Anime nere

378

Avrebbe dovuto scriverne. Se lo avesse fatto non si sarebbe gettata di sotto davanti agli occhi della bambina.

Se ne avesse scritto, forse, la potenza della sua anima nera avrebbe perso vigore, e lei sarebbe insieme a noi. Insieme alla sua bambina e a lui.

Tutte la pensiamo. Io almeno lo faccio. Ogni giorno.

La penso e la ammiro. Perché lei non ha deambulato inerte in un’esistenza superflua.

Niente.

Lei l’ha deciso e ha smesso. Ha trovato il coraggio, la forza, la fermezza.

Lei è un modello per tutte noi. Noi che siamo in pericolo.

Ho ancora in mente il carro funebre che si allontana con dentro il suo nuovo letto illuminato a festa. Era la prima volta che vedevo un’auto funebre così: bellissima, elegante, degna di una regina.

Se n’è andata lasciando tutti in silenzio.

Nessuno di noi ha pianto. Non so bene perché.

Io perché ho accettato la sua decisione. So come ci si sente quando l’anima nera è pesante. E queste sono scelte ragionate, non attimi di disperazione. Sono scelte di quando ci vedi troppo chiaro e non ti accontenti più delle finte narrazioni che il mondo vuole importi. Sono figlie di una lucidità abbagliante, di una insensatezza chiara, evidente, innegabile, crudele.

Noi, anime insozzate dal nero, sappiamo che avremo ragione su tutto, perché la distruttività di cui siamo intrise, e che ci domina, è più forte di ogni cosa. La distruttività è la ragione al suo sommo vertice, è intelletto puro, è l’uomo senza Dio, senza illusioni, senza inutili speranze.

La distruttività è quando uno vede e sa vedere, al di la delle cazzate.

Di certo anche per lei è stato così.

La strada si è stretta, l’orizzonte si è accorciato, trasformandosi nel muro che aveva di fronte: senza profondità, senza lontananza, senza prospettiva. Il cielo deve essersi abbassato pesantemente sulle sue spalle. Tutto si è appiattito.

Anche a me capita.

La familiarità col vuoto, quel bordo sottile e instabile su cui ha camminato, il luogo orribile verso cui sapeva di andare, i suoi anni. E quella voragine di sotto, che prometteva riposo.

Lo so cosa si prova. E la capisco. Solo che io sono sensibile alle favole, sono romantica e sentimentale, ho avuto una buona infanzia a cui spesso ritorno col ricordo, adoro il cielo azzurro, il verde dei prati, il mare. E talvolta non mi sento sola guardando in alto. È per questo che io resisto. Ma il pensiero di lei che trova il coraggio di buttarsi, resta comunque un esempio e un richiamo.

Dopo la chiesa, dopo di lei che vola giù dal suo balcone, tra le cose normali che ho imparato, una è che gli altri vanno guardati meglio. Ho pensato che dobbiamo vigilarci a vicenda noi amici, anche quando ci si incontra alle feste e ci si considera conoscenti. Dobbiamo ascoltarci. Proteggerci. E ho anche cercato di farlo, per un po’. Poi le settimane sono passate, e la consueta violenza cittadina ha preso il posto dei sentimenti.

Le amiche, le donne, il suono delle parole che divide, l’inconscio che ci rapina della pace, la cattiveria in cui siamo immerse e le categorie di giudizio che usiamo come bandiere sicure per parlare degli altri. Tutta quella voglia mal intesa di amore e riconoscimento, tutto quel ribollire e mischiarsi tra anime grigie.

Alla fine, l’anelito alla vigilanza del prossimo è scomparso.

È troppo sbagliato il modo in cui ci muoviamo in questa vita.

E la mia anima nera non cambia colore.

Gli altri, del resto, sono un argomento complesso.

La chiesa per lei era stracolma. I fratelli hanno parlato dei loro natali insieme, i genitori in prima fila tacevano. Anche il prete non sapeva bene cosa dire.

C’era uno strano freddo, che asciugava le nostre lacrime.

A messa finita siamo andati tutti in strada, abbiamo fatto una piccola preghiera per lui che restava solo con la piccola e l’abbiamo attesa.

Non ricordo la bara che scendeva le scale. C’era un tipo delle pompe funebri che offriva bottigliette d’acqua freddissime, e mi ha distratto. Ne ho presa una, e facevo fatica a tenerla in mano, tanto era gelata.

Era dicembre.

Quando tutto è finito, però, sono rimasta lungamente a guardarla, mentre andava via. Sul viale c’era un sacco di traffico, quello lento e congestionato della nostra città. E lei con il suo carro, ci è rimasta imbottigliata dentro. Era una bella serata. Gelida, ma bella.

