TRASLOCHI

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I tre pupazzi stavano per rimanere soli. Era strano che lei lo notasse, perché i pupazzi erano soli da anni, ma quella volta il loro viso avrebbe guardato alle Alpi e fece più rumore.

Durante i mesi invernali erano poggiati su una mensola, nella cameretta di quella casa di montagna. Era una montagna sola, dalle vette maestose, ma i pupazzi non potevano saperlo, perché erano seduti di fronte al muro.

Il fatto che guardassero al muro, dava l’illusione di essere ovunque.

Potevano pensare che i bambini sarebbero tornati presto e che qualcuno avrebbe dormito con loro. Del resto per i pupazzi il tempo non esiste, e nonostante trascorressero mesi tra una visita e l’altra, questo non creava problemi. Sapevano di appartenere a qualcuno e il loro orizzonte era limitato.

Quel muro, per anni, fu la loro fortuna.

Guardavano solo i lettini e la parete e non sapevano nulla del mondo, né delle montagne gigantesche in cui erano immersi. Anche quando la grande finestra era aperta, i tre pupazzi non si accorgevano di nulla. Nessuno li aveva mai girati e questa cosa fu un bene.

Erano stati acquistati dal babbo e dalla mamma, per mettere allegria, e nessuno aveva capito che avevano un cuoricino, sotto la loro giacca colorata di beige.

Successe un giorno che i genitori dovettero cambiarli di posto.

La casa era stava venduta e i tre rappresentavano un ricordo, troppo prezioso per essere lasciato ai nuovi inquilini.

La mamma, accompagnata dal babbo, li prese in braccio e li portò con sé.

I tre pupazzi erano fratelli e assomigliavano a spazzacamini. Avevano abiti logori del colore della paglia e si sarebbe potuto pensare che valessero una sola lira.

La mamma e il babbo scesero di sotto, al piano numero tre della casa dei nonni.

Vi entrarono guardandosi intorno, e la mamma, che teneva in braccio i pupazzi, scrutò le stanze in cerca di un posto su cui poggiarli.

Dapprima li mise su un divano, unendoli stretti tra loro, per timore che si sentissero disorientati in un luogo sconosciuto.

“Stanno bene”, disse il babbo, “lasciamoli lì”.

La mamma si mise alla giusta distanza per essere obbiettivi ed osservarli, ma non era contenta.

“Non stanno bene”, rispose, “si vede che il divano è troppo grande per loro”.

Ritornò sui suoi passi e li strinse di nuovo tra le braccia.

“Proviamo la panca”, affermò, e collocò i tre pupazzi sul legno marrone ricolmo di splendidi cuscini.

Fece pochi passi indietro, in cerca della giusta distanza per essere obbiettivi, e pensò.

“Stanno bene anche lì”, disse alle sue spalle e con gentilezza il papà. “I loro colori sono quelli della montagna e qualunque angolo della casa andrà bene”.

La mamma ci pensò, ma continuò a fissarli.

“La panca è troppo stretta, si vede che si sentono a disagio. E poi guarda, i cuscini sono enormi e coprono la loro statura”.

“Come vuoi”, obbedì il babbo, che nel frattempo si era messo a fare altro.

La mamma prese nuovamente i pupazzi tra le braccia e si diresse verso la veranda.

Fu qui, ai piedi di un’enorme finestra luminosa, fatta di vetro magico e trasparente, che scorse una mensola, decisamente più stretta di quella a cui i tre erano abituati.

Era un rettangolo di legno bianco, fatto di pochi centimetri, ma i tre pupazzi sembravano comodi, con lo sguardo rivolto all’immensità della montagna.

“Lì si che stanno bene!”, esclamò il babbo, gettando un occhio premuroso da lontano. “Guarda cara, vieni a vedere da qui, che quadretto armonico compongono le loro testoline”.

La mamma di nuovo fece i suoi passi all’indietro, per guardare le cose dalla giusta distanza per essere obbiettivi, e questa volta concordò.

