Il Treno dei bambini

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L’apparente semplicità che attraversa la storia di Amerigo Speranza, protagonista de “Il Treno dei bambini” di Viola Ardone, sta nel fatto che chi racconta è un piccolo di sette anni. Un bambino che vive nei bassi dei quartieri spagnoli e che, per aiutare la poverissima madre, di lavoro “fa le pezze”: raccoglie stracci che un amico di famiglia poi venderà al mercato.

Il linguaggio è dunque spoglio, caratterizzato da un uso arcaico del dialetto “dei nonni”, volutamente privo di profondità. Non si tratta di un romanzo che si fa notare per scelte stilistiche e richiami dotti, ma questo solo perché è il libro di Amerigo, il libro dell’innocenza che nella seconda parte diventa rimpianto, senso di colpa, amarezza e infine pacificazione.

È del bambino la voce che guarda e racconta, suoi gli occhi su una miseria riferita senza consapevolezza né giudizio. 

Amerigo è nato lì, i vicoli e le voci delle strade sono la sola realtà che conosce. Vive senza baci né sorrisi materni, apostrofato come la “mala erba che cresce”. Non ha orizzonti che vadano oltre i pochi metri quadri del suo miserabile basso. Almeno fino ai giorni precedenti il suo viaggio alla volta di Modena.

Quella che il libro racconta è una vicenda dell’Italia del dopoguerra, che vide il Pci e le donne dell’Udi (tra il 1946 e il 1952) impegnati ad organizzare affidi temporanei per bambini del meridione nelle famiglie emiliane.

I bambini raggiungevano quel binario pieni di dubbi ed insicurezze, con madri che, come dice la Ardone, non conoscevano le parole giuste per salutarli. Quello che trovarono, in particolar modo nelle terre dell’Emilia, fu un mondo del tutto diverso, che li accolse con una cura mai conosciuta fino ad allora.

Il romanzo narra quindi un fatto straordinario e mostra un’Italia diversa, con una spaccatura tra nord e sud maggiore di quella attuale. Una spaccatura determinata oltre che dalle differenti condizioni economiche, anche da una scarsissima conoscenza tra abitanti delle diverse regioni.

I bambini partono spaventati all’idea di poter diventare sapone, perché è quello che i comunisti fanno, diceva qualcuno nel vicolo. Partono e si trovano di fronte ad una società differente, ad una scuola che li valorizza, alla possibilità di coltivare addirittura interessi, a tavole imbandite e nuovi fratelli con cui familiarizzare.

Le dinamiche in atto naturalmente furono moltissime. La Ardone sceglie di concentrarsi su una separazione. Si perché ciò che viene donato prima di ogni altra cosa al piccolo Amerigo, è la consapevolezza. Quella consapevolezza benefica e maledetta che non gli consentirà più di guardare alla sua città e alle sue strade con l’innocenza dei mesi precedenti il viaggio. La consapevolezza dolorosa di essere irrimediabilmente spaccato a metà tra due mondi, due madri, due famiglie e due culture. Quelle di Antonietta e Derna, l’una di Napoli, l’altra di Modena.

La consapevolezza di Amerigo fa si che questo romanzo, oltre ad essere un’importante pagina di Storia del nostro paese, sia anche la descrizione della difficoltà ad accettare ciò che si aveva prima, dopo avere avuto di più.

Quanto l’amore può essere sacrificato di fronte alla realizzazione concreta dei nostri desideri? È davvero bello leggere di questo bambino impossibilitato ad accettare la sua vita precedente, sacrificando così anche l’amore materno?

I poveri perdono tutto, anche i figli. Soprattutto se ad essi viene data la possibilità di affacciarsi su un orizzonte migliore.

Dentro una vicenda straordinaria, dentro un corpus narrativo che parla di solidarietà, è custodita come un cuore la vita privata di una povera madre e del suo bambino. Una madre, Antonietta, che nessun treno aveva mai portato fuori dalla propria terra e quindi dalla miseria, e che per questo accetta di buon grado tutto ciò che la sorte ha in serbo per lei, compreso l’allontanamento degli uomini e dei figli. 

Si, è vero, Il Treno dei bambini racconta un’Italia diversa che ci tenne a ribadire la differenza tra miseria e solidarietà. Ma alla fine del romanzo resta nelle orecchie la voce di una delle figure marginali della storia, quella signora emiliana che ad un certo punto domanda se non sarebbe stato meglio aiutarli a casa loro, non i bambini da soli, ma insieme alle loro famiglie.

Detto questo la vicenda narrata descrive un’anima buona del nostro paese e ci spinge a desiderare una politica attenta alle voci più basse della gente, quelle che non hanno visibilità e neanche il giusto tono per essere ascoltate.

Come fare accoglienza oggi? Quest’azione della sinistra del dopoguerra resta lodevole, e in un certo senso ricorda i soggiorni per i bambini di Cernobyl, fatti allo scopo di riportarli in salute dopo il disastro nucleare.

Il romanzo della Ardone ha la potenza di un documento. Anche altri lavori fanno luce sullo stesso tema, “I Treni della felicità” di Giovanni Rinaldi e “Pasta nera” di Alessandro Piva.

A noi lettori resta da capire se quella di Amerigo e Antonietta è una bella o una brutta storia.