La guardavo e la salutavo, e dentro me e pensavo.

Hai voluto così, cara. Hai voluto così. Hai voluto così. Tu hai voluto così.

Coloro che volontariamente lasciano questo posto, in fondo, indicano una possibilità, tracciano una strada a cui quelli che restano pensano di continuo.

Non tutti. Ma le anime nere che portano un cuore pesante, quelle si, di certo.

Quel suo desiderio di lasciare il mondo, la città, gli affetti, la famiglia, ha portato con sé una voce.

Io l’ho sentita. Mi ha parlato e mi parla. Un po’ egoista, un po’ sofferente, violenta, sfuggente, ma decisa, sicura, finalmente sollevata.

Non è detto che in questo posto bisogna starci per forza…ha ragione lei. Non tutti ci stanno bene, non tutti ci riescono. Certe anime sono più nere delle altre. Come la mia. Come la sua. E le cose non hanno per tutti lo stesso peso, la stessa misura.

Penso a lei di spalle che siede sul davanzale, toglie le ciabatte e scivola giù di sotto, dando le spalle al vuoto che amava.

Il maglione sulla faccia, a nascondere lo sguardo, per trovare coraggio, un pugno sugli occhi un pochino chiusi, e l’altro sul ventre. Un, due, tre, via. Bum. Fatto. Il suo corpo morto nel giardino della vicina.

La cosa è successa poco prima della messa e prima del pranzo del giorno di festa in famiglia.

Lei aveva alcuni alti, e bassi molto bassi. Era esile, consumata dai pensieri e da una impossibile accettazione di sé. Una massa di splendidi capelli, un sorriso aperto che le raccontava tutta la faccia.

Vista da fuori, mai si sarebbe detto che soffriva. Mai lo avrei detto io, almeno.

Pareva una di quelle bamboline superficiali, una di quelle ragazze belle che vivono di apparenze. L’abitino col fiocchetto, la pizza al sabato sera, le chiacchiere con le amiche quasi sempre fatte di sciocchezze.

Almeno così sembrava.

Le altre donne, quelle che ostentano femminismo, trascuratezza e impegno sociale, mai l’avrebbero capita. Nessuna avrebbe intuito i suoi pensieri. L’avrebbero presa per una farfallina come tante, piena di moine e sorrisetti. Le vecchie figlie di una certa idea di sinistra, non capiscono nulla del dolore. Sono generali ingrigiti col dito alzato, che nulla sanno delle donne.

Lei stava male da giorni. E lui pensava fosse una delle sue tante volte. La sera prima aveva fatto l’albero di natale, ed era triste, esausta, assente, con la mente lontana.

In un momento preciso, addirittura, sembrava ipnotizzata. Gli occhi sgranati e fissi al muro. Immaginava.

Io lo so cosa immaginava. Aveva deciso. Vedeva tutto e tremava.

Sapeva che quella era l’ultima sera. Le parole degli altri non le arrivavano più da nessuna parte. Lo spazio stretto in cui si era infilata, reclamava una via di fuga. 

Il suo esile corpo intriso di indifferenza.

La domenica mattina era tutto deciso. Lui l’aveva abbracciata, era sicuro di esserci riuscito a rassicurarla. Andiamo a pranzo dai tuoi, il tempo di impacchettare la torta e scendiamo.

Lei aveva fatto la doccia, si era truccata, vestita: era bellissima come sempre. Aveva messo l’orologio ma non le scarpe. Anche lui era pronto. Erano quasi le dodici. Mi manca solo un attimo, aveva detto.  Cinque minuti in bagno e andiamo. Ti amo, amore mio. Ti amo anch’io. Un bacio.

Quei cinque minuti sono stati sufficienti.  Non ha fatto attenzione a nulla, neanche alla piccola che la guardava. È uscita in veranda, chissà se a passi lenti o svelti…

Ce l’ha fatta al primo colpo. Il suo corpo era troppo esile: si è rotto all’istante.

A noi ci hanno chiamato nel primo pomeriggio. 

Appena saputa la notizia siamo rimasti bloccati, come un tempo necessario per comprendere. Le era appena arrivata la piccola, l’ultima volta che l’avevamo vista era estate. La stava aspettando ed era felice. Col suo minuscolo orologio da polso, raccontava che quella era l’ora in cui stava per andare a letto: la sua nuova figlia.

“A ottobre arriva”, diceva col viso pieno di luce. “Manca poco”.

Sembrava tutto così bello e voluto, tutto così condiviso tra loro. Un progetto sognato e infine realizzato.

E invece a dicembre lei che muore. Ora che la piccola è qui.

Ogni cosa era inverosimile.

