5 motivi per amare le serie tv

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Il lavoro d’autore che riconquista la nobiltà di un ruolo che il cinema degli effetti speciali aveva svuotato.

Il coraggio di uccidere il protagonista quando il suo potenziale narrativo non è del tutto esaurito.

La reinvenzione del mezzo televisivo che recupera centralità nei consumi di élite e di massa.

La distopia che perde incidenza politica e diventa pop.

La possibilità di tenere allenata la memoria e costruire comunità.

Sono questi, e molti di più, i motivi per cui adoriamo le serie tv.

1- L’autore e la macchina

Nelle serie tv, sceneggiatura e tecnologia competono tra loro per fornirci un prodotto di qualità. Non più insopportabili polpettoni d’autore, né roboanti effetti speciali fini a sé stessi. 

Le serie tv (e lo hanno fatto per prime), scommettono su entrambi gli aspetti: la complessità dell’uomo-autore e la potenza tecnica della sua macchina, che scoprono le infinite potenzialità del narrare insieme.

La sperimentazione, storicamente connessa alla contro-cultura, non riguarda più esclusivamente il Terzo teatro, le avanguardie artistiche di inizio secolo o l’arte di strada. 

Ciò che meno ci si attendeva è accaduto. L’inventiva migliore è destinata al quieto e borghese consumo domestico. È a casa, in famiglia, che si vola più in alto con la fantasia.

2 – La morte del protagonista

È così importante uscire dai vecchi cliché cinematografici che gli autori, spesso, scelgono di far morire il personaggio migliore. Col risultato di garantirsi un’attenzione di qualità, che tiene vigili parti alte del cervello, che deve collegare, scegliere, memorizzare.

La morte inaspettata di alcuni dei personaggi migliori, ottiene inoltre un’empatia vitalissima con lo spettatore, che tiene attivi i suoi neuroni specchio e sperimenta lutti e mancanze che rafforzano il legame col prodotto.

Il mestiere di autore, di conseguenza, rinnova, il suo prestigio, da decenni sminuito dal cinema di massa. 

3- Reinvenzione del mezzo televisivo

Il dilatarsi della narrazione crea care abitudini quotidiane e la consuetudine di ritrovarsi insieme la sera, così come si farebbe con un vecchio amico.

Il mezzo televisivo, vive quindi una nuova stagione di affezione che moltiplica il suo target.

Fandom e nerd, insieme ad un pubblico colto, smettono di guardare con sufficienza quella che Karl Popper aveva battezzato una “cattiva maestra”, e vedono nella tv una macchina portatrice di storie ed emozioni, che fa concorrenza al genere romanzo. Storie che, nel caso del fantasy, mutuano da Tolkien la propensione ad inventare mondi, creare geografie e mappe da studiare (se si vuole entrare davvero nel racconto), inventare divinità e linguaggi.

4 – La distopia che diventa pop

utopia e distopia, in quanto strumento di svago, perdono incidenza politica e sociale.

L’utopia è stata utilizzata a lungo per divulgare idee e teorie personali degli autori, vicini a questo o a quel sovrano, che ne sfruttavano il potente carico di sogno, al fine di manipolare comportamenti e suggerire valori da condividere.

Anche alla distopia si è fatto lungamente ricorso per avvertire, ammonire, spaventare e governare le masse. E lo si è fatto con immagini diverse che variavano con il variare dei timori del periodo storico.

Le serie tv, invece, sovvertono il senso originario con cui il genere distopico era stato utilizzato, depotenziandolo politicamente.

I mondi distopici, che si moltiplicano nelle serie televisive, rassicurano l’uomo sulla qualità del suo presente, sulla sua forza, sui suoi legami e sulle sue potenzialità superstiti in caso di pericolo. Non impedendogli comunque di sognare.

5 – Le serie allenano la memoria e creano comunità

Parlare di serie tra amici, tiene viva la memoria, crea comunità, spinge a prendere posizione e a riconoscere il proprio personale sistema di valori.

Attraverso esse, l’adolescenza impara a scoprire i contorni della propria identità personale, in un’evoluzione del semplice schierarsi tra buoni e cattivi.

Oltre allo sguardo fisso al cellulare, questo mondo di consumi mediatici di massa, offre ai giovani appassionati, molteplici occasioni di incontro (i Festival), di discussione e di approfondimento. Consentendo ai ragazzi di accedere alla cultura da una porta di cui non tutti gli adulti sanno riconoscere il valore.