VENERDÌ

164

Il suo venerdì mattina è cominciato con l’istinto fulmineo di gettare via i sogni. Sono tanti, confusi e per lo più inquietanti, così non vuole conservarli più a mente.

Fino a un paio di mesi fa li curava come fossero bambini. Apriva gli occhi e li passava in rassegna, sforzandosi di mettere in ordine i particolari.
Ci pensava su, a volte erano belli, ma il più delle volte spaventosi. Immaginava che guardandoli li avrebbe capiti e capendoli li avrebbe dimenticati. Era certo che, iniziando dall’incubo, la matrice originaria della sua serenità sarebbe gradualmente emersa e lui col tempo avrebbe fatto pace con ciò che lo inquietava.
Per l’intero corso della sua vita era stato uno di quelli che non appena aperti gli occhi raccontava tutto ciò che lo aveva visitato, particolari e collegamenti utili a qualunque studente in psichiatria.
Pensava.
In realtà, dei suoi sogni non importava niente a nessuno. E col tempo, poi, neanche a lui, che per anni era rimasto indeciso se scriverli per intero o catalogarli per data e ricorrenza. Col tempo ha imparato a fregarsene, scrutando i social network un secondo dopo essersi svegliato, per dirottare l’inconscio e scacciare gli incubi più in fretta. È un piccolo segreto che consiglia.
Eccolo dunque in un venerdì come tanti.
Ora che la sua vita attiva è terminata, non può far altro che vivere di ricordi, utili nel caso gli serva qualcosa da dire. Ma so che opterebbe per il definitivo silenzio, se potesse rinunciare a quella minuscola porzione di mondo che ancora gli resta attaccata addosso.
Una volta mi parlò di una cena in montagna e di una splendida casa circondata da vetri. C’era una compagna di viaggio che scherzava sulle sue ricognizione oniriche mattutine, propedeutiche ad affrontare la giornata. “Non sai quante informazioni su se stesso ti dà ad ogni risveglio”, intervenne un vecchio fabbro dalla lunga barba, che aveva lasciato il lavoro e la città per vivere in un eremitaggio di fine millennio.
Mi disse di esserne rimasto Illuminato e di aver capito il perché del suo voler raccontare i sogni.
Ormai è vecchio, ha 40 anni ed è fuori dal mondo, così ci ha rinunciato, sebbene quell’idea gli procuri ancora nostalgia.
Ormai se parla, parla solo del dolore, quello di vivere e quello di non saper rinunciare all’esistenza, mentre sarebbe così facile andar via. Non sa piu come usare il mondo, non ha presa su di esso.
Però mi ha detto che un giorno ce la farà a scappare e per quella occasione mi ha chiesto di non far sedere i suoi fratelli ai primi banchi, quando saranno in chiesa. E neanche i suoi parenti. Ha detto che in vita nessuno lo ha cercato e nessuno lo ha trovato, nessuno ha abbracciato il suo pensiero malato, né capito chi era.
“Sono pietre aride affamate d’amore”, ha aggiunto. “Spugne tappate che non ricevono”.
Non serve sussurrare piano qualche informazione. Ha insistito che il nostro è un brutto mondo, diverso da quello che gli sembrava di conoscere.
In fondo gli servirebbe solo sperare di nuovo. E se smetterà di gettare via i sogni e ricomincerà a indagare i propri incubi, sapremo che questo è stato possibile.