Quella movida brutta sporca e cattiva

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Non so se sia corretto paragonare i ventenni di settant’anni fa che lottavano per la libertà, nascondendosi nei boschi o filando via veloce in bicicletta per fare i partigiani e le staffette, ai ventenni di oggi. 

Probabilmente non è corretto perché sarebbe una vittoria troppo facile per chi paragona, e i ragazzi del 2020 ne uscirebbero immediatamente sconfitti. Non in tutti gli ambiti, sia chiaro, ma nel campo che riguarda la responsabilità personale e la partecipazione civile anche a rischio della propria vita, beh…lì…senz’altro. 

I nostri millennial vivono nel consumismo e nella democrazia, ed è ovvio che quel tipo di coraggio necessario ad affrontare il mondo in periodo di guerra, sia oggi a loro meno richiesto e quindi scarsamente esercitato, così come l’autonomia di pensiero e di giudizio, che pure restava un valore importante negli anni 70.

Se paragonati, i ragazzi di oggi risulterebbero penalizzati rispetto ai coetanei che stavano nel bel mezzo del periodo fascista. Essere uguali nel gruppo dei pari oggi, è più importante rispetto al passato, quando si sapeva di non poter essere un corpo unico, giacché di fronte c’era il nemico e toccava scegliere e rischiare.

I ragazzi del 2020 sono quelli che, come ha detto ai suoi studenti l’accademico Alessandro Barbero pochissimi giorni prima dell’emergenza Covid, non hanno vissuto alcun avvenimento storico degno di nota nella propria vita. Dalla loro nascita ad oggi, la Storia non li ha mai attraversati, non hanno fatto nemmeno in tempo ad assistere in diretta al crollo delle Torri Gemelle. 

Barbero lo ha raccontato durante l’inaugurazione in streaming di un inedito Salone del Libro di Torino, portandoci a riflettere sulla capacità di lettura della Tragedia (e quindi della pandemia) per le loro giovani vite.

È ovvio, giusto e naturale che la loro coscienza sia più leggera rispetto a quella dei coetanei del secolo scorso, che si trovarono di fronte ad un conflitto e ad un clima di oppressione che li sollecitava ad agire.

Tra i partigiani ed i nostri figli non ci sono solo moltissimi salti generazionali, ma una vera e propria mutazione antropologica, su cui sarebbe interessante iniziare a fare i conti, soprattutto oggi, dopo che negli ospedali e nelle case sono morte migliaia di persone e il paese è stato fermo per due mesi, mettendoci di fronte ad emergenze economiche e sanitarie internazionali su cui probabilmente i nostri figli non sono adeguatamente informati.

«In tempi di pandemia l’informazione è essa stessa profilassi», scrive Paolo Giordano nel suo breve testo “Nel contagio”, redatto durante le settimane della quarantena. E osservando la nostra movida indifferente al virus, che condivide le sue cattive pratiche in ogni parte d’Italia, dagli assembramenti alla mancanza di mascherine e di distanziamento sociale, viene il dubbio che in famiglia abbiamo protetto i nostri figli perfino dall’informazione. Facendo un pessimo lavoro.

Esco ancora pochissimo, ma lo scorso pomeriggio avevo una commissione e sono stata costretta ad attraversare un parco poco distante dalla mia abitazione. Non era la prima volta a dire il vero. Ci ero già passata un sabato mattina ed anche una domenica, sempre nelle ore centrali del giorno.

La pelle mi si è accapponata nel vedere già nei giorni immediatamente successivi al 4 maggio, ragazzi seduti in tanti su una panchina. 

Sono stata colpita dalle loro chiacchiere, dai loro gesti, dagli abbracci, dai baci, dalle urla, dalle bottiglie lasciate in strada. Anche se su questo ritengo che se in città il numero (assai esiguo) dei cestini della spazzatura decuplicasse, molti butterebbero così come si deve i loro avanzi di serata. A conferma di ciò le tante file di bottiglie lasciate a ridosso dell’unico cestino presente. Come a dire “vorrei metterle qui, ma purtroppo è già pieno”.

Non è dunque la sporcizia l’aspetto di cui voglio parlare (sebbene esso sia un problema assai grave), perché quella non è una responsabilità solo dei ragazzi. Il cittadino va invitato al rispetto delle regole, ma rispettare le regole deve essere facile. Se si è costretti ad attraversare un viale trafficato e fare un bel po’ di strada per gettare una lattina, è ovvio che la maggior parte della gente con scarso senso civico (così come noi siamo) la lascerà dove capita.

Nella Fase 2 (così come sempre) gli spazi verdi sono pieni di ragazzi che mangiano e bevono all’aperto. Occorre riconoscerlo come un dato di fatto e mettere cestini della spazzatura (e magari anche bagni pubblici nel post Covid), oltre a qualche vigilante che sorvegli i comportamenti e il bene pubblico, altrimenti l’evoluzione nelle condotte giovanili non ci sarà mai.

