RICORDO DI W.

303

Il modo in cui Wanda guardava al contemporaneo non riguardava solo il suo presente. 

Sin da quando era ragazza, in quella Bologna piena di fuochi in cui le donne si battevano per la conquista di luoghi nuovi e dimensioni narrative inesplorate, la sua era una mente in tensione verso l’allargamento di un limite.

Ed erano numerosi i limiti da oltrepassare in quegli anni 70 popolati da dinamismi inediti per la società italiana. Limiti introiettati prima che sociali, assorbiti, parte integrante di quella cultura borghese e di un’educazione che aveva formato anzitutto loro: quelle giovinette ora ribelli, nate a ridosso degli anni 50. E prima di loro, le mamme e le nonne, in una consegna, più o meno consapevole, di un universo simbolico di riferimento, oltre che di una infinita serie di dettami e costumi a cui, in seguito, Wanda e le sue amiche non smetteranno mai di fare attenzione.

Il primo passo verso l’allargamento del limite fu lo stare insieme. 

Fu il collettivo, il gruppo, la riflessione e l’azione comune, per specchiarsi l’una nell’altra e così legittimarsi, consapevoli che una donna, sola, non avrebbe potuto farcela (e forse non ce la farebbe neanche oggi) in un’Italia piccola, in cui il sapere consolidato e frontale atteneva rigorosamente al maschile.

Bologna, il secondo passo dopo la sua città natale, Forlì. 

Bologna come accesso a dimensioni nuove, che tracimano le regole familiari trasmesse nell’infanzia prima e nell’adolescenza poi, una città in trasformazione con il suo fervore e la sua sete insaziabile di conoscenza e dinamismi inediti.

Wanda è stata una testimone di quelle stagioni affollate da nodi storici che giungono al pettine, stagioni in cui anche le donne (tra gli altri attori sociali) pretesero cambiamento e legittimazioni nuove. 

La storia l’ha attraversata, mentre l’intero paese chiedeva ammodernamento, e il suo pensiero adulto comincia da lì, da quegli anni 70 vissuti in collettivo, con studentesse e operaie: donne giovani che ri-leggevano i libri e si confidavano sofferenze, agivano con le loro biografie personali, per sollecitare l’instaurazione di leggi nuove, imporre spazi di cura e conoscenza. 

Cuori che battono e menti che pensano.

Sono gli anni dei libri più importanti, libri faro da cui partire per rivoluzionare il mondo, arricchite da uno sguardo diverso e multiforme sulla realtà e le cose, che dopo l’esperienza bolognese, non potrà più abbandonarle. 

Ci sono i primi consultori, in cui le donne incuranti delle norme censorie vigenti, imparano a conoscere il proprio corpo, ancor prima che la legge italiana renda questi luoghi spazi necessari e a norma di legge. C’è la prima pillola anticoncezionale, con il suo dosaggio massiccio di ormoni, impensabile prima di allora; c’è la liberazione sessuale che travolge i benpensanti e una voglia di cambiamento che manipola quel limite di cui dicevamo e su cui Wanda non smette mai di interrogare sé stessa e la società civile.

Dalla tranquillità di Forlì in cui ogni cosa era pacifica e consolidata, ai dinamismi bolognesi, Wanda è in salita, in fatica, in rivoluzione, in cambiamento, nel desiderio condiviso di apporre modifiche ai costumi e alla morale, di conoscere ciò che non si vede, di andare più a fondo. Sempre.

Le donne erano tante e ancora aumentavano. Accoglievano categorie sociali nuove. 

Dagli eccessi di quel tempo, alcune ereditarono una motilità intellettuale quando non più fisica, che non ha mai smesso di visitarle, modellando la loro persona e quelle frontiere sociali che impongono orizzonti concettuali stabiliti.

Wanda è questo. Un’intellettuale che non si limita ad amare quella storia antica che oggi è al centro dei suoi studi. Studi che guardano ai simboli delle periferie non colonizzate dal potere: donne perseguitate perché colme di rimedi e di sapere. 

