STORIA DELLA FAME

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Nessuno seppe mai da dove arrivasse, néi motivi che la tenevano in vita. Era una Fame, la cui storia era complessa e aveva attraversato i secoli.

Aveva significato qualcosa di diverso quando era nata.

Era stata violenta. Era stata cattiva. Ma aveva spinto all’azione, alla guerra, alla gerarchia interna, e al bisogno di organizzarsi intorno a un capo.

Era un’anima viva che scaldava i cuori e illuminava le menti. Era la rotta della battaglia. Era il discrimine tra il bene e il male. Divideva il mondo come una regina. Era il credo prioritario e il suo motore universale.

Successe poi che nel Fuoco gli uomini inventarono fantasmi. Nacque l’Etica e i mostri sentinella che ne pretendevano il rispetto.

Nello sguardo al Fuoco nasceva l’immaginario condiviso, e l’universo simbolico che lo teneva insieme.

Le persone stavano tutte lì. Erano sedute a terra intorno al Fuoco. E in quel linguaggio fiorente, in quella fantasia liberata, inventarono divinità.

Si costruì un passato nuovo, da cui partire per andare in avanti. Furono partoriti i padri, fondatori di un mondo che avrebbe dovuto appartenere agli uomini. Un mondo ricco di simboli e di segni, in cui ogni radice d’albero e ogni tuono conteneva una leggenda.

Nella Fame e nel Fuoco prendevano forma i due desideri che danno la vita. La visione della conquista, l’impellenza del sogno e la preveggenza della comunità che cresceva, unita e stabile, sulle rive di un fiume dalle cui acque si sarebbero dovuti irrigare i campi.

Le divinità inventate nel bagliore del fuoco avevano coltelli e indossavano armature, custodivano le case e nutrivano passioni. Erano capricciose e instabili, abusavano della loro potenza, prendevano tutto e si mescolavano agli uomini. Usavano le loro donne e talvolta se ne invaghivano. Giustificavano guerre, autorizzavano conquiste, coltivavano bellezza.

Nel baluginio del Fuoco gli uomini inventavano i padri e partorivano sé stessi.

Contemplavano la possibilità che i loro confini fossero superati. Giustificavano la debolezza. Idolatravano l’arroganza. E costruivano ciò che era già scritto sarebbe stato per loro. 

Era una terra popolata da uomini, che sottomisero le donne e occultarono i loro saperi.

Perché l’uomo è la sua Fame e il suo Fuoco, i suoi bisogni e le sue visioni. È con queste che cammina. E il legame tra queste due forze primordiali resta inscindibile e misterioso, indissolubilmente connesso.

Esse stanno tra loro come due vasi che contengano la stessa quantità di acqua.

Esse stanno tra loro in un rapporto misterico, che consolida l’una laddove svanisca l’altra.

Esse stanno tra loro come un equilibrio che deve restare perfetto. Un equilibrio che, se rotto, incattivisce l’una e depotenzia l’altro.

È da questa rottura che arriva il bisogno del pieno. Ed è da qui che la Fame scompensata, la Fame senza la potenza del Fuoco e del suo sogno, prende a nutrirsi di sé, senza appetito, né voglie. Bulimica. Tramutandosi in potenza mortifera, senza desideri da cui partire per costruire mondi.

La fame, se assume la potenza del Fuoco, la Fame senza il Fuoco, diventa regina cattiva e protagonista indiscussa. Divora ogni cosa in un moto senza cuore. Agisce senza sogni e vive di sé. Mangia ogni cosa, stordendo sé stessa per sentirne il peso.

La fame senza il Fuoco è un dinamismo maledetto, che incenerisce creature e guasta le donne.

Il Fuoco, se fatto prigioniero, viene addomesticato, depotenziato, è assente, svanito, senza più ruolo nell’immaginario umano. Lui che aveva dato vita a tutto, lui che nelle sue fiamme aveva mostrato la visione del futuro e tracce di quel passato interpretato, da cui si sarebbe potuti partire. Lui che abitava il centro della coscienza, dell’anima, del credo e della vita, lui semplicemente svaniva, sostituito da deserti e freddi, su cui non si sapeva vedere niente.

Quando sparisce il Fuoco è il dinamismo centrale dell’azione a scomparire, il subconscio, l’inconscio e tutti gli infiniti strati delle profondità umane.

Senza un Fuoco intorno a cui sognare e conoscersi, partorendo i padri, costruendo sé stessi, e inventando nuova vita, l’umanità perde potenza, ascolta altre storie e ne diventa schiava.

Storie degli schermi, storie dei padroni, storie di denaro e di perdita di senso, storie di natura e di impronte primordiali. Storie che non sono degli uomini, ma dell’Uomo. Uno e singolare. Il re. Quel re che ha preso il posto più grande, dentro ognuno di noi.

Prima della sua sparizione, man mano che il Fuoco diventava un braciere e poi un camino, ogni creatura immaginata cambiava la sua forma. Erano forme guerriere e armate quando si viveva nei campi, invitavano alla conquista e alla lotta, nelle notti senza luna, amavano il sangue e chiedevano sacrifici.

L’uomo intorno al Fuoco sognava i suoi sogni di guerriero. Ma quando il Fuoco divenne braciere, anche i miti divennero folletti. E quando si arrivò al riscaldamento ed alle case, ogni invenzione plurale era svanita.

Del Fuoco il re ne aveva fatto altro. Distribuendo immagini e visioni, la cui genesi, nessuno aveva condiviso, né prodotto, né contribuito ad inventare.

Tutti si accontentarono e la Fame fu solo del re. E cambiò faccia. Prese il posto d’onore e divenne la regina.

Solipsista, avida, capricciosa, invitava alla rassegnazione e alla rinuncia. Imprigionava gli uomini in comportamenti innaturali.

La Fame e il Fuoco si invertirono di posto. I sogni dell’una, diventarono i bisogni dell’altra, e nulla più esistette che assomigliasse a un desiderio.

Così. La Fame era di questo tipo e nessun Fuoco si ricordava di ardere.

La Fame, senza il baluginio del Fuoco, divenne il vizio e il male. La dimostrazione lampante dell’avidità del potere. Nella Fame c’era ogni fallimento. E il primo, l’ultimo e il decisivo passo che poi condusse alla rovina.

La storia della Fame è una storia plurale, che poi diventa singolare.

Una storia iniziata con fremiti e allegria, e terminata con inerzia fino al suo anelito mortale. Un anelito su cui la cattiva Fame non toglie mai gli occhi di dosso, facendo molti schiavi.

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