Ma, andando oltre la questione dei rifiuti, quello sui cui mi pronuncio è la totale noncuranza giovanile nei confronti della recente pandemia, che è ancora tra noi e che con il mancato rispetto delle regole, potrebbe facilmente riesplodere.

Non dimentichiamo che a pochi chilometri da noi abbiamo ghetti e sacche importantissime di emarginazione e povertà, con persone impossibilitate (anche se lo volessero) a rispettare le regole di distanziamento sociale, dato che vivono in tanti in una sola stanza e che di certo non hanno soldi necessari per acquistare ogni giorno una nuova mascherina.

Insomma si. Foggia non è stata gravemente colpita. Ma potrebbe esserlo, così come è accaduto a Singapore, dove la seconda ondata è arrivata dai poveri che vivono in condizioni sanitarie assai precarie. 

Tutti noi possiamo peggiorare le cose con i nostri comportamenti individuali, soprattutto se il nostro futuro non vedrà azioni concrete di giustizia sociale in direzione di una nuova ecologia. Giustizia sociale ed ecologia sono le parole utilizzate dal direttore Nicola La Gioia per sintetizzare le conclusioni a cui si è giunti al Salone del Libro di Torino.

Sulle piste ciclabili i lavori sono in corso, e dopo la prima regolarizzazione dei migranti, anche le loro condizioni igieniche e il loro stile di vita andrebbero attenzionati.

Abbiamo vissuto con rigore e attenzione la quarantena nella Fase uno. Ed è davvero scandaloso che, mentre nel centro della nostra città la maggioranza delle persone (sebbene non tutti) utilizzi la mascherina, ai ragazzi viene consentito (perché non multandoli e non controllandoli, di fatto viene loro consentito) di mantenere un comportamento sociale e sanitario ad alto rischio.

A coloro tra questi che vogliano comportarsi con scrupolo, risulta poi difficile farlo, dato che si rischia di essere antipatici rifiutando i continui abbracci di chi si siede ovunque e tocca chiunque, e nel farlo ti offre la sua busta di patatine da cui tutti mangiano, mentre apertamente viene detto che con quella Fp2 fissa sul muso sembri davvero un fifone. E giù una birra a canna bevuta in compagnia.

A quale dinamica risponde la superficialità giovanile? 

Cosa gli abbiamo detto per farli sentire così al sicuro dai rivolgimenti della Storia? 

E poi, cosa abbiamo capito noi genitori di quello che è successo, in particolar modo al nord, ma che di fatto riguarda ugualmente la nostra vita ed il nostro paese?  

Quanto abbiamo continuato a proteggere la già comodissima vita dei nostri figli?

È forse su questo che dovremmo interrogarci. Perché è molto probabile che non abbiamo saputo fare un buon lavoro.

Amo i ragazzi. Adoro soprattutto il valore che attribuiscono all’amicizia e il posto importantissimo che le assegnano nella loro vita. Ma nelle mie sporadiche uscite ho avuto la brutale impressione di trovarmi di fronte ad un branco di scimpanzé della foresta, o ad un gruppo di pinguini ammassati su uno scoglio, senza ragionamento né prudenza. Perfino i suoni gutturali del nostro dialetto che consentono una maggiore fuoriuscita di droplet (così come scrive un recente studio che riguarda la minore possibilità di ammalarsi per quei paesi la cui lingua sia ricca di vocali e povera di consonanti) confermavano questa mia pessima impressione.

Ne sono addolorata. Ho provato tristezza per questa brutta fotografia di uno dei parchi cittadini. In tanti mi dicono che ovunque ci siano i ragazzi, la situazione resta la stessa.

Ma credo che sia il momento di crescere. Credo che «l’informazione debba essere essa stessa profilassi», e che noi genitori questa volta dobbiamo mettercela tutta.

Non possiamo più permetterci che i giovani con buon senso siano una sparuta nicchia di nerd più o meno isolati.

La cultura del rispetto del prossimo e della salute pubblica deve essere elaborata creativamente da ogni media. Ci hanno invitato a comportarci egregiamente nel periodo dello «State a casa».  Allo stesso modo devono ora inventare nuovi modi per convincerci ad essere responsabili, immaginando modelli sociali diversi che deridano bonariamente (perché no?) quelle mascherine portate alla belle e meglio: sotto al mento, penzolante sull’orecchio, sulla testa, o mo’ di braccialetto. Perché portarsi dietro una mascherina da mettere in caso di controllo di un adulto (che sia un genitore o una forza dell’ordine) è cosa ben diversa dall’indossarla costantemente.

Si può fare. 

Sono certa che se davvero lo volessimo, ci riusciremmo. Serve impegno per costruire una movida responsabile. Servono controlli, sanzioni, conduttori televisivi, pubblicitari, la radio ed ogni influencer che lo ripeta instancabilmente, così come è stato fatto per la Fase uno. 

E queste giovani risorse umane che alzano la voce, sporcano, si attaccano tra loro senza indossare la mascherina, potrebbero essere elevate al rango di cittadini per bene, così come nella maggior parte dei casi di fatto già sono. Senza che le comunità siano attraversate da un muto ma insofferente conflitto generazionale.