono il nostro anello debole, che non ci rende obbiettivi nel riconoscere i segnali. Ma questo non posso spiegarlo al piccolo.