REINVENZIONE DEL MEZZO TELEVISIVO

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Nelle lunghe ore di visione, che tengono lo spettatore incollato al suo schermo di casa, uno schermo che spesso è molto più grande di quello di qualche anno addietro, oltre ad una migliore messa a fuoco dettata dalla qualità della televisione, si ha un approfondimento drammaturgico, e quindi anche psicologico, nettamente diverso.

Anche qui, paradossalmente, l’alta tecnologia dell’apparecchio e la capacità di scrittura degli autori si fondono alla perfezione. Due dati che, abbinati alla notevole quantità di ore di girato, trasformano radicalmente la conoscenza e il legame con i personaggi.

Riusciamo dunque a comprenderli meglio, sia per l’alta definizione del suono e delle immagini, sia per la quantità di tempo che vi trascorriamo insieme, oltre che per i numerosi aspetti caratteriali che vengono descritti.

Impariamo di un protagonista molte delle cose che gli accadono, lo seguiamo in diversi momenti della sua biografia personale, ne comprendiamo i punti deboli e quelli di forza, sappiamo come ama e come supera il dolore.

Lo attendiamo la sera, quando dopo una giornata di lavoro non vediamo l’ora di ritrovarlo, ci fa fare tardi la notte, quando non riusciamo a lasciarlo andare da solo verso le sue avventure, e questo continua per molte ore e molti giorni, tante quante sono le nostre capacità di fruizione saltuaria o continuativa del prodotto.

Non sappiamo distaccarcene? È dunque probabile che guarderemo la stagione in poco più di un lungo week end. Organizziamo la visione in una media di due ore giornaliere? Bene, i personaggi saranno i nostri amici per un bel po’ di settimane.

L’affezione al format andrà così tanto avanti che i centodieci minuti di un film guardato al cinema, ci sembreranno davvero insoddisfacenti per la conoscenza profonda di ciò che accade, prima, durante e dopo i fatti narrati.

Le serie, inoltre, hanno dilatato il tempo ben oltre la loro (già lunga) vita naturale, grazie alle opere derivate, gli spin off e i prequel, tanto che su alcuni degli ambienti di Walking dead (ad esempio) riusciamo ad allargare ulteriormente lo sguardo; e mi riferisco a Fear walking dead.

I fumetti di Robert Kirkman da cui prende vita la serie, inoltre, raccontano cosa era prima la vita del malvagio, Negan, non proprio la sua educazione e la sua infanzia (che pure sarebbe uno stimolante esperimento), ma di certo cosa era la sua esistenza prima dell’apocalisse distopica del virus e degli zombie. 

Insomma, oltre che guardarli meglio grazie ai prodigi della tecnologia, i personaggi ci vengono narrati da più parti, e ci vengono narrati a lungo.

Un insieme di fattori che muta radicalmente il nostro modo di amarli e sentirli vicini. Un aspetto che, insieme a numerosi altri, giustifica la passione per i festival di genere, quelli in cui, oltre a travestirsi come gli eroi delle serie, dei fumetti, dei video giochi e dei cartoni, è possibile anche conoscere da vicino gli interpreti, visionare in anteprima gli episodi delle nuove stagioni, scrutare i legami tra registi e personaggi, oltre a tutti quei dettagli e retroscena che rendono memorabile una frase, e spingono all’acquisto di libri con quelle migliori. “Gli amici non mentono”, ad esempio, come insegnano gli adorabili ragazzini di Stranger Things.

Tra i contenuti autoriali e la tecnologia nei suoi diversi aspetti, si sta forse consumando lo stesso rapporto che all’inizio dell’Ottocento riguardò la pittura e la fotografia, in continuo contrasto, emulazione e rivalità l’una con l’altra.

Al di là della competizione, pittura e fotografia si sono fatte un gran bene, stimolandosi a vicenda e beneficiando l’una delle scoperte dell’altra. Lo stesso accade tra testi e mezzi tecnici, che si intrecciano in continua a gara per narrare più da vicino cosa accade sullo schermo e nell’animo umano.

Il risultato di questo sodalizio è la profonda empatia che unisce spettatore e personaggio, con tanto di lutto, gioia, dolore e nostalgia che accompagnano l’evolversi delle sue vicende.