Il sacro femminile

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Nel cuore di Napoli, al centro della Cappella del Principe di San Severo, c’è il Cristo velato.

Un celebre gruppo marmoreo che raffigura il Cristo morente coperto da un drappo trasparente e adagiato su un letto sontuoso. 

Che si tratti della raffigurazione di un Cristo morente è evidente nel sollevamento del velo che copre le narici e che appare gonfiato dall’ultimo respiro.

A rendere singolare questa icona sacra è il fatto che raffiguri il Cristo non sulla croce ma sul letto di morte e nel passaggio dalla vita alla morte.

Altri dettagli ci dicono che non ci troviamo di fronte ad una rappresentazione sacra tradizionale. 

Sul letto di morte finemente ricamato sono poggiati alcuni simboli esoterici e alle spalle del sarcofago marmoreo troneggiano, ai lati dell’altare, due maestose figure, una a destra a guisa di un Dio Padre, mostra un uomo possente che tenta di districarsi dalle maglie della rete che lo imprigiona, l’altra a sinistra, a guisa di una Madonna, mostra una donna bellissima coperta per metà solo da un velo che ne potenzia la sensualità. Questa raffigurazione sacra del Padre e della Madre insieme alla figura del Cristo morente rappresentano una trilogia sacra del tutto singolare.

A giudizio degli studiosi questa opera allude ad un passaggio alchemico che dice la vita morte e resurrezione di un processo di individuazione. Ogni individuo va incontro ad una trasformazione che lo individua nella sua identità nel trapasso dalla natura umana alla natura divina. 

Gli alchimisti tentavano di mostrare e dimostrare con procedimenti simili ai chimici, le trasformazioni della materia spirituale. Il principe di San Severo, l’ultimo degli alchimisti italiani, commissionò l’intera opera per lasciare il segno della sua scoperta aurea. La scoperta della sacralità umana. Della resurrezione ontologica. 

Quando Maria, una donna della Comunità Eleusi (comunità che raccoglie donne che provengono da pratiche politiche centrate sulla relazione madre-figlia), ha letto la sua storia e il suo passaggio attraverso la sua morte, ha come rimesso in scena ai miei occhi la figura del Cristo velato. Solo che quel corpo morente non era più il corpo sacro di un uomo ma il corpo sacro di una donna.

Una Crista che si svela. Una Figlia che consegna alla contemplazione di un luogo materno le sue spoglie.

Che si trattasse di un evento sacro, spirituale lo ha detto il religioso silenzio che è seguito a questa esposizione pubblica.

Il grembo religioso di un luogo materno ha fatto in quel momento da cappella al corpo sacro femminile.  

Abbiamo fatto esperienza così di qualcosa che ancora non si conosce. La sacralità femminile.

Non ci sono icone che contemplino la sacralità femminile. 

Non ci sono chiese, né cristiane né pagane, che prevedano la sacralità femminile.

Non esiste in nessun luogo la contemplazione della morte della Madonna, l’unica rappresentazione spirituale femminile. L’unica icona sacra femminile.

E se non c’è contemplazione religiosa del corpo sacro della Madre ancor meno c’è la contemplazione del corpo sacro della Figlia.

La Figlia non è prevista a nessun livello: spirituale, simbolico, ontologico.

La morte dell’anima femminile non è contemplata.

La contemplazione non è riservata alla sua sacralità.

E se non viene contemplata la morte, non è possibile nessuna resurrezione, nessun passaggio dalla vita umana alla vita divina.

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Il passaggio che il Principe di San Severo ha voluto immortalare.

Questo difetto simbolico e spirituale ha conseguenze enormi per noi donne. 

Tutte. Cristiane, pagane, musulmane. 

La conseguenza più diretta è che una donna può essere oggetto dei più efferati crimini, può essere lapidata, infibulata, stuprata, tradita con il tacito consenso dell’umanità e, in primis, della donna stessa.

Si perché è lei per prima a non percepire la violazione di sé, fisica o spirituale che sia, come profanazione di un  corpo sacro.

Le spoglie sacre di una donna violentata, maltrattata, snaturata, rimangono sepolte nei sotterranei più profondi della mente, laddove non giunge il minimo suono, eco, bagliore. La rimozione e, più in generale, l’oscurantismo di cui sono preda le donne, stendono un velo pietoso sul sudario femminile. 

E  il gioco è fatto.

Della sacralità femminile non rimarrà traccia alcuna.