Siamo corsi da lui, insieme a tutti gli amici. Il loro appartamento era stracolmo. In cucina stavano alcuni di noi, senza accendere la luce.

In inverno le giornate sono brevi e così, presto sono rimasti al buio, continuando a parlare a voce bassa. Noi ci siamo trattenuti in soggiorno, su quel divano in cui lei la sera prima si era seduta con gli occhi sgranati. Alla mia sinistra c’era il suo albero di Natale, sul mobile di fronte una letterina dell’asilo: tutto era in ordine.

I genitori di lei si erano chiusi in camera da letto.

La bambina era stata portata via da alcuni parenti e lui parlava di continuo. Parlava, parlava, toglieva tutti dall’imbarazzo perché ci cercava con lo sguardo. Diceva di lei, delle notti insonni, del suo peso che calava, di quella volta in cui aveva dato uno schiaffo alla piccola e aveva pianto, non sentendosi all’altezza. Di quanto si sentisse irrilevante nel suo nuovo ruolo di mamma, di quanto le pesasse lasciare l’ufficio e di come l’ufficio avesse perso colpi senza di lei. Diceva che lui glielo aveva detto che tutto si sarebbe risolto, che le sembrava di averglielo spiegato che ogni problema si poteva superare, bastava stare uniti, insieme, se stai bene tu, sto bene io. Ci sono io, ci sono sempre io, fidati di me, appoggiati, ci sono io, ci sono io, ci sono io.

Noi amici ascoltavamo. Il fratello gli parlava. Uno solo piangeva. I genitori sempre chiusi dentro.

Sono passate diverse ore.

Io ad un certo punto sono uscita di fuori. Sul balcone, nel punto in cui lei si era buttata, c’erano ancora le sue ciabattine, nella parte sinistra del pavimento, quelle che aveva tolto prima del volo.

La sua voce lì era immensa.

Il suo ultimo attimo di vita, il suo ultimo sguardo, il pensiero, la sua forza. C’era tutto. Si avvertiva forte.

Io lo sentivo forte.

Quando una volontà è potente e varca un confine, la sua energia permane a lungo nel posto in cui è stato compiuto il gesto. La chianca nera su cui hanno sgozzato tanti uomini, a Vieste, viene accarezzata dai turisti perché è un luogo intriso di narrazione. Non conta il numero delle anime che hanno trovato la morte, una chianca o un balcone sono uguali quando c’è quella soglia, quel passaggio, quell’incontro con Dio, o con il demonio.

In ogni casa può esserci un sito sacro, intriso di essenza, che ci parla se ci fidiamo, se non abbiamo bisogno di sacralità legittimate da altri. Se non ci assale l’urgenza di dimenticare.

Nella liturgia delle mappe sacre, quel suo balcone avrebbe accoliti e preghiere, se gli indicatori fossero altri, se le vite comuni fossero importanti come quelle dei santi, e se gli anni su questa terra fossero premiati come frutto di un duro lavoro personale.

Io la voce di lei l’ho ascoltata, l’ho sentita sulla pelle.

Era sicura. E quando si è sicuri uno o due minuti bastano.

Il panorama dal suo balcone era orrendo, un luogo difficile per anime come noi.

Nel buio dell’inverno, un quadrato di verde incolto su cui i padroni della città aspettano di costruire; poco lontano un ipermercato con il suo parcheggio, le luci, le strade a scorrimento veloce.

La desolazione.

Non si possono sostenere paesaggi così, i pensieri non tengono.

Soprattutto quando il tempo è freddo e le giornate si accorciano.

Sono stata li fuori a respirare la sua stessa aria. Profondamente. L’ho presa e tenuta fino in fondo. È per questo che da allora lei mi parla e mi invita a seguirla: ha messo un seme dentro di me. Come se avesse trovato una compagna che non sapeva di avere. Come se potessimo essere in due in questo viaggio riservato a gente coraggiosa. Come se fosse possibile e facile rinunciare al dolore e riposare.

Nel buio di quella sera invernale, fuori al suo balcone, c’era tutto. C’era una temperatura diversa rispetto a quella del loro appartamento, caldo e pieno di amici addolorati, con in mano il loro cuore colmo di affetto.

Sul balcone c’era l’ingresso in un’altra dimensione, l’accesso alla notte, a lei, ai suoi pensieri. C’era freddo e silenzio, e lo stesso buio che mi serrava il petto nel paese dei miei genitori, alla domenica, quando andavamo in visita ai parenti. Sembrava di sentire lo stesso suono delle campane, lo stesso passeggiare di anime, inquiete come spettri, nelle ore che precedono la cena. La stessa fine definitiva che accompagnava il termine della giornata, il giro del sole, l’avanzare della sera, il buio, la notte, il vuoto nostro amico.

