ANNA KARENINA

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È abbastanza fresco il ricordo del romanzo Anna Karenina e la protagonista non ha trovato il mio consenso nel libro e continua a non trovarlo in Tv.

Nell’800 russo, di certo, la sua era l’immagine di un’eroina nuova: una donna che antepone la passione al privilegio sociale. Una meravigliosa creatura, forse vittima del suo stesso fascino, che rinuncia al figlio ed esprime la Debolezza e la Forza che insieme convivono e lottano in un carattere unico: un carattere che non riesce ad essere altro se non dannatamente autentico. Quindi infelice.

Oggi, però, quello di Anna appare un fascino sbiadito, ed il mio simpatico slancio va tutto ad Darja Aleksandrovna: sua cognata Dolly, vittima delle continue scappatelle di Stiva e piena di figli a cui non smette un attimo di badare, anteponendo le esigenze dei bambini a quelle di donna delusa. Mi sembra la sua la parte più frustrante, in quanto non riconosciuta.

Il romanzo non mi ha entusiasmato, ripeto. Tranne che nella parte in cui si racconta il giorno che le due donne trascorrono insieme, nelle pagine centrali del libro: è quello che mi è rimasto in memoria.

Mi riferisco alle considerazioni sulla maternità, che stanno all’inizio del breve viaggio che Dolly compie per raggiungere la lussuosa casa di campagna, in cui Anna vive con il compagno Vronsky. Ed è la conoscenza, in una locanda di passaggio, con una giovane sposa, che ha di recente perso il suo bambino e ne sembra soddisfatta, a metterle in atto.

Il doppio volto dell’essere madre, le mille contraddizioni di una scelta che chiede in buona parte la rinuncia di sé, portano pensieri alla mente della donna che, insolitamente lontano da casa, può analizzare la sua esistenza: la tortura dell’essere incinta, il dolore dei figli che muoiono e la schiavitù del non poter lavorare, in una vita che non ha momenti di pace “ora gravida, ora allattante, eternamente arrabbiata, brontolona, tormentata io stessa e tormentatrice degli altri, odiosa a mio marito”.

Di fronte alla palese soddisfazione della sposina a cui è morto un figlio, Dolly prova ribrezzo, ma non può non riconoscerne la brutale verità, perché è innegabile che la “maternità sia una prigione, un mondo che uccide con le sue preoccupazioni”, pensa. E che, nel suo caso, non concede neanche un piccolo spazio alla più semplice delle vanità: quella di guardarsi allo specchio che porta con se, giacché ne prova vergogna.

Il viaggio giunge al termine, le meditazioni finiscono e le due donne si incontrano. Al contrario di Dolly, Anna è sempre magnifica, tranquilla, elegante, sicura ed aggraziata, dotata di una dignità naturale. I due volti sono di fronte: l’uno smunto e sfinito, l’altro ancor più bello nel doppio tormento della colpa e della felicità, che non sanno esistere in un cuore solo.

Ma nonostante la luce che segue la protagonista, è Dolly che cattura.

La comprendo quando di fronte al lusso di Anna, si vergogna dei rammendi e delle toppe sulle sue camicette, rammendi di cui a casa invece è tanto fiera. Perché la fatica quotidiana, in famiglia è più facile da difendere e perfino da ostentare, se occorre. Più difficile, invece, mostrala in pubblico.

È ovvio che il suo sia un personaggio tremante.

Però mi piace. Perché non ha bisogno di socchiudere gli occhi per sorvolare su una parte della sua esistenza, come ha preso a fare invece Anna. Giacché se le frustrazioni la inseguono, la colpa invece non la assilla.

Sono dunque due i destini delle signore: da un lato la Colpa, dall’altro l’Accantonamento di se.

Illuminato, vitale e da attore sociale il primo; dimenticato, negletto eppure indispensabile alla perpetrazione della specie il secondo. Un tema in cui ogni donna non può non trovare elementi di interesse e rassomiglianza.

C’è Anna, con il suo sonno “pesante ed incompleto, durante il quale non cessa mai di sentire se stessa”. Anna, sul cui volto Vronsky, in certi momenti difficili, non riesce a scorgere altro se non la abituale bellezza, in un malinteso di sguardi che la isola e la imprigiona. E ancora Anna, che ha bisogno della morfina per riposare perché il suo destino ormai non le interessa, giacché le due persone al mondo da lei amate (l’amante e il primo figlio) si escludono a vicenda.

È Anna con le sue disgrazie che consente alla tremante Dolly di ritrovare se stessa e di riconoscere la propria vita come perfetta, piena, brillante di una luce nuova: la luce dei suoi affetti cari e preziosi da cui mai più vorrà separarsi.

La rottura d’animo segnata dalla mamma lieta della morte del figlio, trova riparazione nella inconsolabile disperazione di Anna, a cui una somma di scelte sbagliata impedirà definitivamente di essere tranquilla. Perché qualunque sia il costo personale, non è possibile ad una madre anteporre la passione per l’altro all’amore per i figli. E la famiglia resta una cellula perfetta che tiene insieme l’imprescindibile.

Dolly ci ha sempre fatto i conti. Anna lo ha dimenticato e per questo il suo destino non può che essere tragico.

Anna è la giovinezza, Dolly la maturità della vita femminile. E non si tratta di età anagrafiche, ma di saggezza nell’accettare un destino antico che più che alle convenzioni sociali, è legato alla natura stessa dell’umano.

È nello scambio/incontro delle esistenze, che i due destini acutamente si compiono. Facendosi specchio l’una per l’altra, le donne aggiustano il verso interiore al loro percorso,

perché nella (condi)visione delle differenze può esserci con-versione.

E poi questa funzione di Specchio come compimento della identità femminile è davvero suggestiva, e meriterebbe ulteriori analisi.

Nel loro condividere una giornata, tutto questo c’è. Ed è Dolly che, togliendosi la povere dagli abiti, ottiene la meglio. È la pazienza nell’accettare l’ombra, il secondo piano, il sacrificio di se per l’altro quello che ha vita più lunga. Proprio quello che Tolstoj voleva, insomma, considerata la sua idea di cristiano, di buono e di bene.

Perché mi piace più Dolly? Non saprei. Forse perché di donne come Anna oggi, al contrario di ieri, è pieno il mondo. E non sono più molte le convenzioni sociali difficili da rompere, mentre numerosi paiono i privilegi da accaparrare.

O almeno così ci raccontano, giacché la vita vera, poi, è sempre un’altra cosa.

Io però sono per le seconde linee, per ciò che non brilla e non vuole imporsi. Per le persone con un Ego piccolo che custodiscono le minute cose vitali senza richiedere per questo un particolare merito. E forse sono d’accordo con Tolstoj, che se dona un immenso ed eterno ruolo ad Anna, indica come modello quello di Dolly. La mia amica Dolly.