G.o.t. Su porzioni di finale

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Il finale di Game of Thrones ci lascia orfani di un appuntamento importante, privi di un rito comunitario di cui abbiamo condiviso codici e linguaggi, introiettato motti, ormai dentro il nostro dire comune. 

GoT è la mastodontica storia in 73 puntate in cui non esistono episodi nel senso classico del termine, ma solo parti congiunte di una narrazione in cui tutto è collegato, dai dettagli della prima stagione alle scelte narrative dell’ultima. Una storia talvolta difficile da tenere a mente, tanto che il bisogno di guardarla e riguardarla, al fine di sentirsene pienamente padroni, richiederebbe un tempo talmente lungo da trasformarci in cultori della materia, quasi che Got potesse incarnare una materia di studio vera e propria, un’allegoria del potere e degli uomini da cui è possibile comprendere ogni cosa. 

Già, perché il fantasy, “intriso di necessità”, per dirla con Calvino, rischia di essere una delle chiavi più efficaci per mettere in scena i fatti del mondo. Fatti dai confini e tempi imprecisati, che affondano le radici in un passato e trapassato remoto tutti da studiare, così come le mappe, i climi e le geografie, con una possibilità talmente ampia di includere spin-off e narrazioni parallele, che si rischia di non finire mai. Trasformando il tentativo di diventare pienamente padroni delle 73 puntate, in un lungo studio su un universo ucronico abitabile e più accogliente del nostro, per quanto sanguinario e crudele.

Nonostante sia terminato, però, GoT ci lascia un’immensa piattaforma di dialogo su cui esercitarci. Un’infinita possibilità di analisi, approfondimenti e teorie che vede coinvolti perfino i grandi del mondo che, così come accadde con Il Signore degli anelli di Tolkien, sono certi che Marvin parli per loro e del proprio operato, tanto che Il Trono di spade vanta il Fandom più sofisticato, che una serie tv ricordi.

Il finale dunque.

Nonostante la potenza dei legami, che col procedere della narrazione riescono finalmente ad irrobustirsi, e a dispetto della familiarità con sangue e massacri, il finale non offre nessuna delle consolazioni sentimentali a cui, il cinema soprattutto (e le serie un po’ meno) ci hanno di fatto abituati. 

I personaggi seguono la storia personale a cui erano destinati già dall’inizio delle loro esistenze, e quindi, a ben guardare, ed esercitando una proiezione, la loro vicenda potrebbe essere già scritta, o quanto meno intuibile, a partire già dalle puntate iniziali della prima stagione.

Sansa, con il suo amore per le cose belle, ed il suo sogno di diventare regina (non in prima persona, ma passivamente, nel senso di moglie di re), realizza il suo desiderio, senza che le siano risparmiati atroci dolori e orribili sofferenze, che la conducono ad un percorso di emancipazione femminile e ad un’autonomia nello sguardo, che la portano, più di ogni altro nella sua posizione, a lottare senza mediazioni per la sua  personale indipendenza, e per quella della sua terra.

Così la sua vicenda è sì quella sperata, ma viene vissuta in prima persona, fuori dai ruoli convenzionali in cui era stata allevata. Sansa diventa regina, sì, ma senza re. Regina per nascita e per la sua capacità personale di dare una spinta agli eventi.

Regina sola, dunque. Priva di consolazioni sentimentali che accarezzino il cuore dello spettatore. Sola a Grande Inverno, senza nessun familiare al suo fianco. Sola a dominare un paesaggio innevato che guarda di continuo dall’alto, fredda e intelligente, arguta e lungimirante, come e più di Tyrion, che sembrava nato per questo.

La riconquista del luogo natale, rappresentato da Grande Inverno, non si traduce nella riunione di quella famiglia che, nelle prime puntate, viveva insieme. Apparentemente, sarebbe potuto sembrare quello lo scopo degli Stark (o almeno uno degli scopi): ritornare a casa e ritrovare in vita la tanto amata famiglia, per poter riprendere la condivisione degli affetti, lì dove erano stati lasciati. Ma il viaggio, con la sua potenza trasformatrice, molto evidente in GoT, muta ognuno dei personaggi che ne sia stato costretto.

