Dove abbiamo scelto di stare

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Quando durante un gioco mi hanno chiesto di pensare ad un personaggio amato della mia storia infantile, mi sono venute in mente molte cose. Ho pensato a figure rocambolesche dei libri di avventura, a donne forti simbolo di coraggio, a miti della sapienza che in vita non furono credute. 

Ma c’era un’immagine più personale di tutte conservata nella mia mente. Era quella di un grande libro di favole in cui, tra le altre, spiccava la storia del cattivissimo Barbablù. Una storia che, per anni, non ho smesso di leggere.

Barbablù è stato il primo libro che ho amato. Un libro che mi lasciava sgomenta, suscitando dubbi e domande sul perché la curiosità femminile potesse essere oggetto di tanta violenza. 

Non smettevo di rileggerlo sospirando con ansia negli istanti che precedevano l’arrivo dei fratelli a cavallo. Sentivo la voce della settima moglie che chiamava la sorella Anna e i passi di Barbablù che, minacciosi, si avvicinavano per fare di lei il settimo cadavere nella stanza segreta degli orrori.

Da adulta ho conosciuto molte interpretazioni di questa storia che non promette uomini meravigliosi e scarpette magiche, né una vita felice in un regno fantastico. Il principe azzurro, in Barbablù non esiste, e ciò che conta davvero è il bisogno di comprendere appieno il luogo in cui si è scelto di vivere e le conseguenze che derivano dall’aver curiosato dappertutto.

Per un gioco come quello, discutere di curiosità mi era sembrato interessante. Così come fondanti mi erano apparsi gli istanti che precedevano la salvezza. La settima moglie chiede qualche minuto di raccoglimento per pregare prima dell’esecuzione e questi minuti saranno quelli che le salveranno la vita.

Il tema del divino e della forza che giunge dalla preghiera si affianca alla chiamata a raccolta di tutte le parti di sé. Una donna per salvarsi ha bisogno di tutta sé stessa, e questi minuti di concentrazione e solitudine saranno quelli che la salveranno. 

Al centro del percorso c’è dunque il pensiero o forse la fede, la concentrazione, l’ingegno. Fatto sta che invece che il settimo cadavere, la fanciulla ingenua che aveva preferito dimenticare la voce della sua sapienza interiore, sposando un uomo che sin da principio la insospettiva, diventerà la settima moglie, l’unica che sopravvive dopo aver visto e compreso, dopo aver analizzato a fondo ogni angolo, anche il più proibito, del posto in cui vive. Resta dunque una testimone del fatto che il sapere, per quanto rischioso, rende diversi. 

Dopo aver sconfitto il serial killer che aveva ingenuamente scelto, la sua vita migliora: sposa un uomo gentile e vive una vita di emancipazione e amore. 

Ci piace tenere al centro la chiave, quella piccola chiave della porta stretta in cui la donna è voluta entrare. Una chiave fatata che una volta caduta nella pozza di sangue, non consente che vengano cancellate le macchie. Così come l’esercizio della conoscenza che muta la coscienza irreversibilmente.

Ed è seguendo questa stessa curiosità che, la Settima moglie, si apre su una porta stretta che speriamo ci consenta di guardare bene al posto in cui abbiamo scelto di stare.