Poggiato in cucina c’era il suo minuscolo orologio, che lei aveva guardato per immaginare cosa la sua piccola stesse facendo, l’ultima volta che ci eravamo incontrate, d’estate. Ora stava dentro ad una bustina sigillata, insieme alla fede. Lo aveva consegnato l’obitorio, ed era fermo nell’ora in cui si era rotto insieme a lei, cadendo a terra.

Ad un certo punto, i genitori devono essersi sentiti in gabbia, chiusi com’erano in camera da letto. Volevano riappropriarsi della casa, sedere comodi in poltrona e star da soli, in famiglia, così qualcuno ha fatto girare voce che dovevamo andare al bar.

Siamo scesi tutti insieme: era un po’ di tempo che non ci ritrovavamo così in tanti, e ci sembrò fossimo di nuovo giovani, e stessimo andando ad una festa.

Quelli tra noi che avevano divorziato ed erano in guerra, camminavano l’uno accanto all’altra con animo pacificato, rispettosi del dolore. Ci sentivamo uniti. Una cosa sola. Come se tutto stesse a portata di mano, e niente fosse accaduto. Come se non esistessero ferite e lui fosse lo stesso di sempre, allegro e pieno di donne.

Per diversi minuti, parve di avere fatto un balzo indietro nel tempo, prima dei matrimoni e dei divorzi, prima dei figli e delle case bene arredate. Lui e lei non si conoscevano ancora. Tutto era incerto e possibile. Le nostre esistenze da inventare, gli amori in cammino: immaturi.

I nostri cuori avevano battito e potenza, abitati da una gioventù spensierata e libera, individuale e sola. Una gioventù in cui l’incertezza del futuro era la porta aperta ad un ampio respiro, da cui penetrava aria, pace e speranza. Non c’era quell’alto muro domestico che toglie gioia e variabili alla vita. Quel muro che ha soffocato lei, e oggi soffoca me.

In quei pochi minuti, qualcosa di impercettibile ci attraversò. Sembrò che lui e lei non si fossero ancora incontrati e lei non fosse morta, bensì viva e altrove, in attesa del suo sposo.

Fu forse un anestetico donato da Dio, per darci il tempo di comprendere, per aiutarci a fare spazio ad una nuova tremenda verità, e crederci. Impiantarla dentro di noi.

Il bar in cui ci trattenemmo il tempo di un caffè, era pieno di luci. Del resto stava arrivando il Natale ed era una sera di festa. C’erano i tavolini affollati di ragazzi all’apericena, la musica, l’allegria, tutta la bellezza delle sere del sud quando ci si avvicina alle feste.

Chiacchierammo, ci alternammo al banco, prendemmo il caffè, l’acqua, un succo.

Dopo poco eravamo di nuovo in strada.

Molti tenevano in testa il cappuccio: si era alzato un po’ di vento e faceva freddo. Non si riusciva a fare un passo, tante erano le cose da dire. Ognuno aveva un ricordo di lei, un’ultima impressione, una telefonata, un incontro. 

Nessuno poteva immaginarlo. 

Ce ne stavamo fermi, al freddo, senza che dolore e incredulità ci impedissero di ridere, di tanto in tanto.

Poi la pioggia inizio a cadere, lenta e inesorabile, e ci costrinse ad affrettare il passo.

Che gruppone! Quindici, venti? In quanti uscimmo da quel bar?

Lentamente ci avvicinammo al suo portone, ma a nessuno parve il caso di risalire, tranne che ai fratelli. 

Ci fermammo parecchi metri prima. Le donne di qua, gli uomini di là, parlando in un solo gruppo, poi in tanti sottogruppi, poi in gruppetti sempre più piccoli. Poi solamente in due.

Non so se in quello strano giorno eravamo cresciuti. Forse un nuovo pensiero limpido e uno sguardo più grande, capace di contenere passato, presente e futuro, ci animò. Furono attimi pieni di luce, capaci di riordinare la mappa delle nostre priorità. 

Ma attimi, appunto. Soltanto attimi.

Salutandoci e infilandoci nelle auto, l’orizzonte personale di ognuno si restrinse nuovamente. Diventammo di nuovo uno o due, non più Noi. La mente corse ai figli da prendere, e guardando l’orologio ripensammo a quello che avevamo, e alla cena da preparare, alla casa a cui toccava rientrare.

L’intensità dei pensieri svanì, l’incredulità no.

Le nostre menti ragionarono ancora a lungo, in cerca di un perché.

