Fase due e persuasori che dovrebbero essere meno occulti

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Per convincerci a stare a casa è stata usata ogni persona che avesse un target di riferimento, in una sorta di propaganda globale, dolce e perfetta.
I conduttori hanno parlato dagli schermi della tv, i comici lo hanno detto mentre ci facevano sorridere, gli influencer lo hanno ripetuto dai loro canali, i pubblicitari lo hanno illustrato mentre vendevano i prodotti dei loro clienti.
E così il sistema, coerente e univoco, ci è riuscito, e noi italiani siamo stati bravissimi nella Fase uno.
Quello che serve ora, nella Fase due (e poi di certo nella 3) è lo stesso dispiego di forze per una inversione dei modelli sociali.

Intendo dire che mi piacerebbe se gli stessi media, comici, influencer e pubblicitari sapessero indicarci un modo nuovo di stare al mondo. Perché se pensiamo di poter essere quelli di prima, abbiamo sbagliato di grosso e non avremo un futuro tanto sereno.

Dal ventennio berlusconiano in poi ci hanno cambiati, ci hanno insegnato il valore dell’apparenza, indicato come un disvalore la parsimonia; ci hanno convinti che tutti meritiamo tutto, senza dover sacrificare nulla in cambio, e che dobbiamo essere egoisti, avidi, professionisti nel consumismo e del godimento.

Ora.
Ora questo fatto dovrebbe cambiare.
Dobbiamo tornare ad assomigliare a quello che eravamo decenni prima di questo: gente che accetta la propria faccia senza volerne cancellare i segni, amici meno esigenti, che sanno stare bene anche con poco.
Personalmente mi piace il mio armadio quando è semivuoto, arioso, quando posso vedere quello che c’è dentro, e dentro c’è solo quello che mi serve. Non capita spesso, come per tutti noi, ma quando capita è bello e provo un senso di ordine profondo.

Da ragazzina amavo un jeans e buttarlo via era una specie di lutto, tanto che mia madre mi prendeva in giro quando le spiegavo che stavo vivendo un rapporto di amore o con questo o quel capo.
Sto semplificando? Si.
Ma è da qualcosa di più semplice che dobbiamo partire. Quel qualcosa che alcuni di noi hanno già sperimentato nelle lunghe settimane di quarantena.
La lentezza, il risparmio, l’amicizia vera, l’indifferenza verso le apparenze, lo spogliarsi delle convenzioni imposte nella riconquista di un piccolo luogo di libertà personale da curare più e meglio di prima. Un luogo che è la casa e il proprio cuore a riposo (nel profondo rispetto dei morti, del personale medico e di una classe politica al lavoro).

Essere più semplici può sembrare banale e antico, fuori moda (appunto). In realtà significa distaccarsi dal consumismo, smetterla di favorire un mercato che ci vuole inquieti, insoddisfatti, uomini e donne che risolvono con le cose il disagio, e che solo con le cose trovano ruoli (effimeri) e sicurezze. 
Con le cose e con la fretta, in un ritmo rapidissimo che se non lo hai, basta lui da solo a farti sentire un outsider.

Dopo che ci è stato insegnato a restare a casa, ci dovrebbero ora insegnare ad essere diversi.
Penso ad una rieducazione delle coscienze che sa di propaganda allo stile dei cinesi? Un po’ forse si…anche…perchè no? Tanto una propaganda invisibile l’abbiamo già anche noi: quella che ci insegna ad essere consumatori perfetti, schiavi di un non riconosciuto feticismo della marca.

Vorrei che ora ci insegnassero ad essere ecologici, tecnologici, capaci di distinguere l’essenziale dal superfluo, oltre che inclini a ringraziare per il mondo che ci è stato donato.
Sarebbe bello se la quarantena ci lasciasse dei segni, e che fossero questi.
So che la vita non è la stessa per tutti e che il mio è il discorso di una privilegiata che una casa ce l’ha e ci è potuta stare dentro. Ma tant’é; sono una, non posso parlare per tutti…