Sanpa. La grande rimozione, il patriarcato e la droga.

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La nostra giovinezza scorre sugli schermi di Netflix. Sanpa l’ha storicizzata. Ha messo a tema quegli anni che sono stati i nostri.

E noi che c’eravamo, noi che eravamo ragazzi tra i ragazzi, e abbiamo visto coetanei sparire, gente bella trasformarsi in rottame e poi morire, guardando la tv sentiamo il desiderio che la narrazione di quei pericolosi anni continui, frugando nel privato delle famiglie, dentro le politiche sociali che avrebbero dovuto riguardarle, ricercando i sogni da cui erano partite le adolescenze dei ragazzi che in seguito diventarono tossicomani, quindi nullità. 

Sarebbe interessante ascoltare qualcosa in più sulle paure giovanili, su cosa sia significato essere adeguati negli anni 70, e su quella personalissima e spesso inspiegabile sensazione di marginalità che tenne insieme classi sociali molto diverse tra loro. Rampolli di buona famiglia, ragazzi di periferia, studenti, operai, disoccupati, hippy, «tutti in fila per una sola dose», come ricorda uno dei protagonisti della docu-serie Walter Delogu.

Sarebbe utile capire quanto e se la droga sia servita a qualcun altro, oltre che alla criminalità che ne riempì le piazze; approfondire il potere di plagio dei miti di ogni tempo: dai musicisti maledetti spesso morti di overdose, agli scrittori di strada.

Piacerebbe analizzare il motivo per cui la società incline all’auto-distruzione personale abbia ceduto il passo a quella della performance. E comprendere quanto le droghe, che girano in un particolare periodo storico, influenzano modelli e relazioni. Curioso sarebbe seguire il cammino delle sostanze, i cambiamenti nel loro consumo, valutare se condizionano i modelli sociali o ne sono la conseguenza.

Gli stupefacenti esistono dalla notte dei tempi e se lo scrittore Carlos Castaneda ne ha fatto un’esperienza preziosa per i suoi meravigliosi libri, lo stesso non può dirsi per chi dai suoi stessi allucinogeni si è lasciato rovinare. 

La roba: realtà aumentata per la sensibilità di alcuni artisti e passo ultimo per nuovi disperati.

Dalla visione di Sanpa dovrebbe derivare una riflessione riguardo agli anni in cui viviamo.

Dai sogni della marijuana, che conservano il volto iconico dei figli dei fiori, alla dipendenza rapidissima dei prodotti chimici di cui racconta Breaking bad, cosa è accaduto? Possono le droghe e il loro consumo essere un modo per interpretare le giovinezze e le loro grandi e minuscole speranze?

Segui il denaro, dicono alcuni. Segui le droghe. Avrai identica visuale di un mondo che cambia.

Di fronte a Sanpa siamo stati male. Soprattutto allo scoglio della prima puntata. I volti dei tossici, il fango della comunità ai suoi esordi, i corpi di quegli zombi dagli occhi pieni di niente.

Si inizia con il titolo di testa che recita: “Italia. Fine anni 70. La mafia sta inondando le strade di eroina”.

Dopo poco una delle ex-ospiti della struttura, Antonella De Stefani, intervistata, racconta di essere stata una studentessa impegnata nella politica di sinistra. Descrive la grande voglia di partecipazione di quel tempo, la straordinaria energia che portava con sé, e poi gli anni di piombo, le sparatorie, gli attentati, la gigantesca ondata di droga che «non a caso» cominciò a girare nelle strade.

Dopo di lei Fabio Mini, ex tossico ed ex ospite di San Patrignano, ritorna sulla stessa “ondata di eroina, arrivata per addormentare i sogni, proprio nel momento delle rivolte e delle contestazioni studentesche”.

Se avesse scelto di soffermarsi su quel “non a caso” e sulla volontà di “addormentare i sogni” di chi in piazza faceva troppo casino, Sanpa sarebbe potuta essere un’inchiesta. “Sull’immobilismo dello Stato” ad esempio, quello denunciato dallo stesso Muccioli. Sulla “demagogia”, sulle “programmazioni mai attuate”. La storia di quella gioventù ribelle e ingovernabile che ha poi incontrato l’eroina è stata orchestrata da qualcuno? I dettagli delle prime parole di De Stefani e Mini sembrano suggerirlo: evocano una volontà politica di sedare gli animi e una compiacente indifferenza degli organi dello Stato. Ma chissà..

Sarebbe stato bello se Sanpa avesse raccontato le luci, oltre che le ombre, del metodo San Patrignano, diventato un faro per alcune comunità europee. E se ci avesse spiegato meglio in cosa consisteva il carisma incarnato da Muccioli. Il carisma di un patriarca che rimette al centro il tema di un modello familiare e sociale (quello del patriarcato appunto) che nella emergenza e sui grandi numeri ha funzionato.

Se lo avesse fatto, Sanpa sarebbe stato un lavoro pedagogico, una ricerca scientifica da studiare per prevenire e affrontare il tema delle dipendenze.

Sanpa è dunque una miniera da cui sono state prelevate solo alcune gemme. Gemme sporche, ovvio, ma spunti preziosi per analizzare e intervenire sul nostro tempo.

Non sappiamo se Sanpa volesse scandalizzare, dividere, oppure cercare la verità. I prodotti televisivi hanno le loro regole. E sebbene le ombre siano state preferite alle luci nella descrizione di un gigante come Muccioli, a queste ombre resta l’indiscusso merito di avere creato un dibattito su un tema che molti hanno preferito dimenticare.

Del resto il chiaroscuro è il colore dei fatti, e a questa idea di narrazione ci siamo abituati. Al di là dei suoi limiti la docu-serie può diventare una porta da aprire insieme, per riscrivere gli anni di una giovinezza condivisa.