Luca Doninelli, l’autore che incanta i bambini

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Incontrerà i suoi lettori nel corso di Lector in Fabula, l’European cultural festival di Conversano, ma intanto ci concede un’intervista. Lui è Luca Doninelli, classe 56, scrittore, giornalista ed insegnante, oltre che vincitore del Premio Strega Ragazze e Ragazzi alla sua quarta edizione, con il libro ‘Tre casi per l’investigatore Wickson Alieni’, edito da Bompiani.

Luca Doninelli, la stiamo aspettando in Puglia. Con quale spirito vivrà il Festival?

Partecipo a pochissimi festival e non sono mai stato a Lector, però amo moltissimo il sud e la Puglia e sarò li con grande piacere.

A proposito del tema del festival, La Terra vista dalla Luna, del tentativo cioè di fare i conti con la Storia, guardando a ciò che siamo con occhi più distanti, e chissà quanto obiettivi, lei ritiene ci sia bisogno di consapevolezza, di oggettività, al fine di tirare le somme e costruire pensiero riguardo la nostra identità ed il presente che stiamo vivendo? Se lei dovesse fare questo esercizio critico, come si pronuncerebbe?

Lo scrittore parla delle cose standoci dentro. È un corpo che parla di corpi standoci dentro, quindi questa attitudine all’oggettivazione è più del filosofo e dello scienziato. Noi narratori, al contrario, cerchiamo di entrare nelle viscere della vita, dentro i sentimenti e le parti meno nobili dell’uomo, quelle in cui siamo più indifesi. 

La parte fragile dell’uomo è oggetto della preferenza del narratore.

Ma se dovessi fare quello che dice lei, avrei molti motivi di preoccupazione, perché lo sguardo sarebbe quello su un mondo privo di timone, in cui le classi dirigenti si disfano come nuvole, senza una guida riconosciuta. Si vive troppo di opposizioni e contrapposizioni. Siamo in una cultura dell’esclusione, in cui si fatica ad accogliere il diverso, anche solo il pensiero diverso. E intanto i luoghi di formazione della cultura non stanno svolgendo il loro lavoro: penso all’università e alle istituzioni culturali.

Oggi con i social tutti parlano pubblicamente, ne consegue una crisi di autorevolezza. Se io dovessi andare sulla luna e guardare la terra, ecco, direi questo.

Riguardo l’utenza del suo libro che ha vinto lo Strega, ‘Tre casi per l’investigatore Wickson Alieni’: che differenze vede tra il pubblico giovanile e quello adulto? Mi riferisco al metodo di scrittura, alla riduzione dei significati, allo spessore dei contenuti, alla scelta dei linguaggi. E poi, lo strumento libro, incide diversamente sulle due fasce di età?

Un libro, o è un libro, o non lo è. Per me non c’è alcuna differenza. È chiaro che quando scriviamo pensiamo a qualcuno e così moduliamo il linguaggio, scegliamo le parole.

Ma se prendiamo i capolavori della letteratura per ragazzi, ci accorgiamo che sono stati scritti tutti in una decina d’anni, tra il 1865 e il 1883 circa. E penso ad Alice nel paese delle meraviglie, Pinocchio, L’Isola del tesoro, Tom Sawyer, Huckleberry Finn, Piccole donne.

Sono gli anni in cui è nata la psicologia, la pedagogia e quindi è diventato più scientifico il problema della crescita e dell’educazione dei ragazzi.  Detto questo, un grande romanzo per adulti può essere ridotto a misura dei bambini, e viceversa.

Pinocchio, ad esempio, non può essere trattato solo come un libro per l’infanzia. Al suo interno vi è il dialogo più bello di tutta la letteratura italiana: quello tra Lucignolo e Pinocchio.

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A quale dialogo si riferisce? Ce lo racconti.

A quello in cui devono partire per il Paese dei Balocchi. È un dialogo terribile tra una persona con molti valori, Pinocchio, e una che non ne ha nessuno, Lucignolo. C’è dentro il lento sgretolamento dell’universo valoriale che Pinocchio aveva costruito con tempo, impegno e fatica. 

All’altezza di questo dialogo c’è solo il dialogo tra Dioniso e Penteo ne Le Baccanti di Euripide. 

Dico questo per sottolineare che abbiamo capolavori immortali che vengono rubricati come letteratura per ragazzi.