Ognuno ne parlò a casa con i suoi familiari e per quella notte di dicembre lei fu ovunque, in ogni camera da letto, in tutti i nostri sogni, nello strano risveglio della mattina seguente.

Ci rincontrammo il giorno del funerale.

Fino ad allora fummo di nuovo soli, ognuno con il suo appartamento e la sua porta di casa ben chiusa.

Chissà.

Chissà se quel Noi più grande, che avevamo ritrovato in quel giorno di dicembre, non si fosse frantumato in mille noi minuscoli, sono sicura che qualcuno avrebbe potuto aiutare, rompere il muro, distoglierla dal suo interesse per il vuoto, per la fine.

Se invece dei matrimoni ci fosse più vita insieme, lei sarebbe ancora con noi, perché l’amicizia è una rete su cui il dolore sbatte e si dissolve, si frantuma, si trasforma in un nuovo pensiero, in un nuovo legame.

Io lo so.

Invece la perdita della giovinezza l’ha trovata così. L’età adulta l’ha sorpresa in una casa chiusa a chiave, come tutte, come le nostre, in una scelta da cui le deve essere sembrato impossibile uscire.

Lui non c’entra niente. E neanche la bambina ha colpa. Neppure la scelta di prenderla da così lontano è stata sbagliata.

Si sarebbe buttata lo stesso.

Ne avrebbe trovato un altro di motivo.

Quando le vite si chiudono, capita.

Riguardo a lui, rimase solo. Il gruppo folto e potente che lo aveva attorniato nel giorno successivo alla scomparsa di lei, semplicemente sparì.

Dopo la solidarietà, i baci e gli abbracci, ognuno prese la sua strada. Ne parlammo tra noi, certo, con commozione ed affetto. Gli eravamo sinceramente vicini, ma fisicamente distanti.

Del resto, come sarebbe potuto essere diverso?

Il tempo corre, ogni attimo è riempito, monetizzato, utilizzato. I nostri anni sono così. Con lui invece sarebbero serviti giorni vuoti e gratuità, pezzi liberi di cuore. Ma quando si cresce, i pezzi liberi di cuore non li ha quasi più nessuno. È una condizione quasi solo della giovinezza, quella. Da adulti, tutti i deserti e i buchi devono essere guariti.

Per questo pochi riuscirono a stargli vicino, forse solo due: due di noi a cui mancavano i figli. Insieme inventarono una cosa bella, un legame. Se avessimo altri nomi, avrebbero potuto essere famiglia.

La coppia era pacata. Lui semplice, amichevole e buono, lei fredda e sincera, solidale.

Le loro mancanze sapevano incastrarsi. E lei, da lassù, di certo lo apprezzava. O dall’inferno, dov’era.

Considerata la gravità del suo peccato, mi domando se Dio ne abbia avuto pietà, donandole la pace o non l’abbia piuttosto scaraventata in un bosco, ancor più buio del suo cuore, trasformandola in un ramo senza frutto, contorto e sanguinante, calpestato da chi in vita non le è assomigliato in nulla. Cosi come ha scritto Dante, in quel pezzo che ci hanno fatto studiare a scuola.

Seguirono giorni, settimane, mesi.

Ci fu il solito tempo che passa, che nelle storie inventate va avanti e cura le ferite, mentre nella realtà blocca la tristezza, stratifica i pensieri, sotterra ogni voglia di ricominciare.

Lui scomparve dall’allegria dei nostri sabato sera. Le complicazioni, il dolore, il carico di una bambina di pochi anni da crescere, come avrebbe potuto fingersi spensierato?

Il peso della sua storia lo avrebbe schiacciato ancora a lungo. E una volta finito il suo, ci sarebbe stato il dolore della piccola, da accompagnare e proteggere. Una bambina che la normativa aveva lasciato al suo fianco come figlia, a dispetto di chi avrebbe voluto rimandarla indietro, considerato che la mamma per cui aveva fatto un viaggio tanto lungo, semplicemente non c’era più.

Ma Dio a lui non dava vie di fuga.

La strada lunga e colma di fantasmi era tutta da attraversare. Non aveva scelta. Dio doveva averlo preso a cuore per regalare a lui, così come era accaduto a sé stesso millenni prima, lunghi giorni nel deserto.

Dopo avere smesso di parlare a lei, il nostro Dio, sembrava voler urlare qualcosa a lui: parole sferzanti e insanguinate, a cui non poteva in alcun modo sottrarsi.

Talvolta, quando le anime nere si chiudono, Lui le abbandona. 

Nel disincanto e nella vacuità del tutto, semplicemente svanisce. 

I nostri sguardi intrisi di dolore sono impenetrabili alla sua potenza, perché anche Dio, come noi, ha bisogno di reciprocità, relazione, ricerca. Senza la nostra azione per raggiungerlo, ogni cosa resta irreversibilmente muta.

