Pet Semetary. O i segreti del residente

382

A quale segreto spirito del luogo può avere accesso un uomo che decide di abitare per sempre in un solo posto? 

Ci sono misteri la cui “conoscenza” è consentita solo ai vecchi residenti? 

A quelli che non hanno mai sognato di scappare altrove e guardano il cielo con occhi profondi che scrutano la notte, sorseggiando un paio di birre, seduti comodi in tipiche verande americane.

È un personaggio davvero perfetto quello di Judson Crandall, nato dalla prolifica penna di Stephen King. Crandall è un anziano uomo americano che con la forza apparentemente innaturale del suo corpo, insospettisce Louis Creed insieme al lettore. 

Cosa nasconderà la muscolatura delle sue gambe? 

A quale oscura fonte berrà per conservare intatto il dinamismo che gli consente di percorrere sentieri impervi nelle notti più buie? 

E poi, la sua è una fonte che riguarda la sapienza o la resurrezione?

Il buon Jud fa mostra di sé sin dalle prime pagine del voluminoso Pet Semetary, e nella porta spalancata all’amicizia per il suo vicino, c’è un secondo ingresso che si apre per accogliere noi, lettori curiosi e un pochino intimoriti, che in un batter d’occhio siamo seduti in veranda con Jusdon e Louis, mentre i camion che sfrecciano nella notte e dividono le rispettive case, mettono i brividi, come se anche noi potessimo ascoltarne il rombo assordante che non fa presagire nulla di buono.

“A volte è meglio essere morti”, è il sottotitolo di questo classico della letteratura horror. E solo andando avanti con le pagine si comprende che si, alla possibilità ammaliante della resurrezione, è opportuno rispondere con la scelta irreversibile della morte, con tanto di disperazione o quieta rassegnazione che ne segue.

Ed ecco che Jud come un novello Caronte propone a Lois una passeggiata “scomoda” verso il luogo del mistero. 

È un cammino “in salita” a cui il quarantenne Louis giunge con l’affanno che è metafora della fatica a cui si va incontro mentre si sfondano i limiti della conoscenza umana. 

L’anziano Jud, al contrario, lo precede con passo rapido e leggero. Non è stanco, non ha bisogno di pause durante il percorso, sa tutto del luogo e sceglie la bambina del nuovo amico come spettatrice prediletta a cui indicare le piccole tombe di animali, di cui minuscole mani di fanciulli (a suo dire) si prendono cura con amore.

I limiti della conoscenza iniziano a dilatarsi da qui, mentre la scarsissima confidenza con l’ignoto confonde Louis, impedendogli di distinguere chi e in che modo, tra gli aiuti, gli dona anche buoni consigli. Umanamente sbaglia, allontana la paura di sogni ammonitori solo perché spaventosi, e si infila in uno spavento ancora più grande, commettendo gli errori che qualcuno (o qualcosa) gli suggeriva di non fare.

La verità è che da un certo tipo di mistero (non sappiamo se solo in questo horror) non si può essere altro che dominati, e che negli inviti a percorrerlo, solo di rado (o forse mai), c’è un buon amico che vuole aiutarti. Ed è proprio li, in quell’ignoto di cui il demonio è incontrastato padrone, che altri uomini (nelle sue mani meri strumenti) provano a condurti.

Dunque i personaggi non sono solo quelli che appaiono. 

In Pet Semetary non ci sono solo i due uomini, con la loro amicizia maschile che appare subitanea e bellissima. Non ci sono solo le compiacenti mogli e i bambini della più giovane delle famiglie. Poco contano i colleghi o i ragazzi irrequieti che popolano gli uffici scolastici di Louis. 

Il personaggio invisibile, o meglio il vero protagonista, è il demonio, il Wendigo: un’entità invisibile che cerca corpi umani per passare oltre, per tornare in vita, in un via vai di ingressi, uscite e dimensioni parallele che se conducono i vivi alla più fosca delle pazzie, consentono a lui un ritorno in scena per la cui realizzazione lavora di continuo e nell’ombra.

C’è da dire che le donne di King capiscono prima degli uomini. Posseggono intuito, visionarietà e sapienza che cercano una strada, ma che in questo caso restano inascoltati.

Inascoltata sarà la bambina, inascoltata sarà la moglie, mentre (come spesso accade) l’insofferenza di Rachel verso le ripercussioni di una gita che avrebbe devastato il suo nucleo familiare, viene prontamente bollata come trauma infantile legato ad una brutta esperienza mai superata del tutto. 

Rachel non ha padronanza della morte, dicono. Una morte che lui, Louis Creed, medico pragmatico dall’equilibrio assai solido, è sicuro di saper maneggiare con disinvoltura, arricchito da un bagaglio di saperi scientifici infinitamente maggiori di quelli della delicata e vulnerabile moglie.

Naturalmente non sarà così.

Si scoprirà presto che quella maschile non è altro che ingenuità, miope istinto, inadeguatezza. Tratti del tutto opposti alla personalità di lei, alla sua familiarità con la vita interiore, al suo intuito ereditato ancor più fortemente dalla bambina, forse perché puro, non contaminato da stereotipi e modelli sociali.

La verità viene presagita prima dalla madre e poi dalla figlia, che si fidano l’una della visione dell’altra e custodiscono intatto un germe di verità che, se fosse stata ascoltata, autorizzata e non confinata al rango di banalissimo trauma psicologico, avrebbe condotto ognuno fuori dai guai; e la più classica e felice delle famigliole americane, sui cui accenti amorosi e complici Stephen King pone volutamente gli accenti, con tanto di camini accesi e alberi di Natale, si sarebbe salvata.

Ma quello che resta dentro più di ogni cosa in questo horror del 1983, è la frase che risuona in ogni piega della storia. «Oggi ci si sposta molto di più di quanto si usasse fare quand’ero ragazzo io. Allora sceglievi un posto e ci rimanevi», è la frase Judson Crandall. Ed è questa residenza unica per una vita intera, che aguzza lo sguardo e apre le porte al mistero, allo svelarsi dello spirito del luogo che in Pet Semetary sembra stare a pochissimi passi (in salita) da casa.