Quadro primo.
La fame preme dietro le mura del Palazzo.
Leggiadria e risa. Cipria e parrucche. Artificio e sazietà. Derisione dell’arte, in special modo della poesia.
Tra i fasti e l’abbondanza il popolo penetra. Minaccia l’aristocrazia che seppur spaventata non ascolta. Non si accorge. Non comprende la portata. Le possibili conseguenze della fame.
Non li hanno visti arrivare, diremmo noi oggi.
Poi, chiuse le porte alla disperazione, nel castello di Coigny si continua a ballare la gavotta. Forse per dimenticare. Un po come i musicisti del Titanic prima del naufragio.

Dietro la splendida cornice di uno spettacolo sontuoso, eccellente, corale, frutto del lavoro di istituzioni e privati che si sono messi insieme ed hanno costruito un pezzo di Storia nobile del territorio. Dietro un impegno a cui siamo grati. E dietro una luminosa piazza Cavour che questa sera ci riempie il cuore di bellezza, c’è una città che freme. Un territorio difficile e strade che ad essere percorse richiedono attenzione, vigilanza, quel terzo occhio di cui ogni foggiano è dotato, per sua natura e continuità di esercizio.
Il castello in cui si balla siamo noi. Il pubblico. Per classe e insofferenza.
Insofferenza alle povertà economiche, sociali, educative, abitative e culturali della nostra terra. Povertà che talvolta si fanno malaffare, sopraffazione, scandalo, violenza. E che ci opprimono. È inevitabile. È una questione di numeri. Di portata del fenomeno.
A pochi metri, oltre le transenne, in quella stessa piazza, ma distanti mille miglia dal palco, uomini seduti alle panchine. Pelle nera, piedi scalzi e sporchi stretti tra le mani. Più in là giovani che spaventano coetanei. Scorrazzano liberi, impuniti, indisturbati, dettano riduzioni alle libertà altrui.
I problemi dell’immigrazione si sommano a quelli dei quartieri.
Noi siamo la strada ed il castello. Noi siamo la fame. Noi siamo la sazietà.
Il contrasto tra mondi diversi che in Giordano (e nella Storia che racconta) trova il suo acme nella rivoluzione; l’eccelso spettacolo a cui stiamo assistendo, chiaramente ci riguarda.
Il contrasto tra vite, morali e sazietà differenti, qui da noi salta agli occhi di continuo. Ci si stringe tra opposti, nelle stesse strade, a pochi metri di distanza.
Il muro infranto. La porta spalancata all’irruzione del popolo in rivolta da parte di chi ha gettato a terra la livrea (simbolo di appartenenza ad una casa nobile), che in Giordano accade nel castello di Coigny, qui da noi, a Foggia, è un velo fragile e sottile, che si rompe di continuo. Squarciato in molti parti.
Il disagio occupa pezzi di città sempre maggiori, o forse si consolida negli stessi, si fa sistemico. Ed è talvolta figlio di un male ereditato. Talaltra esiste per se stesso, in quanto scelta e modello.
La nostra insofferenza nasce dalla portata, dalla propaganda, dalla paura, dalla riduzione delle libertà che condizionano tempo libero e lavoro.
L’Occidente è seduto su una bomba. E non molti hanno voglia di pensarci. O di capirlo.
La società libera quando può balla, riprende fiato e vita.
Andrea Chenier riguarda noi, la nostra piazza Cavour che l’ha magistralmente ospitato, e che ha posto genio (Fratta) e tenerezza (Martone) accanto a povertà e degrado. Lavoro duro, sinergia, concertazione, accanto a disoccupazione, sopruso, rassegnazione.

Foggia è stata eccellente. I nostri talenti palesi, a tutti i livelli, dalle comparse alla dirigenza. Anche se Rai Puglia non ha voluto ammetterlo, dal momento che poco o nulla ne ha inspiegabilmente riferito.
Della rabbia nelle strade che irrompe nelle stanze della borghesia ne ha parlato Fellini…Bunuel. In modo diverso. In anni poco distanti da noi, ma socialmente lontani come epoche storiche. E non sappiamo cosa bolla in pentola oggi. Se una “rivoluzione permanente” che si è fatta gesto sommario e sopraffazione, o qualcosa di più grande dentro cui siamo troppo immersi per ritrovare uno sguardo d’insieme.
Dunque con l’Andrea Chenier a Foggia è stato come essere in un meta teatro. Un teatro nel teatro. Dal palco si racconta la fame che si fa arbitrio, esecuzioni sommarie e violenza. In una piazza Cavour che si fa salotto buono di una città in cui la violenza (quella esterna alle transenne) resta per noi un amaro boccone quotidiano.
Sul palco l’amore degli uomini e delle donne resiste, e si fa eterno, gigante, mentre sceglie e affronta la morte.
Il divino di cui canta Maddalena ci inonda di brividi, ci centra, mettendo a tema l’incontro con Dio, la vita, la speranza. Perché il dolore può essere una porta alla terra che si vuol fare cielo.
E ancora, la coscienza di Gérard che morde e tenta un fallace recupero, giacché si accorge che con la rivoluzione ha solo cambiato padrone, rimanendo di fatto uno schiavo che della livrea ha solo gettato via l’abito. E che convinto da altri prova a preferire il corpo femminile, rimanendo però incastrato nella sua anima.
Insomma…le passioni umane restano le stesse…a dispetto (talvolta) del più fosco degli scenari.
Saluto con amore il lavoro svolto e sono grata allo staff che ci ha donato preziose occasioni di incontro pubblico in cui riconoscerci. Ne ho già nostalgia.
Il vostro lavoro dà corpo al pensiero sulla nostra natura e sulla città. Che ha davvero urgenza di risollevarsi e percepirsi nuova, diversa.
Foggia ha bisogno di guardare a se stessa per produrre arte, pensiero. Ha bisogno di direzioni, modelli e autodeterminazione. Di una narrazione diversa che inverta il corso delle cose.
Il bello esiste e trova casa anche da noi. Non solo nella natura della nostra immensa e diversificata provincia. Ma anche nel lavoro degli uomini e delle donne. I nostri.
Di nuovo grazie
Tornate presto