Con quel papà tutto da inventare, invece, il Signore aveva scelto di esserci, anche se lui non lo sapeva. Si manifestava ogni giorno nello sguardo della bambina pieno di esigenze infantili, che col tempo si sarebbero trasformate in domande adulte a cui rispondere, identità da sostenere, abissi da colmare.

La chiamata al presente, per lui, sarebbe rimasta per sempre in piedi, in attesa del suo amore e dei suoi gesti. Non poteva essere altri che un grande uomo. Un uomo, la cui storia avrebbe parlato della disperazione e della forza necessaria per ricominciare, laddove ogni cosa sembrava perduta.

Il suo volto, col tempo, avrebbe saputo trasmettere ad altri la forza, sarebbe stato un modello, la testimonianza in vita che l’amore può essere una consegna che passa di mano in mano, anche quando acconsentiamo distrattamente a custodirlo.

Dove non era arrivata lei, sarebbe arrivato lui.

La loro bambina sarebbe stata speciale, forte, consapevole e fiera, con una storia di ferite e redenzione che avrebbe saputo sostenere e raccontare.

Se aveva fallito con lei e con la sua anima nera, Dio sarebbe riuscito con lui.

È per questo che nel buio del cammino non gli dava vie d’uscita. Confidava in lui, e dall’alto del suo cielo lo accompagnava e pregava perché ce la facesse.

Si. Rimase solo.

Ma quella solitudine in cui si sentiva immerso faceva parte di una scommessa invisibile e ben più grande. 

Riguardo a noi, ognuno si chiese dove fosse stato nei mesi precedenti il fatto, quanta attenzione le avesse riservato e di che tipo.

Ricordammo gli ultimi incontri, ci domandammo come sarebbe andata se l’avessimo ascoltata, senza fretta, se le avessimo chiesto qualcosa in più su come si sentiva. Ma abbiamo tanti impegni, sempre, ogni giorno.

Siamo grandi ormai.

Personalmente conclusi di esserla sembrata distante.

Ci avrà giudicato tutti adulti risolti, senza angosce improvvise, senza possibilità di capire le sue voragini, lontani mille miglia da quel vuoto che convocava lei.

La nostra amicizia non è stata la sua sponda, quella su cui il dolore sbatte e si frantuma.

Ma.

Dopo il matrimonio, l’influenza delle relazioni è ridotta. Così scordammo ciò che avremmo potuto essere per lei e il peso cadde su di lui, che tirò avanti, gravato.

Chissà quanto riesce poi la sponda ad arginare le tempeste? Quanto non diventi piuttosto un trampolino, una base per saltare, per affrontare l’infinito e poi la fine.

La cattiva amicizia confonde ciò che avevamo messo in ordine, ci spinge lontano, è il punto fermo da cui inizia la caduta.

L’amicizia imperfetta è un veleno. Forse noi siamo stati il suo.

L’OMBELICO

Io lo capisco. Anche a me capita. Talvolta gli altri mi impoveriscono, mi tolgono tutto. Soprattutto ora. Ora che alle strade si sono sostituite le case, ora che non ci amiamo come facevamo da ragazzi, con i baci, le liti e le lacrime, ora che tra i corpi non circola il desiderio e l’immedesimazione non è figlia della comunicazione. Ora succede che la casa sognata sembri stretta, priva di angoli di pace da cui lanciare in aria i sogni.

La mattina, seduti al bar, i nostri scambi sembrano una commedia delle parti, una pièceconsumata e vuota, con protagonisti che non meritano il ruolo e comparse, grigie come ombre.

Ormai i salotti degli amici in cui sediamo durante i compleanni, ci dividono per colore di capelli, costo di gioielli e abiti, capacità di ridere forte, allegria, denaro.

Ora il gruppo è una finta e restiamo tutti soli.

Solo che io, lei, e le anime nere come noi, lo sentiamo più forte. O forse lo immaginiamo. Forse siamo noi ad esserlo. Inventiamo la nostra solitudine e ne restiamo svuotate, digiune, affamate, in pericolo. Sediamo su un filo che ci costringe a guardare un grande spazio. Uno spazio insostenibile, come quello su cui affacciava il suo balcone vuoto, buio, desolato.

Non sentiamo. E senza un mondo da toccare, l’altro non c’è. Manca la sponda.

Può provare a trattenerci un amico, un uomo, la madre. Ma è un minuscolo braccio di porto che non contiene. Loro sono soli, fragili e noi potenti come un mare in burrasca, un mare denso di gorghi e correnti, opaco, scuro, profondo.