Riguardo l’incidenza del libro sulla biografia personale, non conta l’età né il genere. Ogni libro è un incontro che a volte ci parla più, altre meno. È il grande testo, è quello che viene incontro alle tue aspettative, e le cambia: e questo cambiamento è il segno che lascia un grande libro in una persona.

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Riguardo i giovani lettori che volessero anch’essi diventare scrittori, e mutuando un po’ da Vincenzo Cerami e dal suo ‘Consigli ad un giovane scrittore’, lei cosa suggerirebbe, sia come metodica che come luoghi da frequentare e comportamenti da adottare?

La narrativa odierna risente molto di altri media. Mi sembra che il focus nella formazione dell’immaginario giovanile sia più Netflix che il romanzo. Bisogna quindi aspettare, perché il talento letterario emergerà ancora. E staremo a vedere se si sarà capaci di produrre vera narrativa, partendo da presupposti nuovi.

Mi capita di leggere scritti il cui è chiaro che il vero obbiettivo sia la tv. In quei casi si tratta di testi ancora secondari. Vorrei leggere un romanzo che attinga pure da questi spunti, ma che resti un romanzo.

Guardo con favore l’interesse giovanile per Philip Dick, ad esempio, un autore che precede l’era digitale e fa letteratura, ma che era stato messo da parte in tempi in cui la poetica realista era più forte. Si tratta di un autore che può aiutare giovani scrittori a dare una lingua letteraria nuova a tutto un immaginario che letterario non è: quello di Netflix e della realtà aumentata. Io mi aspetto qualcosa di nuovo da tutto questo, in particolare dal connubio tra la letteratura che più si avvicina al mondo fantastico e Netflix.

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Qual è la sua opinione su questi prodotti per ragazzi, da Game of Throne (non la saga letteraria naturalmente, ma la sua trasposizione televisiva) a Stranger Things. Anche su questi rivendica il primato della letteratura o conferisce loro pari valore?

Il problema è la gestione della solitudine. La visione in video è passiva, la lettura è attiva. A me Stranger Things piace tantissimo, con tutte quelle citazioni degli anni 80. Quello che dico è che spesso i ragazzi vengono abbandonati davanti alla tv, in un tipo di solitudine che non è ricerca. Una solitudine differente da quella che io ricercavo da adolescente, quando mi appartavo dai grandi per leggere di nascosto ‘On the road’ di Jack Kerouac. 

È il modo in cui ci si mette davanti al prodotto, televisivo o letterario, ad essere differente.

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Non possiamo esimerci dal commentare la sua vittoria al Premio Strega. Come lo ha accolto? Se lo aspettava?

La vittoria è sempre una cosa bella. L’importo del premio l’ho però distribuito tra i miei co-autori, che sono figli e i nipoti. Il protagonista, Dickson Alieni, l’ho sognato una notte, e così cominciai con i miei bambini ad inventare queste storie. 

La cosa interessante è che il personaggio è stato creato poi dai piccoli, che esprimevano opinioni talmente enormi, da cui non avrei potuto non tirarne fuori un libro.

Il merito è il loro, e una delle mie nipoti ne è stata l’illustratrice. Sono affezionato a questo lavoro che si è svolto in una sorta di happening rumorosissimo, da cui io ho tratto 3 racconti. 

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Un’ultima domanda. Com’è la sua giornata da scrittore?

In questo periodo sono molto preso dalla fondazione di un nuovo teatro, che ho affittato insieme a due amici, di cui uno è Giacomo, di Aldo, Giovanni e Giacomo. Dovremmo esordire il 20 di ottobre a Milano, e sono alle prese con questo progetto.

Non sarà facile, ma a me la vita facile non piace.

Per il resto scrivo sempre, anche quando la vena si assopisce, e basta davvero poco perché accada. In quei casi scrivo ugualmente. Scrivo e poi butto. Ma non importa, ciò che conta è mantenere sempre vivo il motore. 

Se produciamo testi solo perché le circostanze ci favoriscono, non siamo veri autori. 

Non sono le circostanze a determinare chi siamo. 

Bisogna continuare incessantemente a scrivere per affermare che non siamo solo figli (o prodotti) di ciò che capita. Deve esserci qualcosa di tuo, che buca le circostanze e le supera. 

Le condizioni sono importanti, ma non sono loro a decidere chi siamo.