La manciata di vita catturata dai racconti di Massimo Fragassi

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I racconti di Massimo Fragassi sono minuscoli e delicati. Sono corti eppure intensissimi. Fermano gli istanti che descrivono con nobile profondità, per una prosa che si fa poesia e che, di tanto in tanto, ruba a scrittori della contemporaneità (come Andrea De Carlo ad esempio) quell’immediata familiarità con personaggi e luoghi dentro cui, dopo poche righe di lettura, Fragassi ti fa ritrovare. E tu senza accorgerti sei lì, accanto a lui, a respirare lo stesso fiato e domandarti «quanto avara possa essere la vita quando cerchi di chiuderne nel pugno destro una manciata». 

Quella stessa manciata di vita che è materia prima delle sue storie: narrazione di istanti che mentre vengono descritti acquistano luce e donano consapevolezza al lettore, perché gli abbandoni, i viaggi, le perdite premature sono le stesse per ogni uomo. Un dettaglio che rende universali e trasversali le piccole grandi emozioni che l’autore descrive.

La manciata di vita che Fragassi racconta è uno specchio chiaro in cui guardarsi. Una lente di ingrandimento in cui la realtà aumentata attiene all’anima e ai luoghi inesplorati a cui i minuti fatti della vita di ogni giorno conducono. Fatti normali, comuni, banali, eppure significanti e trasformativi per le biografie di ogni uomo.

Le descrizioni dei fenomeni naturali sono colme di poesia, talmente amplificate e lentissime che viene da domandarsi da quale osservatorio lo scrittore stia guardando. Lo immaginiamo silente, al tavolino di un bar o dietro i vetri di una stanza solitaria, mentre vede e sente, avverte un mondo che descrive con una sapienza che ruba qualcosa ai classici, giacché coltiva un modello di attenzione a cui la velocità narrativa contemporanea ci ha disabituati. 

Fatto sta che quell’osservatorio maschile di Fragassi rende gradita la lettura. Ed è interessante penetrare una scrittura di uomo che coglie la bellezza della natura e la profondità del cuore in un modello di genere del tutto opposto a quello muscoloso e virile propagandato in tv.

Concentriamoci ora sul parallelo tra la pioggia e l’amore nascosto dentro il bellissimo “Le parole per dirlo”. Immaginiamo insieme all’autore quella prima goccia che cade e che precede la pioggia, e impariamo qualcosa delle nostre vite, le cui emozioni vengono mosse per caso da un dio annoiato che impiega capricciosamente il suo tempo.

Il vento muove i “cirri arrampicati all’orizzonte” (quelli che la nostra gente chiamava i rusciulavìnt), con lo stesso moto con cui un Dio soffia sui petali delle nostre vite.

Gli strascichi d’argento raggiungono le case e i nostri amori esplodono e si fanno maturi, vibranti, inesperti. Il primo battito che pulsa come la prima goccia: e fu pioggia, e fu amore.

Cosa siamo noi? Forse solo petali di un fiore su cui un dio distratto soffia. Quanta casualità dimora nelle nostre esperienze? Una casualità che toglie linfa agli amori con la stessa mancanza di motivi chiari per cui erano incominciati, e che dopo la disgiunzione dei cuori costringe ancora a un viaggio, a una partenza.

Nel bagliore che precede il tuono c’è la metafora della consapevolezza che arriva, del coraggio che ci arma. La consapevolezza di un amore che finisce, mentre lei, rimane bellissima e assopita, come un angelo che nasconda le ali, e che già da solo potrebbe fuggire.

In Fragassi, di frequente, tra le righe, compaiono brevi riflessioni sul senso della vita: insegnamenti su ciò che si è imparato, consuetudini ricorrenti che interpretano l’esistenza.

I colori che segnano l’alternarsi delle stagioni, i minuti che precedono la partenza, la fine di un amore. Spesso ogni cosa tradisce la promessa a cui ha diritto un uomo, mentre nel contempo la rinnova. Il sipario si apre ad una nuova storia, ad un altro capriccio su cui il Dio annoiato sta soffiando per noi. 

E in quegli istanti di passaggio tra un’inattesa fine e un ignoto inizio, l’uomo di Fragassi resta equidistante da ogni dolore, dubbio o colpa. Registra lo sbiadirsi delle cose, lo smorzarsi dei colori, lo sguardo su una realtà che diventa in bianco e nero. E lo fa senza dolo, senza macchia, parzialmente preparato ad uno scenario che deve mutare e che, per farlo, arresterà la sorgente che era stata parte preziosa dell’esistenza. 

Interessante la descrizione del bianco e nero che non riduce ma trasforma, come in un prendere fiato per ricominciare.

Le parole necessarie alla fine di un amore sono come una lama: temute e poi usate con vigore. Averne paura e poi recidere forte per sentirsi forte. Chi di noi non è stato inconsapevolmente dentro questa duplicità di sentimento che molto dice riguardo il bene e il male che abitano ogni uomo?

Fragassi dà consapevolezza e luce a ciò che quotidianamente ci scivola addosso, ad istanti a cui sovente non facciamo caso. Regala vita a ciò che non si nota, proponendo di osservare ciò che ci attraversa involontariamente. Proprio quando accettiamo le cose così come sono.

Le emozioni che ci portano a scegliere non hanno un perché. L’insensatezza che accompagna la fine di una storia non risponde a nessuna delle nostre domande, collegata com’è ai capricci del dio che manda l’amore con la stessa casualità con cui manda la pioggia.

Pioggia e poi sole. Giunge la brezza, arriva il coraggio. Perché ogni uomo ha diritto a una promessa. La stessa a cui hanno diritto i suoi piccoli preziosi racconti.

(I racconti sono pubblicati su Bonculture)