La casa in cui rientra il protagonista di “Estensione del dominio della lotta”, è la stessa in cui rientra Francois, il docente universitario di “Sottomissione”, e forse anche quella in cui ha vissuto Michel Houellebecq, almeno in un certo periodo della sua vita, talmente bene la conosce, la descrive e vi indugia, così solitaria, triste, dolorosa: un luogo “di cui non si ama nulla e in cui nessuno si ama”.

Il libro, pubblicato in Italia nel 2000, non è di quelli avvincenti, non ha una storia che appassiona o tiene col fiato sospeso.
Praticamente non succede nulla.
Nulla di importante almeno.
C’è il lavoro, i colleghi, l’azienda che si fonde, i corsi di formazione, qualche viaggio, gli incontri. Tutto in profilo rigorosamente basso, anzi bassissimo. Come se ogni cosa fosse immersa in un grande respiro mono tono, in cui i personaggi si muovono in una sorta di acquario putrefatto.
L’ostentazione dello status in relazioni prive di tutto il resto, donne tristi affamate di sesso e riconoscibilità, un trentenne vergine perché figlio malfatto di una società dominata dall’occhio padronale della pubblicità.
estensione del dominio della lotta è un libro maschile
Una donna non avrebbe potuto ritrarre così bene una società senza passare mai da se stessa, senza mettere in mezzo la propria soggettività, il ritorno emotivo che producono le cose, la consapevolezza, la trasformazione.
Houellebecq invece ci riesce.
La sua è una descrizione del fuori da se, dell’esterno, una minuta analisi di frasi, occhiate, rapporti tra le cose. La voce narrante del protagonista non esprime mai una sintesi, una teoria a capo del tutto, un’idea che spieghi il mondo: lui sta fermo e vive, descrive, osserva.
Una teoria a capo del tutto ce la facciamo poi noi, da soli, pagina dopo pagina, un’idea personale eppure comune.
Houellebecq racconta personaggi a cui sottrae linfa emotiva e sentimenti, fantocci ebeti accomodati nel nulla, uomini penosi, disperati, irrilevanti. Non c’è produzione di sentimento, una lacrima, un riso, qualcosa di grande che rapisca, trasporti via nella bellezza.
Gli uomini e le donne di Houellebecq alzano le mani, le abbassano, registrano consensi, fanno cenni, gesti, si muovono sotto lo sguardo spietato del protagonista che, distruggendo un mondo, azzera se stesso: povero spermatozoo inutile.
La sua parrebbe una mente in equilibrio, perché dovrebbe essere questo il corso naturale della estrema lucidità. E invece no. Il crollo finale ci coglie impreparati. Non era l’altro l’uomo in corsa verso la fine? La vigilanza senza partecipazione è veleno.

In questo mondo smembrato, la Norma e la Lotta estendono il loro dominio ad ogni anfratto della persona umana, condizionandola e riducendola, rendendola incapace di inventare una vita per se, una vita vera a cui partecipare.
E quando parla della Lotta e della Norma, Houellebecq mette sul tavolo una piccola idea, preziosa e potente. Un’idea che poi non completa appieno, quasi volesse lasciare libero spazio alla meditazione del lettore, come un germoglio su cui tocca a noi continuare a pensare.
Dove arriva la lotta primordiale per la sussistenza? Quali spazi occupa e in quali ambiti si è spostata? Quale la sua risonanza? Forse il vecchio avrebbe mantenuto intatto l’uomo? E poi, la moltiplicazione dei gradi di libertà quanto rende impossibili i legami?
La Norma e la sua insufficienza esistenziale, la norma e i suoi spazi che lascia vuoti. Norma e Lotta che Houellebecq annette a due stagioni differenti dell’uomo: l’Adolescenza, in cui identità e autodeterminazione sembrano possibili e poi Tutto il tempo che segue, in cui la vitalità evapora e i gesti si trasformano in forze stereotipe che preludono ad un’attesa della morte, che avverrà più tardi.
C’è un che di pacificante, infine, in questo sguardo maschile sull’esistenza umana: la certezza che non siamo soli nella continua scansione di giornate vuote.

Che quel significato ulteriore che ci sfugge, di fatto, non c’è. Inutile scavarsi femminilmente dentro o pompare vita ad attori e personaggi in quel teatrino che è la nostra esistenza. Comunque vada, il meglio è già passato, insieme alla nostra adolescenza. È stato solo allora che siamo stati vivi. Il Dopo è una vacua recita di ciò che abbiamo già visto fare.
Dura un attimo. Anzi è una informazione che ci resta dentro per i momenti tristi. Ma in quell’attimo e per quei momenti tristi siamo pacificati, non più soli, consapevoli e diversi dagli uomini e dalle donne di Houellebecq.








