Big little lies: lo svantaggio di intuire (forse sbagliando) il finale

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Siamo al quarto episodio di Big Little Lies, splendida serie televisiva creata da David E. Kelley, basata sul romanzo “Piccole grandi bugie” di Liane Moriarty, e già ci sembra di intuire che Mary Louise, madre del violentissimo Perry, altri non sia che la maschera del figlio defunto. Una maschera rivisitata e corretta, oltre che molto più sofisticata, dell’originale: la matrice prima da cui tutto il male, in una torbida oscurità di cui presto saremo messi a conoscenza, ha preso vita.

Se così fosse, e se quindi Mary Louise si rivelasse la continua ideale del suo Perry, alzando lentamente il sipario sull’orrida scenografia familiare in cui è stata generata la tendenza al sopruso, poi piombato sulle loro vite, la seconda stagione sarebbe peggiore della precedente. E lo sarebbe perché la prima, la meravigliosa e perfetta prima stagione, non ci ha lasciato intuire per un solo istante cosa sarebbe accaduto dopo. E il dispiegarsi degli eventi, la festa su cui si apre la prima puntata e la stessa festa su cui si chiude l’ultima, ci ha trovato appassionati e vigili, del tutto impreparati a rispondere se ci avessero chiesto cosa sarebbe accaduto dopo.

La prima è stata una stagione perfetta per numerosi motivi. Uno di quelli che ci è piaciuto di più, è stato la rappresentazione del sommerso su cui si muovono (impreparate) le nostre vite. Certo, le vite dei protagonisti…ma anche le nostre, perché se una serie trionfa facendo incetta di premi, è perché in fondo narra una storia in cui noi spettatori possiamo riconoscerci come in uno specchio. Giacché solo al genio confidiamo le istanze noi tutti, come affermava don Giussani.

In Big Little Lies, la superficie delle cose è tra le più desiderabili e perfette e, soprattutto, normali. Mamme bellissime che portano a scuola i bambini della prima elementare, donne sui cui volti la vita sembra non aver lasciato alcun segno (ad eccezione di Jane, ovviamente), ville mozzafiato con vista sull’oceano, festicciole di compleanno organizzate come eventi grandiosi e riti di passaggio, sia per la forma che per l’eco interiore. Come se la grande quantità di denaro speso per la loro realizzazione, non fosse nulla rispetto al lutto (da elaborare con tanto di psicoterapia), causato dalla mancata partecipazione di qualche compagno. Certo, Amabella non viene portata dal medico, ma il semplice desiderio di farlo, resta uno degli indicatori che rivelano le scelte pedagogiche di alcune delle mamme di Monterey. 

In scena bambini falsamente protagonisti, su cui poco si posa lo sguardo della macchina da presa, se non per quanto di loro riferiscono i genitori. Bambini (alcuni bambini) probabilmente confusi dalle confuse attenzioni di alcuni adulti, sulla cui evoluzione esistenziale ci sarebbe molto da indagare, in una sequela di spin-off di cui si sente il bisogno solo nelle grandi opere, quelle che non esauriscono il loro potenziale narrativo, nonostante le numerose ore di girato.

In questa cornice che colpisce non tanto per il lusso e lo splendore, quanto per la scelta di quel segmento di vita che dovrebbe essere uno dei più stabili e rassicuranti, va in scena il sommerso. Un sottosuolo denso e infuocato, in cui si lavora su quasi tutti sentimenti umani.

Ma, non soffermiamoci sulla prima stagione, lo faremo un’altra volta.

Se l’abbiamo citata è solo per metterla a confronto con la seconda, che già dalla quarta puntata sembra farci intuire il finale.

Come spettatori, guardiamo l’elaborazione del gesto omicida, la complicità tra donne che, lungi dal sembrarci compiuta così come era sembrato, viene rimessa in discussione e, talora, perfino colpevolizzata.

E infine guardiamo lei, questa madre/nonna (madre 2 volte e quindi doppiamente potente) che si preannuncia come la personalità più interessante dell’intera stagione.

Una Maryl Streep che si insinua nella quotidianità tra donne con il volto familiare di nonna, e che invece (si capisce) riserverà sorprese che ci porteranno a comprendere da quale sorgente Perry abbia bevuto il male che lo ha reso abitato da ingovernabili demoni.

Vedremo come andrà. Ma se il finale sarà quello che oggi si profila all’orizzonte, la seconda stagione sarà sì gradevole, ma distante dalla prima che non è difficile definire un’opera perfetta.

Un altro punto alla quarta puntata della seconda stagione, ci sembra di notare. Il confronto tra azione e introspezione. Una sceneggiatura scritta mettendo al centro avvenimenti e fatti quella della prima, maggiormente indugiante sulla introspezione la seconda.

Un’introspezione che rischia di rallentare ritmi e tempi narrativi, a meno che non sia cucita per un finale sorprendente. Immaginiamo che la descrizione collettiva dei ricordi, e l’elaborazione comune dell’omicidio e del lutto, arriverà a toccare idealmente la vita interiore di Mary Louise, in un lavoro di scavo non dei fatti (come è stato per la prima stagione), ma dei guasti delle anime. Anime di donna che per qualche motivo sapranno magicamente congiungersi, o separarsi del tutto.

Cosi come tutto si è congiunto in un cerchio perfetto nella prima stagione. Staremo a vedere. A martedì sera…