Lucifero ci sfiora, ci abbraccia, ci consola. Come il giorno di dicembre in cui ha persuaso lei: il vento delle sue ali l’ha sporcata e macchia anche voi che ci leggete, congelando ogni cosa.

Durante il suo abbraccio disponiamo di uno sguardo feroce, freddo e sapiente, sulla vita e sulle cose. Diventiamo forti, sicure. Le cazzate non ci interessano.

I fiocchi di cui ci vestiamo sappiamo ben strapparli quando serve, per poi rimetterli e nasconderci dietro sorridendo, negando tutto quel che accade, mentre il male ci attraversa.

Lui non ha colpa per non averla capita. Lo so. Perché la nostra con voi non è una battaglia ad armi pari. Noi sediamo sul baratro e mettiamo in pericolo anche voi. Siamo infettive, orizzontali, soccombenti e il vuoto ci promette riposo. Come potremmo non amarlo durante l’inferno, l’insensatezza di ogni costruzione umana, quando gli oggetti sono più forti delle persone, e caricati di significati, parlano, così come la pubblicità, le donne che ci passeggiano vicine, gli appuntamenti, i pranzi, le cene e tutta una certa idea di vita da cui siamo escluse.

Gli altri credono nella materia, condividono un universo simbolico, accettano la stessa idea del mondo, concordano le parti, si riconoscono. Noi anime nere, invece, chi siamo? Eterne outsider che ficcano il cervello nei posti sbagliati, come le cattive mogli di Barbablù, uccise da una curiosità femminile che è peccato, equivoco, colpa, quando non accetta le cose come devono essere.

Quando arrivano le ondate di dolore ogni cosa punge. Non possiamo desiderare che la fine. La vorreste anche voi se vi visitassero.

Il mondo fa male, accumuliamo infelicità semplicemente guardando. Non abbiamo più mani e cuore, la voce è bassa, nessuno ci ascolta, né si accorge di noi. Le preghiere sono vuote, così come il cielo, che non sappiamo ringraziare per il dono del sole e delle stelle.

Quando arriva il dolore non abbiamo desideri, non possiamo nutrirci del mare né distinguerne l’azzurro. Diventiamo preda. È su di noi che le battaglie più antiche hanno inizio, sul nostro cuore e nella nostra mente: nei nostri occhi che non sanno più guardare, né sentire la voce di chi ci vuol bene.

Soffochiamo. Siamo abitate da indifferenza, lutto, fatica. È ovvio che lei lo abbia fatto. Noi anime nere la capiamo, perché l’argine su cui il dolore un tempo si fermava, ora sembra appartenere ad altri, e a noi pare lontano, i nostri passi vanno a vuoto, il pensiero di morte ci resta appiccicato addosso, ci incolla al suolo, ad un’inadeguata solitudine muta.

Svanisce il profumo del mare sui capelli che ci inebriava di pensieri felici, si oscurano i tramonti sontuosi sulle spiagge e le albe brillanti che ci promettevano salvezza, abbiamo paura dei boschi, non riconosciamo il fresco riparo e tutto quello che Dio cerca di dirci da lassù. Tutto tace e noi scegliamo. Lei lo ha fatto.

Noi che portiamo l’ingombro di un’anima nera, custodiamo un respiro che ci visita e non conosce la consolazione di ampi spazi, né la quiete; teniamo in petto un alito di vita che non trova l’aria profumata del mare e del cielo, quando brillano e ci nutrono di infinito e di Dio.

È un alito di vita che diventa affannoso, avvelenato, corrosivo, fino a quando, lentamente, un giorno, ogni luce saprà spegnersi, lasciandoci ciechi ed assonnati, percorrere le stesse strade, ripetendo le stesse frasi, come non fossimo ancora nati per davvero. Come se un luogo che assomiglia al limbo ci cucisse gli occhi e ci rapinasse di un’identità di accompagnamento, un’identità necessaria da mettere in gioco in qualche modo, in mezzo agli altri, se solo non perdessimo pezzi ad ogni incontro.

Quel limbo è la nostra esistenza.

Nessuno potrebbe intuirlo guardandoci da fuori, né a lei e né a me. Perché siamo bamboline belle in cerca di allegria, donnine con i fiocchi e la pizza del sabato sera, le case eleganti e i figli e i mariti, le maestre e i compiti da svolgere, le feste dei bambini, le torte, le candeline, i tacchi, i gioielli e i vestiti. Le nostre case profumano di biscotti, ogni cosa è in ordine, tutto scorre liscio.