E la donna diverrà dimentica di sé.

Sarebbe interessante scoprire se nella terapia analitica emerge qualche traccia. Se emerge la sofferenza della nostalgia di sé. Se emergono tracce di una sofferenza femminile legata alla perdita del sacro. O in alternativa quali forme prende la necessità di sacro nella vita di una donna?.

La donna è consapevole della separazione che vive da sé?

La terapia riesce a dare parola a questo ordine di sofferenza? Consente di contemplare la morte femminile? La terapia analitica riesce a sottrarsi alla tentazione di analizzarla?

L’esposizione delle spoglie femminili, come quelle esposte da Maria, trovano la giusta contemplazione? 

La politica di un luogo materno ha i mezzi per coniugare la vita materiale con la vita spirituale?

I nostri luoghi materni non sono anche luoghi di culto?

Non si riconosce una certa liturgia nei nostri comportamenti?

Non ci vestiamo a festa per ogni nostro incontro?

La preparazione della tavola per il pranzo non ricorda da vicino la preparazione dell’altare per officiare la messa. Anche lì si spezza il pane e si beve il vino e soprattutto si somministra a tutti il cibo spirituale, la comunione che è il corpo e il sangue di Cristo.

Giulia Crostarosa, una mistica del settecento, madre fondatrice dell’Ordine Redentorista, che ha lasciato una forte devozione nella cultura locale di Foggia, ha dato vita ad un ordine spirituale centrato sulla figura di Cristo.

Perché la devozione della Crostarosa è così Cristocentrica? Cosa ci manda a dire questa devozione e perché lei sentiva di incarnare Cristo nei momenti di estasi mistica?

Chi è Cristo? 

Non è forse il Figlio? 

Nel suo caso il Figlio di Dio?

Questa è una parte degli interrogativi che solleva l’esperienza dei misteri associati all’esperienza del sacro.

Gli altri interrogativi riguardano l’esperienza dei misteri eleusini, l’unica esperienza di matrice femminile, che ha segnato la storia spirituale ellenica.

I misteri eleusini erano cerimonie sacre, come le messe cristiane, aperte a tutti, donne e uomini.

Perché folle sterminate vivevano la propria religiosità nel nome della Madre e della Figlia?

Prima che i cristiani iniziassero a viverla nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo?

Perché i Greci posero il centro del proprio culto ad Eleusi?

Così come i cristiani lo porrano poi a Roma?

Cosa rappresenta Eleusi nella narrazione spirituale Madre Figlia?

Demetra perse Kore, a causa di un rapimento e ne impazzì.

Questa parte del racconto non dice anche la disperazione sorda e muta che vive una donna nel perdere il contatto con le proprie radici via via che si inoltra nell’ordine simbolico del padre?

Perché una Madre impazzisce se perde la Figlia? Quale dolore indicibile causa la scissione ontologica femminile?

Perché la Figlia, persa la Madre, finisce negli inferi e diventa dimentica di sé?

Perché gli inferi sono un luogo privo di luce e calore? 

Perché l’assenza di luce e calore genera paura? A chi si affida chi vive nella paura? Perché la Figlia non si muove alla ricerca della Madre per ritrovare luce e calore? 

La paura è un agente che trasforma l’antico affidamento della Figlia alla Madre in diffidenza verso la Madre? 

La Figlia si sente abbandonata e tradita e ritorce contro la Madre la sua sofferenza ontologica?

Certo è che la storia narrata dalla leggenda dice solo della disperazione di Demetra che giunge ad Eleusi per ritrovare la Figlia.

Di Kore, la Figlia, non si saprà quasi più nulla, se non che sarà restituita alla Madre solo per sei mesi all’anno.

Cosa ci manda a dire questo tipo di narrazione spirituale?

Dei misteri eleusini e dei riti officiati nel nome della Madre e della Figlia, sappiamo solo quello che ci dicono i libri.

Ma a noi capita di viverli sotto mentite spoglie e da lì possiamo partire per dare nome e senso ad una esperienza religiosa così profonda. 

La pratica politica può aiutarci a ricostruire l’ordine di senso più appropriato a questa forma di esperienza al limite ormai sepolta spiritualmente e ontologicamente.

La pratica politica, la pratica analitica e la pratica archeologica possono concorrere allo svelamento di una esperienza femminile del sacro.

di Mariagrazia Napolitano

Foggia 22 novembre 2008