Ed è forse per questo che Cersei, stabilmente domiciliata ad Approdo del Re, non muta di una virgola la sua condotta, che si evolve e si perfeziona sempre e solo in un’unica direzione: quella del male.

Cersei è talmente monocorde da risultare prevedibile e talvolta perfino noiosa nella sua ostinata determinazione. È forse lei l’unico personaggio, o almeno uno dei rari personaggi della serie, totalmente privi di sfaccettature.

In GoT nessuno è solo buono o solo cattivo. Tutti incarnano ed agiscono entrambi i sentimenti. Tutti tranne Cersei, che di buono sembra non avere assolutamente nulla.

Cersei è ferma. Ferma alla finestra, ferma alla poltrona, ferma nei pressi del trono, simbolo velenoso che accarezza e contempla, e su cui lavora per la presa ed il controllo. Un trono che pare la sola musa ispiratrice delle sue nefandezze, e che si trasforma nell’unica leva che muove i suoi gesti.

È per la bramosia del trono, infatti, che sacrifica, più o meno indirettamente, i suoi figli. Ed è ancora per il trono che accetta la chiusura di ogni orizzonte, perdendo del tutto la bussola riguardo la costruzione della sua felicità personale.

Cersei è ferma. E chi è fermo, si sa, non cambia prospettiva. Tanto che il suo spessore narrativo sembrerebbe a tratti compromesso dalla banalità delle sue scelte, che superano ogni limite pensabile, pur di averla vinta. O meglio, pur di avere il potere. Un potere di cui, anche ammesso che riuscisse a goderne, dovrebbe poi farlo da sola, da vedova, orfana e portando nel cuore la più grande delle pene, quella per cui non è stata ancora inventata una parola, e cioè da madre di figli morti. 

Cersei è splendida e ricchissima, potente e spietata, eppure la sua non è una storia di vittorie, né di pacificazione, bensì una realtà di lutti e sofferenze, guerre e redenzioni impossibili.

Ceduta come strumento di negoziazione post bellico ad un marito mai amato, Cersei non si evolve antropologicamente rispetto alle donne del suo tempo, restando simile ad una delle tante popolane di Westeros a cui puntualmente capita di essere stuprate e vendute come schiave. Nel suo caso il meccanismo della presa maschile del corpo, è più sofisticato, ma la sostanza poco cambia. Lei è un bottino di guerra. E nonostante il potere di cui ampiamente dispone ed esercita, resta comunque ingabbiata, manipolata e offesa, costretta e mai assolta. 

Il male infinito che compie senza posa e senza tema, la rende ascrivibile ad un virus, che infetta più di tutti suo fratello gemello, con cui intrattiene un rapporto incestuoso. Quel Jamie che, nella parte iniziale di questa mastodontica narrazione, viene presentato come un cavaliere bellissimo e invincibile, un uomo che nel talento con la spada descrive sé stesso.

Il male operato instancabilmente da Cercei, ha le sue radici nella tirannia paterna, nei matrimoni a cui dovrebbe essere obbligata, nella prossimità al trono, che accarezza e protegge. Ma, considerata la possibilità umana della libera scelta, forse gli autori ci stanno dicendo che il male è un virus che esiste come influsso autonomo e irredimibile. Un influsso deformante e cieco, che colpisce inesorabilmente chi risiede a pochi passi dal potere (trono o anello che sia), e che per questo dimentica ciò che serve all’uomo per stare in vita in discreto stato di salute. 

A cosa serve la più gigantesca delle autorità se nella sua presa si è perso tutto? Il potere azzera ogni tratto umano, disintegra l’anima e, se portato allo stremo, trasforma l’uomo in quello che William Golding (lo scrittore de “Il Signore delle mosche”) credeva, quando affermava che “L’uomo produce il male come le api producono il miele”.

