De il Balletto di bronzo ho apprezzato la qualità (rara) di mostrarsi autentici e con questo di saper restituire intatto un pezzo di Storia degli anni 70.
I loro volti, le loro vite dissolute, consumate e salvate, il narcisismo, l’essere divine, l’indubbia qualità tecnica, l’estensione vocale, la presenza scenica e la teatralità che amo in ogni sua forma.
Tra gli spettatori presenti in aula
magna Valeria Spada, alcuni hanno sofferto per quei suoni feroci, fortissimi, dissonanti. Per quel basso suonato a due mani, per quella voce urlata e modulata sulla perfetta espressione dell’inquietudine umana.
A me invece quel fragore armonico e a tratti violento mi ha placata. Con quella musica ho incontrato i mei demoni che, non più solitari abitanti del mio animo, hanno trovato voce, compagnia, e quindi una via d’uscita, una liberazione.
Le mie catene interiori si sono sciolte, allentate, regalandomi un più ampio respiro. Non ho ballato, non ho cantato, eppure ci sono stata dentro e ho perso peso. Hanno perso peso le mie angosce, le mie paure, le mie notti insonni.
Sì perché con il Balletto di Bronzo è possibile incontrare la propria notte, per chi ne ha di una notte ovviamente.
L’autenticità, il dolore, la liberazione, hanno indicato una porta d’uscita ai miei angeli caduti.
Il Balletto di Bronzo è sopravvissuto a tempeste, è superstite da decenni tumultuosi e infuocati, comunità di emancipazione e derive che hanno demolito vite.
Una voce narrante ha riferito la loro (la sua) storia, le esuberanze, la comune, i loro essere diventati una leggenda più o meno di nicchia, testimoni veri che portano scritto in volto il modo in cui la musica e i suoi eccessi li ha trasformati.
E poi la salvezza, il recupero, la trasmissione di arte e sapienza.
La scrittura su carta che torna e destare curiosità nei presenti, i biglietti con pensieri lanciati su un pubblico fatto di persone che si alzano e girano tra le poltrone per raccoglierne i resti. Perché non tutte le parole si intuivano nel fragore della voce, eppure era prezioso comprenderle per mettere insieme il quadro di un inferno personale e della sua possibile (forse) salvezza.
Un paesaggio chiuso e poi liberato, nell’anima e nelle parole, con forza e determinazione.
Il viaggio lungo, tortuoso e compiaciuto nel buio. E poi il cammino probabile incontro alla luce.
Ho amato e sentito profondamente il Balletto di bronzo. Per lo stesso motivo per cui amo la musica sacra. Il bene e il male abitano con vivacità e da sempre nel mio petto, si fronteggiano, si danno battaglia. E la musica mi libera. Sia quella sacra che mi porta a Dio, sia quella oscura che chiama a raccolta i miei demoni.
Sono stata bene, è stato bello, ho sentito nostalgia del passato e paura della morte. Una compagnia sincera per i miei bassifondi. Ho viaggiato nelle profondità dei sentimenti e dei pensieri.
Con il Balletto di bronzo ho incontrato i miei demoni, che per la durata del concerto e ancora adesso, hanno liberato il mio cuore. Nelle mie angosce non mi sono sentita sola. È stato bello.








