I bambini senza Ius soli

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Alle 4 del pomeriggio i bambini arrivano sorridenti. Le loro mamme, con il velo scuro sul capo e gli abiti che nulla concedono alla vanità occidentale, restano pochi passi indietro.

Le mani sono impegnate da trolley colmi di libri, mentre gesticolando ricordano ai figli di attraversare con prudenza.

Ne arrivano quattro, poi due, poi di nuovo quattro, fino a quando le tre grandi stanze di una delle più antiche chiese nel centro della città di Foggia, non diventano classi piene di scolari e sono pronte ad iniziare.

Gli ambienti sono luminosi e capienti. Al centro enormi tavoli che ospitano diverse funzioni d’uso: catechismo, gruppi di preghiera, scuole di comunità, luoghi di incontro e di ascolto. 

Tutti si avvicendano ordinatamente. 

Alle quattro, però, quei grandi spazi luminosi sono solo loro: dei bambini. Deliziosi bambini di religione musulmana che i genitori, attraverso l’attenzione allo studio e la partecipazione scolastica, cercano di integrare ed emancipare in direzione di un destino migliore. Proprio come l’istinto umano vuole che ogni genitore faccia.

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Eccoli dunque qui, i piccoli al loro doposcuola. Alcuni sono ambiziosi, altri svogliati, rapidi o lenti. Se terminano in anticipo sanno che potranno giocare, e quegli svaghi semplici, in compagnia delle volontarie della chiesa, a loro piacciono davvero moltissimo.

Colpiscono per bellezza e candore, questi piccoli che stanno a metà tra due culture. A differenze delle madri, indossano abiti occidentali con stampe dei personaggi preferiti: supereroi, cartoni, fate e guerrieri, soprattutto americani. I loro consumi televisivi, sono gli stessi di ogni coetaneo che risieda in Europa. E per quelle che sono le piccole scelte alla loro portata, ne sembrano appassionati. Il cibo, almeno quello che si portano dietro per merenda, è lo stesso. E guardando i loro visi aperti e affettuosi, le loro braccia pronte ad abbracciare, le loro voci scherzose, mentre con la penna scrivono i compiti e con gli occhietti si distraggono verso mondi fantastici, non si può non vederli per quello che sono. O forse, saranno: individui permeati dagli influssi di due mondi che per alcuni non possono, e non devono, vivere insieme.

Eppure è proprio l’archetipo simbolico della differenza che li ospita. Quella chiesa che alcuni vorrebbero avversa e che invece, con semplicità e dedizione, pianta ogni giorno un seme buono, portatore di pace, nel cuore degli scolari e delle loro famiglie. Ed è importante, perché per la duplicità di sguardo a cui questi piccoli sono destinati, è prezioso che i conti tornino. E che di fronte all’odio di cui si parla in tv, loro possano rispondere con un’esperienza differente. Un’esperienza che ha i nomi e i volti delle donne che da tempo li seguono e che dopo avere lasciato il grande al liceo, si fanno carico del fratellino, che ha bisogno dello stesso aiuto.

“Maestra”, chiamano i piccoli chiunque si sieda a loro fianco. Maestre d’elezione sono le donne che parlano con le famiglie musulmane, riferendo miglioramenti e marachelle. 

Le ore a disposizione per il doposcuola sono due. Dalle 16 alle 18, tutti i giorni. Le volontarie seguono un paio di piccoli a testa. C’è chi declama la biografia di D’Annunzio, chi tira somme ed addizioni utilizzando le tabelline, e chi cerca di tenere a mente le sdrucciole e le bisdrucciole, in uno studio accurato della lingua italiana che renderà i figli linguisticamente più sapienti dei padri. Così come vuole la storia di ogni migrante.

C’è la chiesa dei potenti che abita in sontuosi palazzi e pontifica sentenze. E poi c’è la chiesa della gente, quella che ospita e accoglie. Una chiesa soprattutto femminile, che in silenzio e con costanza, tiene viva la fiammella del dialogo e del bene in una delle città più difficili dello stivale. Una terra assediata da quella micro e macro criminalità battezzata Quarta mafia, dove l’arroganza e l’abitudine al sopruso la fanno da padrone.

È questa chiesa che (insieme alla scuola e ad altri corpi intermedi dello Stato) con la gratuità del suo impegno mostra chiaramente quanto siano italiani questi bambini a cui non si vuol concedere la cittadinanza.

Una chiesa che, in fatto di ius soli, è più moderna e allineata con la legislazione europea di quanto non siano la politica e le istituzioni nazionali.

A Foggia, così come altrove, è nelle stanze spoglie delle parrocchie, brulicanti di umanità, che si fa un lavoro prezioso e sobrio che nessuno vede. 

Il corpo di questi bambini è un campo di battaglia tra culture differenti. Guardiamo l’allegria delle piccole e le immaginiamo con il velo, tra le amiche con cui prima erano uguali.

Mostrare che la realtà dello stare insieme va oltre la narrazione televisiva e i veleni della politica, e che di fianco al conflitto risiede sempre (nell’ombra) la possibilità di affezione, è una leva per costruire un mondo migliore. 

Chiese come questa sono un osservatorio ed un avamposto, luoghi con un potenziale di trasformazione da cui informarsi, per sapere davvero come vanno le piccole cose delle piccole vite.