UN’AMICA

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Ascolto Beatrice parlare, e mi vengono in mente i greci, che pensarono per primi, inventando un mondo che non portava sulle spalle l’eredità intellettuale dei padri.

Penso ai greci che diedero per primi i nomi a tutte le cose, teorizzando divinità e precetti che mai a nessuno, nei secoli a seguire, venne in mente di additare come l’espressione di sconsiderate forme di pazzia.

Non sembrò folle l’interpretazione del tuono, il dono del fuoco, la discesa e la risalita dagli inferi, l’ideazione di creature meravigliose e di mostri orrendi.

I greci pensarono per primi e furono liberi di partire da sé, dai propri timori e dalle proprie esigenze, dalle ambizioni e dai sogni; dal dolore che avvertivano quando calava la notte, e dall’immensa solitudine che sperimentavano quando alzavano lo sguardo e incontravano le stelle. Non avevano alle spalle nessuna verità acclarata, nessun pensiero precedente (e ancora in vita) che recasse in sé l’incontestabilità del dogma.

Dalla Storia appena trascorsa, non avevano ereditato nulla che frenasse la loro interpretazione del reale, la fede meditata e insieme ingenua con cui leggevano i dati del mondo dentro cui erano immersi.

I loro, sono stati alcuni dei pensieri migliori.

Nelle loro figure primordiali abitano i nostri archetipi, nei loro consiglieri di stato i nostri filosofi; nell’urbanistica delle loro città c’è il modello esatto di ciò che siamo ancora oggi, e nella loro politica i germi di ciò che siamo diventati.

Non c’è niente di più meraviglioso del pensiero libero: quello che oggi concediamo senza sanzioni quasi esclusivamente ai bambini. Pensare da soli è un esercizio innato, o costruito col tempo.

Sgorga da un’educazione libera che ci fa sentire adeguati. O da una volontà ostinata, che si ribella a regole e discipline.

Sono le madri, con il loro consenso verso ciò che spontaneamente rappresentiamo ad autorizzarlo. E sono le figlie, orfane di queste buone madri, a riprenderselo con forza e determinazione, accettando la morte di zone di sé immaginate da altri, zone con cui non sembrava possibile convivere.

Quello che disegna Beatrice, è un orizzonte folle, se giudicato con le categorie di chi, al contrario dei greci, eredita le nozioni dei padri.

Risulta folle l’avventura solitaria che sovverte la sua biografia personale; folle la scelta di ripartire quotidianamente da quella avventura, per mantenere intatta una categoria di giudizio che finalmente possiede uno sguardo attivo, e mai schiavo, sul mondo.

E nonostante alcune visioni mistiche vengano definitivamente comprovate, dopo anni di vigilanza e indagini da parte degli uomini potenti della chiesa (in tal senso insegna, ad esempio, il minuscolo paesino di Medjugorje), nulla di questo processo potrà mai riguardare Beatrice, e non solo a causa della sua dichiarata distanza dalla dottrina cattolica.

I bambini bosniaci che il 24 giugno del 1981 videro (e ancora oggi vedono) una meravigliosa figura femminile con i piedi su una nube, così come i nostri pastorelli foggiani (che nel 1062 giurarono di essere di fronte a tre fiammelle galleggianti sulle acque che annunciavano il rinvenimento di una tavola della Vergine Maria), nel dato di incredulità che inevitabilmente portano con sé, mantengono però intatto un orizzonte condiviso di riferimento: quello della religione cattolica.

Esse dunque attengono ad un mistero che la nostra cultura razionalmente accetta, pur tra gli infiniti dubbi che abitano ogni fede.

Cosa ci sia dietro questa accettazione del sovrannaturale e del mistero che si consuma in un orizzonte razionalmente condiviso, è un ossimoro (sacro) tutto da studiare.

Ma esso non riguarda Beatrice, che della visione e del mistero ha sì mutuato gli estremi, ma non i contenuti e nemmeno i segni, né tantomeno lo sguardo obbediente in direzione del libro sacro (la Bibbia), da cui tutto ha origine e che tutto spiega.

Ciò che vide in un pomeriggio di alcuni anni fa, inoltre, non è nessuna delle figure bibliche. Non è Maria la madre e neanche Cristo il padre, non è il figlio, e neanche la croce. Quel che Beatrice contempla è una figura simbolica inedita, che ha nuove cose da mostrare; di fatto non adorata nella storia della chiesa, né foriera di rilevanti verità.