Dunque l’elemento di sterilità umana, che si costruisce e si consolida durante la scalata al vertice, viene incarnato più di altri da Cercei, che dopo un’esistenza chiusa nel palazzo, muore sotto le sue macerie. Sarebbe potuto andare diversamente ad una regnante la cui vita si è consumata negli stessi splendidi, ma soffocanti, metri quadri?

Il finale le è dolce, considerato che la stragrande maggioranza del pubblico avrebbe desiderato per lei qualcosa di ben peggiore. Ma è un finale coerente e congruo. 

Cercei muore sotto le ceneri di quel palazzo da cui di rado si è allontanata. Il palazzo che è stato il suo unico scopo e la matrice di ogni gesto, tanto da cancellare l’unico tratto antropico che alcuni le riconoscono: l’amore materno, che lei pospone dimenticando le conseguenze delle sue azioni, se si tratta di vincere.

Eppure, paradossalmente, ad una vita interamente spesa per il male, come quella di Cercei, la serie regala la grazia di un abbraccio finale: una stretta amorosa ed uno sguardo tra amanti/fratelli che fa dimenticare ogni cosa, ogni dettaglio della vita e del mondo, cosi come è sempre stato tra loro. 

“Guardami Cercei, non guardarti intorno, ci siamo solo io e te”, le ordina Jamie richiamandola ad un dogma che è stato i leitmotiv in ogni sconfitta.

Perché non è mai esistito nulla degno di cura al di fuori di sé, nulla per una coppia incestuosa che è vissuta nutrendosi del reciproco legame familiare e amoroso. Un legame in cui il gemello dominante ha deciso tutto, mentre al più debole non è rimasta altro che acconsentire. Un legame imprescindibile e indistruttibile, nonostante la possibilità di sopravvivenza e redenzione. Un amore che chiama e a cui si risponde a qualunque costo, vita e morte compresi.

Gli autori hanno regalato a Cercei la grazia dell’abbraccio finale forse perché, a ben vedere, lei non ha avuto altro; oltre che per descrivere la straordinaria potenza di un legame gemellare, in cui due, altri non sono che uno solo. Quanta irriverenza etica e morale sono nascosti in questo abbraccio? Quali porte apre alle complicazioni sentimentali ben chiuse dentro sigilli sociali?

E Sansa? Cosa le regalano gli autori nel finale?

Oltre al disincanto di un cuore che altri non chiedeva se non di essere lussuosamente domestico, a Sansa giunge un torreggiante sguardo. Uno sguardo che esercita mentre, simbolicamente, osserva il suo regno dall’alto. Perché alti sono i suoi occhi, grande il suo progetto, che pare non trovarsi più a suo agio nella statura comune.

Sansa saluta chi parte, ma non ha bisogno (drammaturgicamente) di abbracci finali. Vive con il danno di una memoria dolorosa, e saprà sostenerla. Una memoria che è necessaria a fare di lei una donna indipendente, a dispetto dei desiderata iniziali. E che sta tutta nella determinazione di quell’occhio femminile che è predizione e potenza, nell’acutezza di una mente tra le più robuste. Sansa è la resistenza e il progetto, la fermezza e l’autocontrollo.

“Ho imparato molto da Cercei”, confessa. 

Le potenzialità del suo personaggio non sono esaurite.

A scapito del finale, ci piace fantasticare sulla continuazione della sua evoluzione di donna, figlia di Ned e allieva di Cercei. E in questo non siamo soli. Sono circa un milione e mezzo gli spettatori che hanno sottoscritto una petizione su Change.org che chiede agli showrunner della serie, David Benioff e DB Weiss, di riscrivere l’ultima stagione e la puntata finale di Game of Thrones.

La narrazione è troppo ricca e complessa perché il mondo possa accettare la semplice parole Fine.