Wanda conosce il Medioevo e quel sodalizio consumatasi nel tempo tra chiesa, capitalismo e intellighenzia, che ha condannato porzioni di umanità ai marginiuella umanità che coltivava una spiritualità domestica e libera, racchiusa in celebrazioni e riti personali poco graditi ai ceti decisori.

Guardando alle periferie, Wanda riflette sulle dinamiche tra invasori e invasi, tra pensiero libero e capacità di condizionamento, tra il maschile e il femminile, il dominante e il dominato.

La materia della storia medievale, a cui le sue ricerche sono approdate oggi, rappresenta l’ultimo sguardo su una tensione alla sopraffazione capace di modificare la realtà naturale, e costruire quel limite sul quale, lei e le sue compagne di viaggio, non smettono ancor oggi di spingere, in un’ambizione al superamento e alla rivisitazione di oggetti di studio (la materia vivente) che non per forza devono essere giudicati con occhi condizionati da altri.

Il limite, ecco che torna. 

Il limite da riconsiderare ed allargare e che è verità parziale decisa altrove.

Un tema corposo da osservare con quelle lenti multiformi e trasversali che da sempre le consentono di analizzare il presenteed il passato, confrontandoli, tirando le sue, di somme.

Come sarebbe il contemporaneo se quel pensiero maschile e dominante non si fosse imposto già dal neolitico, cancellando modelli sociali che, forse, contenevano (sebbene solo in nuce) più equilibrio dei nostri?

Quanto la spiritualità privata è stata cambiata da quella presa di potere della chiesa, che si è impadronita di norme e simboli, auto eleggendosi amministratrice unica del pensiero religioso? E se le donne fossero state anche loro dentro quella chiesa, che storicamente ha trattato il Vangelo a partire dalla dottrina, quanto sarebbe cambiata la condizione femminile dell’Occidente e l’accesso a ruoli decisori nei vertici ecclesiastici?

Cosa ha mutato, nell’interpretazione dei fatti umani, l’affermarsi dell’antropologia femminile, che ha considerato con occhi nuovi la sapienza dei popoli medievali, custodi di un buon equilibrio di genere?

Quanta luce occorre restituire a quei miti oscurati dal pensiero comune, che pure avrebbero ancora molto da raccontare e che ancora condizionano l’inconscio collettivo? 

Il pensiero femminile ancora si impone con la sua sete di autodeterminazione intellettuale, contro la verbalizzazione di una letteratura raccontata dall’altro. C’è necessità di apporre in primo piano e in perfetta autonomia conoscitiva, la produzione di pensiero delle donne.

Ecco, Wanda è dentro tutto questo e dentro moltissimo altro. Anche nella meditazione sull’immaginario delle culture patriarcali nelle religioni che precedono la venuta di Cristo; nella spiritualità e nel misticismo che ri-guarda quel limite e che è altro da quello imposto dalla chiesa ufficiale. 

Wanda è nella raccolta di storie oscurate dalla dittatura del potente, nella disanima della religione di pulsione, contrapposta a quella di ratio, nella infinita e instancabile cura con cui approfondisce i miti di creazione.

Il modo in cui lei pensa e guarda al mondo è nelle lenti immaginarie che costruiscono una riflessione instancabile tra il passato e il presente, senza dare nulla per scontato. Quando si lavora con i limiti da allargare e li si tocca, li si guarda, li si fa oggetto di uno studio libero che riprende dall’inizio la costruzione dei simboli e della storia, accade che questo confronto diventi semplice e ravvicinato.

Perché il mondo e gli uomini sono la stessa storia che continua. Leggerli criticamente già dall’inizio, come se tempi lontanissimi fossero attigui tra loro, è un esercizio intellettuale capace di riscrivere ogni cosa, nella proposta nuova di un mondo che, se non proprio realizzabile, sappia almeno trasformarsi in pensiero critico comune. 

Ricordando che quel limite che ci sembra chiudere sistemi, ha bisogno di essere raggiunto e manipolato ancora oggi, guardato come un orizzonte da definire. 

Di nuovo. 

Oltre la consegna di resoconti preziosi, la lezione di Wanda e delle sue amiche dovrebbe partire da qui, dalla riconsiderazione del limite. In un percorso plurale, perché nei pressi delle frontiere, le ragazze devono stare unite.