Della straordinaria potenza di questa figura simbolica presto parleremo, ma intanto chiediamoci: cosa possiamo dire di questo pensiero che conserva parte delle metodiche cristiane e che dalla cristianità è di fatto estraneo?

La rivelazione che Beatrice tenta da tempo di condividere con le altre amiche, corre il rischio della riduzione e dell’incredulità. Si scontra con un muto disincanto, con una malcelata difficolta ad intuirne il senso. Sfugge ad ogni empatia, e sebbene illumini a tratti la coscienza di chi ascolta, di fatto in altri la sua luce non perdura, non consolidandosi (cosi come invece accade a lei) in un riferimento costante e trasformativo, da cui tutto parte e che tutto svela.

La visione di Beatrice può apparire offensiva e dissacrante a coloro che adorano la croce. Inoltre non cammina di cuore in cuore, non cresce nella esperienza delle altre.

Ma di fatto essa esiste ed è potente, non si incrina con il passare degli anni e non si opacizza, cosi come accade ai ricordi, minuscoli al cospetto del tempo che passa.

Rivelarne la grandezza, discutere di un’esperienza fondativa per quanto personale, resta un anelito a cui lei non smette di guardare. Essa mette a tema la fede femminile e nel femminile, la vita della voce profonda che ci anima e ci guida, invita ad un viaggio consapevole, libero e profondo.

Proviamo ad ascoltarla con la meraviglia con cui ascolteremmo una pensatrice spogliata dalla nostra storia comune. Leggiamola con il piacere con cui leggeremmo la vita di una donna a noi non contemporanea. Così come facciamo con il mito, mettiamo da parte la logica stringente, stiamo a sentire sospendendo razionalità e giudizio.

Vedrete, avremo molto da imparare.

Dunque, andiamo.

Andiamo verso una storia che ha bisogno di presentazione per essere compresa.

Una storia divisa in parti e macro-temi che racconta un’esperienza biografica, personale e coerente, ma che, di fatto, si muove esclusivamente nella vita interiore, quella che Beatrice chiama il Mio Cuore.

Un cuore che la fa donna nuova, rinata, con il pieno accesso ad una vita su cui sa posare uno sguardo consapevole e pieno, attivo, padrone, libero nel suo giudizio, non più servo di convenzioni e modelli estranei alla sua autentica natura, in una sorta di gigantesca riappropriazione di sé.

La sua è una storia che potrebbe apparire banale ad una ventenne di oggi, a cui sembra di essere svincolata e del tutto padrona della propria esistenza e del proprio corpo, ma che di fatto non lo è, perché i condizionamenti sociali che impongono sculture identitarie costruiti dagli uomini, e solo apparentemente scelti in piena autonomia dalle donne, sono semplicemente più sottili e perfidi, ma di fatto continuano a soffocare il corpo femminile e il rivelarsi pieno della sua anima. Il dinamismo interiore della riappropriazione di sé, al contrario, è attualissimo, seppur difficilmente esportabile (proprio perché del tutto personale) e col passare del tempo è rimasto comunque un fatto, sulla cui impronta, Beatrice ha continuato a lavorare e costruire atti intellettuali, della propria vita e della sua relazione tra donne.

Sono attitudini che, probabilmente, sono andate perdute, quelle ereditate dagli anni 70, che vedono la consuetudine femminile di crescere ed indagare l’esistenza insieme, e che proprio per questo sono preziosissime. Preziosissime per mantenere intatto un bisogno ed uno scambio che, lungi dall’interrompersi con la giovinezza, dovrebbe continuare a dare frutti per l’intera vita sulla terra. Così come frutti produce ogni forma di pensiero e di ricerca.

Il suo riflettere sulla verità e il fondamento su cui insiste potrebbero dare scandalo e limitano la libertà con cui lei potrebbe esprimersi, consapevole di essere portatrice di un inedito che alcuni chiamerebbero blasfemia. Indagheremo sul motivo esatto per cui lei ne sente il bisogno, ma per meglio comprenderla, privi da giudizi e pregiudizi, leggiamola come faremmo con la favolosa narrazione di un mito, soltanto così comprenderemo quello che ha da dirci.