Siamo bamboline a cui gettare un solo sguardo, uno sguardo senza profondità né mistero, conformate e prevedibili, consuete, quelle di sempre, come le nostre mamme e le nostre nonne. E come loro portiamo un peso, che resta dentro e non si dice, perché il cattivo seme non infetti altri sguardi, non ammali i nostri figli, non impedisca i nostri uomini, e Dio solo sa quanto conta la nostra tenuta affinché tutto resti in piedi.

Siamo bamboline che non valgono nulla, pupazzi sfasciati che non trovano la voce, identità labili e perdute, che affrettano il passo per non restare indietro. Ma è quel passo a vuoto che dicevo, perché siamo marionette rotte, puntini minuscoli in un mondo grande, quello di chi conta ed esiste, cresce, prospera e ostenta.

La nostra parte è superflua, siamo le comparse grigie come le ombre che siedono al bar e ballano alle feste, dove nessuno ci vede e nessuno ci trova.

Non ci siamo, lo accettiamo e dormiamo. Rinunciando.

Restiamo in caverna sedate e tranquille, con cadute prevedibili e Io svaniti.

Un giorno, poi, un giorno come quello in cui lei ha deciso di buttarsi, le luci spente si riaccendono, tutte insieme, mostrandoci impietosamente chi siamo, risvegliandoci dal sopore in cui siamo immerse.

Vorrebbero avvisarci, come fossero figlie di un alito vitale che sbatte la coda, per ricacciare indietro la morte, per salvarsi la vita, come un pesce catturato che si dimena prima della fine.

È come se mille neon ci mostrassero lo squallore che non abbiamo saputo ricacciare indietro, la cecità che abbiamo sposato, le parti di vita a cui abbiamo rinunciato.

È una luce feroce ed abbagliante che si stende, è una resa senza pace, come un’agonia feroce. Solo che la morte non arriva, ci attraversa ma non ci uccide. È per questo che poi abbiamo voglia di farlo da sole, il salto, come ha fatto lei, in quella mattina di festa a ridosso del Natale.

Le luci ci strangolano. Sogniamo il buio, vorremmo smettere di pensare e di vedere, ma non possiamo. Un male senza pietà ci dilata le pupille, ci costringe allo sguardo.

È allora che avveleniamo il mondo e ogni cosa che ci baci, fino a quando, di colpo, tutto si spegne un’altra volta, ricacciandoci nel buio e nella rassegnazione in cui avevamo imparato a vivere, sofferenti ma quiete.

È spossante.

Servirebbe modulazione della luce, gradualità nella vista. È questo che manca: una lettura lenta, una giusta misura nell’osservazione dei fatti, una considerazione delle differenze. Basterebbe prendere per mano l’altro per primi, riconoscere il suo disagio che assomiglia al nostro.

Invece noi abitiamo la consapevolezza spietata e il buio profondo. Non abbiamo equilibrio. Il nostro tempo è su un falso piano.

Essere verticale è sentire Dio. Cercarlo. Avere piedi ben piantati e sguardo in alto.

Ma noi preferiamo l’orizzontalità, poter nutrire le piante. Le nostre radici non ci sostengono.

Come è successo a Silvya e a lei.

La natura del passo è quello su cui meditiamo.

Il primo è il più importante, implica il riconoscimento della direzione.

Fintanto che non la troviamo, noi anime nere ci divoriamo, prive della parola e del suo immenso potenziale, prive dell’orizzonte e della capacità di abitarlo, popolarlo di sogni.

Il sangue nelle vene è tiepido, rallenta, subiamo il mondo, senza costruirlo. Perdiamo il sonno.

Le vere anime nere sono uguali, ma non si incontrano. La loro stagione è la giovinezza, in cui ogni cosa ribolle in cerca di sé. È allora che ci adottiamo tra noi, ci intrecciamo, cambiamo posto, ci scambiamo il punto di vista, il sonno e la vita.

Poi, quando gli altri si accomodano, noi ci ritiriamo. Il nostro spazio è uno stupido interregno senza vie d’uscita.

Forse lo pensava anche lei e avrebbe dovuto urlarlo o scriverlo per riuscire a salvarsi. Tacere per cercare di assomigliare al mondo non serve. Meglio mettere fuori il male.

Io ci sto provando.

Peccato però non esserci parlate.

Ma lei apparteneva al gruppo delle brune, io delle bionde.

È stato questo che durante i compleanni non ha consentito il riconoscimento. La differenza tra i nostri orpelli non mi ha permesso di sentirla. Ecco perché gli oggetti sbagliano. Dovremmo non ascoltarle, le cose.

E dovremmo scrivere del dolore. Se anche lei ne avesse scritto, sarebbe ancora qui, insieme a noi, insieme alla sua bambina e a lui.

Link all’articolo sul sito Rai Play Radio