LA DISTOPIA CHE DIVENTA POP

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Molte delle serie più amate raccontano mondi terrificanti in cui l’umanità si trova brutalmente e improvvisamente separata dalla sua vita presente.

Si tratta di una metodica interessante nella sua rappresentazione dell’incubo. È un fatto che ha funzionato, e che ha generato prodotti caratterizzati da elevatissimi ascolti, oltre che ad un profluvio di gadget che ne hanno implementato la circolazione ed i guadagni.

Certo, i sottoprodotti del genere distopico sono moltissimi, non tutti di qualità, e continuano ad aumentare. Quello che però ci interessa comprendere è perché tali orrori, spesso del tutto inverosimili, ottengano così tanto successo. 

Chissà quanto consapevole, l’uomo ha sempre messo in scena ciò che lo spaventava o lo acquietava.

Come scrive Elisabetta Di Minico nel suo libro “Il futuro in bilico, il mondo contemporaneo tra controllo, utopia e distopia”, sono gli stessi miti edenici o sulla creazione a raccontare il Luogo Buono, e quindi l’utopia. Lo fanno i miti edenici, che hanno al centro una perdita: il morso alla mela di Eva da cui si perde il paradiso, ad esempio. Lo producono quelli escatologici, che riferiscono di un’attesa; lo ripercorrono i miti geografici, che rivendicano la plausibilità del bene nella sua collocazione in un altrove: un luogo immaginario e nuovo.

E se l’utopia è stata storicamente utilizzata per divulgare teorie personali, si è mossa in ambito fantastico ed è stata spesso di matrice religiosa, caso ben diverso riguarda la distopia, che a partire dal 900, utilizza le arti per avvertire l’umanità dei pericoli di volta in volta individuati in sorgenti diverse. Dalla paura della macchina, tipica dell’industrializzazione (racchiusa nel film Metropolis), a quella del sovraffollamento; dal timore della catastrofe, alle guerre nucleari; dai totalitarismi religiosi, all’avvelenamento del pianeta.

Sono infiniti i film, i libri e i trattati che toccano questo tema, sono così tanti da farci pensare che la mente e la coscienza umana non si muovano altrimenti che in queste due direzioni: il vagheggiamento di un buon luogo, di gran lunga migliore del nostro, e il terribile spavento per la perdita peggiorativa di ciò che già si possiede.

Chissà quanto consapevole, dunque, l’uomo da sempre oscilla tra questi due opposti. E le serie tv, quanto meno nel loro filone distopico e apocalittico, che in verità imperversa, nascono proprio da questa esigenza tutta umana.

Al contrario delle narrazioni distopiche del secolo scorso, che muovevano dalla necessità di avvertire l’uomo dei pericoli a cui sarebbe andato incontro se avesse perseverato in alcuni specifici comportamenti, le serie tv, per lo più li esorcizzano.

Li esorcizzano perché sono talmente inverosimili e grottesche che, nel loro spaventare ed emozionare, di fatto distraggono dalla eventualità che tale rischio si concretizzi per davvero.

Se è dunque vero il timore di un virus che comprometta l’esistenza del mondo, così come lo conosciamo, è altrettanto vero che zombie come quelli che causano la morte in Walking dead, ed in numerosi altri prodotti televisivi, sono descritti in modo talmente paradossale da annientare la paura.

È vero che questa tendenza delle serie tv sottrae incidenza teorica, sociale e politica all’idea nobile della distopia, almeno nelle sue narrazioni che ne ha fatto George Orwell, Aldous Huxley, Ray Bradbury e molti altri. Ma è altresì vero che la tenuta dell’uomo (il protagonista nelle serie), a confronto con l’apocalisse, rassicura.

Quello che trionfa sullo schermo, in seguito al disastro, è il bisogno antropico di creare comunità e la capacità umana di realizzare questo bisogno.

Dopo lo spavento iniziale, man mano che si procede con la narrazione dell’apocalisse, i valori del bene si fanno sempre più riconoscibili: i legami restano autentici, l’amore permane e guida ogni mossa, si fanno squadre, guerre e intime fratellanze. Fratellanze intime quanto, come, e più che in una famiglia di sangue.

Cosi, lentamente, lo spettatore di fronte alla tv, che fa funzione di specchio, riconosce sé stesso e ciò di cui più ha bisogno. Ecco così che la distopia scientifica, ambientale, virale, consumistica, fanaticamente religiosa o totalitaria nella sua espressione dei regimi o della dittatura televisiva, si masticano e diventano gestibili. Il paradosso non è più inimmaginabile. Qualcun’altro lo ha immaginato per noi. E noi, ci sappiamo stare dentro.

L’uomo spettatore si tranquillizza.

Ciò che senza riconoscerlo apertamente, gli ha tolto il sonno in qualche notte inquieta, si fa leggibile, e porta con sé quella grande e buona porzione di sentimenti e segni riconoscibili che rassicura.

Lo spettatore trae beneficio nel guardare il suo mondo stravolto da inenarrabili incubi, mentre se ne sta a casa, in famiglia, nel tepore del suo divano.

Qualcuno, dall’altra parte dello schermo, ha messo in scena le sue angosce e gli sta mostrando come, sia lui che la sua famiglia, saranno in grado di superarle. Gli sta dando forza, sta rimettendo ordine nella sua immaginazione, rende più desiderabile la casa, in cui, di lì a poco, si addormenterà.

Quindi si, il proliferare di serie distopiche priva di incidenza sociale e politica un genere che è stato nobile negli anni. Lo banalizza, ne ricava spunti, mette in scena ogni possibile angoscia.

Addirittura in The Handmaid’s Tale, la scrittrice Margaret Atwood parte da un riferimento dell’Antico Testamento in cui Rachele, sterile, chiede a Giacobbe di avere rapporti sessuali con la sua serva Bilhah, davanti a lei, e di metterla incinta, in modo da poter avere un figlio attraverso di lei.

È un ‘interpretazione del libro sacro che serve alla scrittrice per tratteggiare un mondo distopico in cui un regime misogino sottomette le donne, relegandole al ruolo di mere fattrice di figli per altri.

Ma nella serie Bird box, con Sandra Bullok esiste anche un sottile richiamo alle sirene di Ulisse, nelle forze ignote che spingono al suicidio chiunque le guardi. 

Ma se è vero che la distopia il tv non educa, non manipola, almeno non in senso visionario e politico, è altresì vero che essa serve a stare meglio, e che se questa rappresenta la deriva di un genere nobile, questa deriva può però dirsi accettabile. Non foss’altro perché ricorda all’umanità sul divano, che ha ancora a disposizione una robusta riserva di forza a cui poter attingere in caso di emergenza.