Il codice di accesso al suo mondo vissuto come uno spazio sacro, è l’amore. Ma non l’amore che riduce a dimensione familiare e domestica la vita interiore femminile, indirizza i suoi comportamenti e ne stempera la rabbia. Quanto piuttosto un Amore che, a differenza della aggressiva affermazione degli ego, tipica del maschile, si proponeva di costruire relazioni ed una società diversa, in cui l’unione tra donne che hanno vissuto la medesima esperienza, esce dal corpo di ogni singola, per farsi schema relazionale fervido e prolifico.

E da lì che parte una storia lunga e meticolosa, mai stanca di lavorare su di sé, che produrrà molti frutti; frutti su cui ancora si lavora per approfondirne i sensi ed i contorni.

La storia di Beatrice, mantiene dunque il carattere della individualità e, nello stesso tempo, della universalità. Sia perché è strettamente connessa al cammino delle donne di tutto il mondo che, negli anni 70, pretesero ed ottennero significativi cambiamenti che modificarono costumi e regole dell’agire femminile, sia perché si consuma tutto dentro un corpo ed una sensibilità che, da personale, si fa condivisa, trasmessa di donna in donna e, chissà quanto, di madre in figlia. Ma questa della interruzione generazionale della lotta identitaria, è un altro discorso. Un discorso che attiene all’abbandono delle buone pratiche di autocoscienza, che per lungo tempo hanno consentito alle amiche di non accettare pedissequamente il modello espressivo dominante, proposto/imposto dagli uomini di turno. Testimonianza ne sono le giovanissime generazioni (cresciute nel ventennio berlusconiano, dai cui dettami ancora fatichiamo a liberarci): ragazzine dal corpo prematuramente sessualizzato e offerto alla loro comunità di coetanei come appetibile (e “liberamente” esposto) oggetto di consumo. Quanto sia esposto liberamente, poi, è ovviamente da valutare e, probabilmente, da confutare; considerando gli indugi e le dolorose insicurezze di cui sono vittime ragazzine e donne di ogni età, costrette ad aderire a modelli fisici e sociali, che spesso sfociano in malesseri esistenziali, e vere e proprie malattie, come ad esempio l’anoressia.

Già perché è proprio su quella splendida parola, “liberamente” (che la proposta massmediatica ha fatto diventare falsa), che si poggia la nuova sudditanza femminile.

Le premesse da cui parte Beatrice, possono non essere di immediata comprensione per chi (come la maggioranza dei lettori) ha scarsa dimestichezza con gli studi e le ricerche della riflessione femminile. Studi che negli anni hanno prodotto una discreta mole di volumi e di pensiero ma che, a mio avviso, hanno avuto scarsissima capacità di divulgazione, proprio in quei ceti che ne avrebbero sentito maggiormente il bisogno. Come se non fosse mai possibile semplificare sé stessi per rivolgersi ad un mondo ignorante e in discreto stato di malessere, perché distante e a digiuno di analisi considerate di cospicua importanza; in una sorta di superbia intellettuale che personalmente guardo con sfavore.

Il concetto di Differenza che ho citato in precedenza, ne è un fulgido esempio. Da stella polare di una matura forma di pensiero, a principio sconosciuto alla stragrande maggioranza delle giovani generazioni di donne.

Noi semplificheremo le parole chiave che orientano la ricerca femminile, nell’intervista che chiude il libro.

Per il momento limitiamoci a nominare quel Neutro, inteso come zona in cui buona parte della sensibilità femminile è confluita, a discapito della diversità che dovrebbe invece contrassegnarla. Un Neutro che è affiancamento al pensiero maschile e patriarcale, e soprattutto rinuncia ad una preziosissima parte di sé.

Quella parte che, nella sua storia avventurosa, Beatrice si è ripresa con forza, invertendo la rotta della sua vita.

È uno dei motivi per cui non la si comprende al primo istante, giacché il rifiuto del ruolo che una persona esercita nella sua esistenza, è altra cosa rispetto all’accettazione della persona stessa, con cui lei felicemente convive, ormai abitata da uno sguardo interiore che si fa differenza e consapevolezza, autonomia di giudizio e infine pacificazione.

Inoltriamoci nella lettura del testo, dunque. Ascoltando la sua storia come se fossimo tra di noi vicine, intorno al fuoco, in una notte stellata.