LE SERIE TV ALLENANO LA MEMORIA E CREANO COMUNITÀ

232

Talvolta le serie rimandano ai libri ed ai fumetti, e libri e fumetti rimandano alle serie, in un gusto dell’approfondimento che, erroneamente, si crede estinto nelle giovanissime generazioni.

Ha peso trascorrere ore a discutere di Sussurratori e Salvatori, Stark e Lannister: ha a che fare con la messa a tema del Male e le sue infinite derivazioni. Discutendone ci si domanda da che parte stare, e perché.

In fondo, giovani spettatori che proteggono i perfidi agenti dell’incubo, o al contrario, parteggiano per i personaggi incaricati di difendere il Bene, mentre tentano la salvezza di quel che resta del genere umano, quei giovani spettatori partono dal proprio personale sistema di valori nell’ammettere preferenze e deprecare comportamenti. Con la differenza che questa mitologia di riferimento, collocata in epoche fantastiche, più che provocare facili emulazioni, incoraggia variopinti ragionamenti e agnizioni di sé. 

Alcuni esponenti di generi musicali per ragazzi, che si dicono alternativi rispetto al sistema dominante, persuadono più o meno direttamente ad indossare abiti griffati, invitano al consumo di droghe e, ben consci di incarnare un modello di riferimento, indicano un particolare modo di essere maschi o femmine.

Divulgano insomma valori oggettivi a cui rifarsi, e propongono un solo apparentemente invisibile conformismo che tiene in salute il mercato, e giova a chi agogna una gioventù deprivata di ogni anelito alla ribellione.

Non così le serie tv.

Gli uomini, le donne, gli zombi e i draghi delle serie, nella loro distanza assoluta dallo spettatore, derivante dal fatto di vivere in mondi immaginari, più che imitazioni nette, stimolano riconoscimenti e fantasie, incoraggiano ragionamenti e consapevolezza di sé. 

Insomma, è davvero difficile immedesimarsi pienamente in protagonisti che accedono a nuove dimensioni o si muovono avanti e indietro nel tempo. Il loro elemento di surrealtà, in un certo senso, protegge dal rischio di emulazione.

La tv in casa fa meno danno delle cuffie infilate nelle orecchie. E quella tv trova uno sfogo al desiderio di essere un altro (quello specifico altro) nei festival di genere, che uniscono e divertono come un novello carnevale spalmato nell’arco di tutto l’anno (nelle date dei festival, quanto meno). 

Si sta insieme, ci si traveste, ci si scambia consigli su negozi che vendono lenti colorate o scudi stellari. Si interpreta il personaggio amato per una manciata di ore, muovendosi anche in micro-set predisposti per l’occorrenza, ci si fa fotografare e si sperimenta tutto questo insieme.

Gli eroi e le eroine delle serie fantasy, quindi, non fanno danno. Ben diverso il caso dei personaggi di Gomorra, che invitano alla condivisione di un sistema di valori prontamente applicabile nella realtà. 

Gli Stark e i Lannister, di Game of Thrones, così come il Demogorgone di Stranger Things, o gli Altri di Lost, restano stagliati in scenari talmente inverosimili da non riuscire ad incarnare un univoco sistema di valori. Non in maniera chiara, appunto. Per riconoscerli occorre parlarne, decodificarne le azioni e le scelte, individuarne i motti, i simboli e i complessi legami tra la seconda puntata della prima stagione e la sesta della quinta (tanto per fare un esempio). Un insieme di contingenze che allena la mente, unisce gruppi di appassionati, le cui conversazioni non possono non essere interessanti da origliare.

Tenere a mente una lunga storia complessa, essere in grado di individuare gli indizi che, dal principio, si svilupperanno poi fino alla fine, rammentare quando e dove personaggi e nomi erano già comparsi in scena e di quale verità si facevano portatori, dare valore a spunti da cui tutto nasce, ascoltare dialoghi, memorizzare elementi del linguaggio e infine discutere di ogni particolare tra amici. Non è un buon esercizio? Non vi sembra un collante di solide fratellanze se non proprio intellettuali, quanto meno di intelletto?