“Sono magnifici al cospetto dei monti”, esclamò commossa. “Potremmo lasciarli lì e saranno felici”.

Tutto sembrava sistemato, e i due avrebbero dovuto finire di organizzare le cose necessarie ad un trasloco. La madre però non riusciva a smettere di guardare i tre pupazzi.

“Stanno davvero bene stagliati contro il panorama”, ripeteva a sé stessa. “E stanno bene sia guardandoli dall’interno della casa, che dall’esterno della veranda”.

I suoi occhi, però, non riuscivano a lasciarli soli, e quando fu ora di andare via, si accorse che il loro punto di osservazione su quella maestosa montagna era troppo ampio e inimmaginato per non causarne la morte.

I tre pupazzi esprimevano desolazione, e quell’angoscia di fronte al vuoto che lei, con la sua coscienza, non avrebbe saputo giustificare.

Le loro testoline, viste dall’interno della casa dei nonni, e per la prima volte osservate di spalle, non sembravano protestare. Ma, con un po di attenzione, era facile udirne il pianto sommesso, di fronte alla consapevolezza di quella solitudine.

Uniti e spaventati di fronte all’infinito: era così che li avrebbe lasciati.

Il padre prese le chiavi, aprì la porta di uscita, con le mani colme di oggetti da riportare in città.

La mamma istintivamente lo seguì, ma non riusciva a togliere gli occhi dalla vetrata, che si faceva sempre più grande, e alle tre testoline che si facevano sempre più piccine.

Li osservò un’ultima volta, tremando all’idea dello spazio enorme a cui li aveva esposti.

Poi chiuse la porta.

La coppia fece qualche passo nel corridoio di quel residence, calpestando la moquette, poi la mamma si fermò. “Riapri subito per favore! Portiamoli con noi. Sono tre bei pupazzi e non è giusto lasciarli così”, supplicò turbata.

Sentiva che tra la visione consueta del muro e quella inedita delle montagne, la differenza era troppo grande per dirsi sostenibile.

I tre pupazzi le spaccavano il cuore e aveva bisogno di toglierli da lì.

Il padre riaprì la porta e lei con cura li abbracciò.

Non avevano un posto giusto in quella casa, lo sapeva. Il loro destino era rientrare in città, in una nuova cameretta in cui abitare con qualcuno.

I pupazzi hanno un’anima, e quella volta la loro anima parlò.

Fu una fortuna, perché di fronte all’infinito dei monti, soli per mesi, essi sarebbero morti e la stessa mamma non avrebbe più trovato il sonno, con la consapevolezza che tre pezzi di cuore, fragili e desolati, erano stati lasciati al cospetto di un universo così grande.

Bisognava metterli al riparo e lei lo fece.

I tre pupazzi così, arrivarono in una casa che non avevano mai conosciuto.

In città abitarono di nuovo di fronte a un muro, appena un poco più grande, e quella mancanza di prospettiva fu ciò che li salvò.

La visione inattesa di uno spazio immenso può essere fatale. Anche per bambolotti di stoffa di cui tutti non sentono l’anima.

Ma le mamme lo sanno che l’anima è un riflesso. Si poggia sulle cose e le fa brillare. E lo scintillio della loro impreparazione all’infinito, quella volta fu troppo eloquente perché li si potesse lasciare soli.

La visione delle tre teste unite, desolate, nude e di fronte ai monti, restò in un angolo del suo cuore, a cui la mamma tornava di continuo, stupita di fronte alla certezza che anche i pupazzi, certe volte, possano essere nostri fratelli.

(Seduta anch’io nella Caverna, pensando a Platone e alla schiavitù della Falsa Conoscenza. 

Posti di fronte al muro, prigionieri nel luogo in cui altri accendono fuochi alle nostre spalle e per noi, che invece di voltarci, ci accontentiamo di riflessi).