Solo Mia. Il carcere delle donne

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ph, L'Immediato. La presentazione del libro "Solo Mia" alla Libreria Ubik di Foggia. A destra l'autrice, Annalisa Graziano

Il titolo, “Solo mia”, è la perfetta sintesi di due sentimenti che si fronteggiano e talvolta si abbracciano. Due sentimenti che potrebbero coesistere in un delizioso gioco d’amore o al contrario darsi battaglia.

Il titolo è una sliding doors che mette a fuoco due possibili vite, due rivendicazioni, due opposti modi di tenersi vicini con amore o annientarsi con la follia ed il sangue. 

“Solo mia”,

pretende l’uomo dalla donna al suo fianco.

“Solo mia”,

ripete a sé stessa la donna, dopo anni di restrizioni e violenze.

Il titolo è dunque una bandiera, un monito da tenere presente, la messa a fuoco di un vezzo che può diventare una gabbia, imprigionando le donne in un’altalena di sentimenti complessi da decifrare, perché sentirsi depositarie di un desiderio maschile forte ed esclusivo, storicamente ci responsabilizza e ci mette in mano le redini di un lavoro di cura dell’altro che, talvolta, dovrebbe invertirsi in difesa personale.

E “Solo mia” è soprattutto la protagonista del secondo libro di Annalisa Graziano, edizioni La Meridiana, presentato nel pomeriggio di ieri alla Ubik di Foggia, che con questo primo sold out apre la stagione autunnale.

Il libro si chiama, appunto, ‘Solo Mia’, e quel dominio, quella occupazione del corpo, quella rivendicazione di proprietà di una vita e di un’anima, nutre molte storie di femminicidio e di maltrattamenti, che incominciano con l’uomo che tra i baci lo sussurra, e finiscono con quello stesso uomo che, tra le botte, lo pretende. Nel caso di Annalisa Graziano questa pretesa maschile diventa conquista femminile, quando dopo anni di sofferenza il suo personaggio più caro, quello che suscita le sue lacrime più di una volta durante la presentazione, glielo scrive con lucidità e coraggio.

“Sono solo mia adesso, e non permetterò più a nessuno di farmi del male”, è la frase finale di una lettera ricevuta dall’autrice nella notte che ha preceduto la presentazione, firmata dal nome immaginario che la stessa Mia si è scelta per sé, non sappiamo quanto consapevole della potenza evocativa di quella piccola parola che ad ogni donna piace sentirsi ripetere e che a volte ripete, probabilmente ignara dei pericoli che in essa si annidano.

“Lei è solo mia”, è il pensiero malato da cui prendono forma, si fomentano e si auto giustificano le peggiori violenze maschili.

Nel titolo c’è dunque la sintesi di un percorso di vessazione e salvezza, ed il compendio delle tante ore di dolore a cui la Graziano ha prestato orecchio.

Ci sono le conversazioni in carcere, l’atto meraviglioso della fiducia tra donne, la presa in carico di vite che la scrittura in qualche modo ha contribuito a salvare, e poi gli incontri con altre esistenze indifferenti rispetto ad un’idea di salvezza, che hanno comunque ricevuto il dono di uno sguardo indulgente su di sé. Uno sguardo da cui un giorno potranno forse partire, ritrovandolo dentro il proprio stesso cuore. 

Già perché i pensieri governano le azioni e la scrittura bonifica e dischiude se racconta di te, mentre la solitudine lascia il posto a mille specchi che si fanno storia comune, in un richiamo a quella Storia Vivente su cui lavora la Comunità di Milano. Una comunità che, seppure ricerchi la biografia di chi scrive, mantiene con le narrazioni femminili un’assonanza di metodi che trasforma la rilettura dei fatti storici in documento vivente.

Il libro della Graziano riporta le storie di 5 detenute e di una vittima.

E a dispetto dell’angoscia e del dolore, lancia “un messaggio positivo, rivolto soprattutto a chi vive una situazione di sofferenza come quella delle donne del libro”, spiega la stessa autrice. “Mia oggi sta bene”, rassicura, “e nonostante gli abusi e le violenze sopportati già in giovanissima età, ha saputo scrivere per sé un futuro diverso”.

Al libro della Graziano hanno collaborato in tanti. Non alla stesura naturalmente, ma c’è tutto un mondo di operatori, associazioni, volontari, guardie penitenziarie, direttori e presidenti che lo hanno sostenuto: dall’associazione Impegno Donna di Foggia, soprattutto nelle persone di  Laura Ciapparelli e Daniela Cataudella, al CSV in cui l’autrice lavora; dal sostegno della Fondazione dei Monti Uniti, al direttore carcerario, alle educatrici e gli agenti penitenziari, dalla coordinatrice alle agenti della sezione femminile del carcere di Foggia, Giovanna Valentini, Mariella Affatato, e Debora, Antonella, Manuela, Lorenza e Vittoria.

La promessa del testo, oltre che nella partecipazione corale del mondo associativo, sta tutta nelle emozioni autentiche dell’autrice, che fanno di lei una testimone, che ha ascoltato, empatizzato e preso su di sé un grande volume di dolore, facendosene carico. 

Questa cura delle vite in prigione sottintendono una riduzione delle pene o una disapprovazione per l’istituzione carceraria? “Niente affatto”, spiega la Graziano. “La pena deve essere scontata perché decisa dalla legge. Ma è sul percorso carcerario che ho qualcosa da dire. Esso deve essere inteso come redenzione e riabilitazione, e alle detenute e ai detenuti che possono giovarne, devono essere concesse ore di lavoro all’esterno, che mantengano sveglia la loro idea di esterno e di sociale”.

A presentare l’incontro la giornalista Tatiana Bellizzi.